
Dalla Galilea ai bar italiani, dal “dono di Dio” a uno dei più popolari eufemismi del Belpaese: il lungo viaggio di un nome biblico che fa sorridere
Dal Vangelo alla vita quotidiana: gli zebedei
All’inizio, Zebedeo non aveva nulla di comico. Il suo nome, in ebraico Zəvad-yāh, significa “Dio ha dato”. Nei Vangeli è ricordato come il padre di Giacomo e Giovanni — (N.d.R.: non ancora in compagnia di Aldo, arrivato parecchi secoli dopo e con tutt’altro mandato) — due pescatori del lago di Tiberiade che Gesù volle tra i suoi discepoli.
Erano uomini diretti, impulsivi, sempre pronti a intervenire: per questa loro energia il Maestro li soprannominò Boanerghes, cioè “figli del tuono”, un appellativo che ne fotografava alla perfezione il temperamento.
Zebedeo, invece, restò sulla riva. Non predicò, non compì prodigi, ma il suo nome entrò lo stesso nelle letture sacre. Forse perché rappresentava l’uomo comune, quello che lavora in silenzio e, senza saperlo, diventò parte di una storia più grande.
Col passare dei secoli, quel nome scese infatti dal pulpito e finì tra la gente.
Del resto, le parole cambiano: si contaminano e finiscono inevitabilmente per prendere il colore di chi le pronuncia.
In buona sostanza è diventato, un nome che, a pronunciarlo, mette di buon umore. Ma perché?
Un suono che fa sorridere
Forse il segreto sta nel suono buffo e cantilenante, con quel finale aperto -eo, semplice e bonario, più vicino a un nomignolo che a un nome da Vangelo.
Ragion per cui, nel Medioevo, quando le storie sacre venivano rappresentate nei sagrati, il nome passò dai testi ai copioni. Zebedeo divenne il servo confuso, il padre bonario, il tipo un po’ impacciato che il pubblico riconosceva al primo sguardo.
Da lì al linguaggio di tutti i giorni il passo fu breve: la parola, ormai libera, prese il largo nella lingua viva.
Da allora la sua fortuna non si è più spenta. Poi arrivò il colpo di scena.
Dal nome al corpo
Col tempo, la lingua popolare — che non resiste mai alla tentazione di scherzare — scoprì che Zebedeo, utilizzato al plurale, poteva servire anche in campi meno devoti.
Il nome divenne così il modo più spiritoso per indicare, con una genialità tutta italiana, le parti basse maschili senza scadere nel triviale.
Si racconta che l’idea sia nata in un convento toscano, grazie a un frate che, stanco delle bestemmie dei fedeli, trovò una soluzione ingegnosa: invece di nominare Dio invano, propose di esclamare «Per tutti gli Zebedei!».
L’espediente piacque e, uscita dal chiostro, la trovata prese vita autonoma tra le botteghe e le osterie.
Così, pian piano, gli zebedei entrarono nel linguaggio comune come parola comica, inoffensiva e perfetta per smorzare i toni.
Con il tempo, il termine passò poi dal corpo all’umore: da parte anatomica a stato d’animo.
Ed è lì che nacque mi girano gli zebedei, una formula di fastidio controllato, lo sfogo quotidiano di chi sbuffa ma sa ancora ridere di sé.
Gli accenti del buonumore
Poi, ogni regione ci ha messo del suo, ma il significato è rimasto identico.
A Roma è diventato «me girano li zebedei», a Firenze «m’hanno fatto girare i zebedei come trottole», in Campania «’e zebedeje» è diventato un proverbio: serve per tutto ciò che irrita, stanca o confonde.
Tre accenti diversi, insomma, per dire la stessa cosa: la rabbia in Italia non esplode mai davvero — si canta, si recita, si sdrammatizza.
Così, dopo duemila anni di onorata carriera, Zebedeo ha cambiato mestiere: da patriarca evangelico a patrono laico dello scazzo moderato.
È diventato il santo protettore di chi si arrabbia con stile, di chi protesta senza livore e, alla fine, ci ride su.
E forse è proprio questo il miracolo più credibile della lingua italiana: riuscire a imprecare col sorriso.
Nell’immagine, di dominio pubblico, Zebedeo: fonte: wikimedia.org
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