Il sogno dell’immortalità, la possibilità della longevità e il valore del tempo 

immortalità

Nella Roma antica, secondo la tradizione, durante i cortei trionfali un servo ricordava al generale vittorioso la propria mortalità, affinché non si abbandonasse alla superbia. La fama infatti, può indurre l’uomo a coltivare l’illusione di una presenza senza confini, capace di estendersi oltre il tempo e lo spazio: essere ovunque, durare per sempre. Tale illusione di pienezza ed estensione assoluta del sé affonda in un desiderio di infinito che è connaturato all’essere umano e ne definisce la traiettoria. Come affermava Leopardi nello Zibaldone: “L’anima umana desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente […] al piacere, ossia alla felicità, che, considerandola bene, è tutt’uno col desiderio dell’infinito”. 

Fin dalle origini della civiltà infatti, l’uomo ha coltivato il desiderio di sottrarsi alla forza del tempo. Un sogno impossibile quello dell’immortalità, che tuttavia attraversa miti, religioni, filosofie e letterature di ogni epoca, e che – davanti alla promessa della memoria perpetua come surrogato succulento della vita eterna – ha mosso gli uomini alle imprese più eroiche e alle condotte più abiette. Oggi, nell’era della medicina rigenerativa, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie, quello stesso desiderio sopravvive più forte che mai. Mutuato da un potenziamento tecnico senza precedenti, riemerge sotto una nuova forma: la ricerca della longevità. 

L’immortalità è una delle cose che principalmente differenziano un essere umano da un dio. Lo sapevano bene i Greci, che adoravano dèi iracondi e volubili esattamente come gli uomini, ma immortali come le forze della natura e le virtù o i vizi umani che incarnavano. La barriera della finitudine era ciò che più di ogni altra cosa rendeva inaccessibile anche all’eroe più glorioso la condizione di divinità. Non è casuale che molti racconti mitologici ed epici ruotino attorno al tentativo di oltrepassare questa barriera. Tentativo che tuttavia spesso ha avuto esito fallimentare. 

I Greci, benché non immuni al desiderio di infinito, erano convinti del fatto che non fosse possibile condurre un’esistenza appagante al di fuori dell’ordine naturale. Si pensi a Titone, amato da Eos, dea dell’Aurora: ottenne l’immortalità ma non l’eterna giovinezza, finendo consumato da una vecchiaia infinita. Ma si pensi anche a Ulisse, che rinunciò all’immortalità offertagli da Calipso per tornare a dividere la sua vita mortale con Penelope. Meglio una vita limitata ad un tempo di qualità che un’esistenza senza fine ma infelice. Questa la morale. 

Nel Medioevo la ricerca dell’immortalità assume principalmente una dimensione religiosa. Siamo nella grande epoca del Cristianesimo, il quale insegna che la vera vita eterna non si ottiene con la conservazione del corpo, ma mediante pratiche spirituali orientate alla salvezza dell’anima. L’immortalità diventa così una condizione ultraterrena riservata a chi conduce una vita virtuosa, e la morte non è più una fine, ma un passaggio ad una vita nuova in cui l’uomo finalmente partecipa alla natura divina. Non a caso, al termine del suo viaggio nei regni dell’oltretomba, Dante vede riflessa nel cerchio della Trinità “la nostra effigie”, ovvero il ritratto dell’umanità. 

Parallelamente, nel Medioevo si inquadrano anche le ricerche alchemiche riguardanti la Pietra Filosofale e l’Elisir di lunga vita. L’obiettivo di tali ricerche era ottenere una forma di 

perfezionamento fisico e prolungare l’esistenza. Non è stato raggiunto, ma l’aspirazione che animava tali sforzi ha continuato a sopravvivere nei secoli. Nel romanzo ottocentesco Frankenstein Jr. ad esempio, il protagonista tenta di sconfiggere la morte creando la vita artificialmente. Ancora una volta però gli esiti di questa ricerca sono tragici: il tentativo di oltrepassare i limiti imposti alla condizione umana conduce ancora una volta alla sofferenza e alla distruzione. 

Oggi la prospettiva sulla possibilità di sfidare la morte – seppur tra mille dubbi e dibattiti – è cambiata radicalmente. L’aumento dell’aspettativa di vita, il controllo di molte malattie, la genetica e le tecnologie anti-aging stanno modificando radicalmente il rapporto dell’uomo con l’invecchiamento. Il corpo umano resta soggetto all’azione del tempo, ma di un tempo meno tiranno nella sua inarrestabile scansione. In questa prospettiva, il corpo non appare più solo la preda senza scampo di un destino biologico immutabile, ma un sistema da correggere, rallentare e ottimizzare. 

Si investono miliardi nella ricerca sul rallentamento cellulare e sulla rigenerazione dei tessuti, si parla di Transumanesimo e si tende a rimuovere l’idea della fine esaltando la giovinezza come valore assoluto. Il miraggio dell’immortalità sembra assumere contorni sempre più netti e il fatto di poter vivere più a lungo è sicuramente un vantaggio per l’uomo. A questo punto resta una questione fondamentale: l’essere umano saprà trasformare l’estensione della vita in una densità di senso, capace di rendere ogni istante non solo più lungo, ma più pienamente umano? 

Immagine realizzata con I.A.

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