Nomen omen: breve storia dei soprannomi che rovinarono una dinastia

nomen omen

Prima dei cognomi moderni, gli uomini avevano un nome, una stirpe, un mestiere, un luogo d’origine. Poi arrivava la Storia, spesso meno educata dell’anagrafe, e appiccicava un’etichetta destinata a durare più di qualsiasi ritratto ufficiale

Quando il cognome ancora non c’era

Per molti secoli il cognome, almeno come lo intendiamo oggi, non esisteva ancora in forma stabile e universale. Per distinguere un uomo dall’altro si usavano il nome del padre, la città, il mestiere, un tratto fisico, una virtù, un difetto, oppure un episodio memorabile, magari glorioso, se non addirittura imbarazzante. Il risultato è una galleria meravigliosa di identità storiche a metà fra archivio e pettegolezzo.

In fondo, i nomina omina di Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senzaterra funzionano così. Entrambi figli di Enrico II d’Inghilterra, il primo passa alla memoria europea come il sovrano guerriero delle Crociate, coraggioso fino alla leggenda; Giovanni, rimasto senza grandi eredità territoriali francesi e poi associato alla perdita di buona parte dei possedimenti continentali dei Plantageneti, si trascina invece addosso un soprannome che sembra quasi una presa in giro feudale. Anche Pipino il Breve appartiene a questa famiglia di etichette fortunate e insidiose: “breve” per la tradizione, ma non necessariamente minuscolo come l’immaginazione popolare lo ha poi dipinto. Il soprannome, e ci dispiace per loro, una volta partito, viaggia meglio della verifica.

E qui comincia il divertimento serio della storia.

Costantino Copronimo: quando la propaganda entra nel fonte battesimale

Tra i soprannomi più crudeli della storia bizantina c’è quello di Costantino V, imperatore dell’VIII secolo, passato alla memoria dei suoi nemici come Copronimo, cioè, brutalmente, “dal nome di sterco”. Secondo la tradizione ostile, da neonato avrebbe sporcato con le sue feci il fonte battesimale o, secondo altre versioni, il panno imperiale durante il battesimo. L’aneddoto, tuttavia, più che una notizia, ha tutta l’aria di una vendetta lessicale ben riuscita.

E il punto interessante sta proprio qui. Costantino V non fu un personaggio marginale né un buffone di corte. Fu un sovrano energico, un riformatore militare, un imperatore capace di rafforzare l’esercito e di condurre campagne contro Arabi e Bulgari. Fu però anche uno dei grandi sostenitori dell’iconoclastia, cioè della lotta contro il culto delle immagini sacre. I suoi avversari, gli iconoduli, difensori delle icone, lo colpirono quindi non soltanto sul piano teologico, ma anche su quello della memoria personale. Da qui il soprannome osceno: un modo per trasformare il nemico delle immagini in un’immagine infamante, immediata, difficilissima da cancellare.

La vicenda, a pensarci bene, ha qualcosa di modernissimo. Quando l’avversario politico risulta troppo forte da cancellare sul piano dei fatti, si può provare a “sporcarlo” nel nome. Letteralmente, in questo caso.

Basilio Bulgaroctono: l’orrore che diventa titolo d’onore

Se Copronimo nasce come insulto, Basilio Bulgaroctono appartiene invece a un’altra categoria: il soprannome terribile che si presenta come gloria. Basilio II, imperatore bizantino tra X e XI secolo, viene ricordato come “l’uccisore dei Bulgari”. L’epiteto rimanda alle sue campagne contro il Primo Impero bulgaro e, soprattutto, alla tradizione secondo cui dopo la battaglia di Kleidion del 1014 avrebbe fatto accecare migliaia di prigionieri bulgari, lasciando a gruppi di uomini una guida con un solo occhio per ricondurli indietro. Gli storici discutono dimensioni e dettagli dell’episodio; l’associazione fra Basilio e il titolo di “Bulgar Slayer” si consolida comunque nella memoria bizantina successiva.

Qui il soprannome, più che ridicolizzare, trasforma un sovrano in una funzione bellica. Basilio, in pratica, non è più soltanto l’imperatore, il legislatore, il principe della porpora; diventa la punizione dei Bulgari, una formula di potere compressa in due parole.

È una forma di brutalità molto raffinata, se così si può dire.

Etelredo lo Sconsigliato: il re sconfitto da un gioco di parole

Il caso più elegante, e forse più perfido, arriva dall’Inghilterra anglosassone. Æthelred the Unready, tradotto spesso in italiano come Etelredo lo Sconsigliato o l’Impreparato, porta addosso un soprannome che è anche un gioco di parole. Il suo nome, Æthelred, richiama il “nobile consiglio”; l’epiteto unræd significa invece cattivo consiglio, decisione malaccorta. Il risultato è quasi una battuta da cronista medievale: “nobile consiglio, ma consigliato malissimo”.

Etelredo regna in una fase difficilissima, segnata dalle incursioni danesi, da tributi pesantissimi, da oscillazioni strategiche e da scelte politiche infelici. Il soprannome, però, compie una semplificazione spietata perché comprime un’intera crisi del regno inglese in un difetto di giudizio.

Qui la storia mostra una delle sue abitudini meno misericordiose. Un sovrano può ereditare un mondo complicato, ma la memoria ama i verdetti rapidi. “Lo Sconsigliato” funziona perché è breve, ironico, memorabile. Non spiega tutto, ma orienta il giudizio prima ancora che il lettore conosca i fatti. È il titolo perfetto per un fallimento.

Pipino il Breve e gli altri: quando la statura diventa destino

Accanto a questi tre casi maggiori, si muove una folla di soprannomi apparentemente più innocui, ma altrettanto rivelatori. Pipino il Breve, padre di Carlo Magno, resta legato a un epiteto fisico che la tradizione ha amplificato, benché la sua statura reale sia meno sicura della fortuna del nomignolo. L’appellativo “breve”, nelle sue forme medievali, si afferma più tardi e convive con altri modi di distinguerlo, come “il Giovane” o “il Piccolo”. Le ricognizioni medievali delle tombe reali di Saint-Denis testimoniano l’interesse per i resti dei sovrani carolingi, ma non offrono una prova moderna e certa per trasformare Pipino in un uomo davvero minuscolo.

Eppure il paradosso è delizioso: un uomo che fonda la regalità carolingia, depone l’ultimo merovingio, ottiene l’appoggio del papato e prepara l’ascesa di Carlo Magno viene ricordato da molti soprattutto per la sua altezza. La storia istituzionale dice: fondatore di dinastia. La memoria popolare risponde: sì, ma quanto era basso? Non lo sapremo mai…

Poi ci sono i sovrani “calvi”, “grassi”, “semplici”, “balbuzienti”, “piedipiatti”, “barbarossa”, “senza terra”. Una tassonomia magnifica e crudele, in cui il corpo, il carattere, la disgrazia ereditaria o l’insuccesso politico diventano strumenti di identificazione. Prima dell’anagrafe moderna, il potere aveva bisogno di distinguere; la lingua, come sempre, provvedeva senza troppi riguardi.

Il soprannome come piccola vendetta della storia

Questi nomi fanno sorridere perché sembrano usciti da una commedia, ma il loro meccanismo è serissimo. Ogni epiteto è una riduzione. Prende una vita complessa e la costringe dentro una formula. A volte celebra una virtù. A volte registra una perdita, colpisce il corpo oppure usa l’osceno come arma teologica.

La modernità ha inventato documenti, codici fiscali, profili digitali, archivi biometrici. Il Medioevo, con meno burocrazia e più immaginazione, sapeva già fare una cosa potentissima: inchiodare un uomo a una parola.

Ed è forse per questo che certi soprannomi sopravvivono ai trattati, alle battaglie, ai programmi politici.

Immagine creata con AI

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