Botteghe Oscure, il tempio conteso tra Ninfe e Lari riapre la Roma sepolta

BOTTEGHE OSCURE

Tra peperino, grano pubblico e divinità acquatiche torna accessibile un frammento dell’antico Campo Marzio capace di raccontare, nello spazio di pochi metri, più di duemila anni di trasformazioni della città

Una porzione del Campo Marzio torna leggibile

L’area archeologica di via delle Botteghe Oscure torna visitabile su prenotazione dopo un intervento di restauro che ha interessato soprattutto le colonne superstiti in peperino, segnate da fenomeni di degrado strutturale e superficiale, insieme agli altri materiali conservati nel sito. Un nuovo impianto di sicurezza e un sistema di illuminazione artistica consentono ora di leggere con maggiore chiarezza strutture che per secoli hanno condiviso lo spazio con edifici, cantine e fondazioni della Roma moderna.

La riapertura restituisce accessibilità a un luogo di particolare interesse anche per un’altra ragione. Dell’edificio conosciamo bene forma, dimensioni e diverse fasi costruttive; la divinità alla quale fosse dedicato resta invece oggetto di discussione. Proprio questa incertezza rende il complesso prezioso per comprendere il lavoro della topografia antica, disciplina che ricostruisce la città romana facendo dialogare murature, testi, iscrizioni, monete e frammenti di antiche mappe.

Il tempio riemerso durante le demolizioni del 1938

I resti vennero alla luce nel 1938, durante i lavori per l’allargamento di via delle Botteghe Oscure. Il progetto prevedeva l’arretramento del fronte degli edifici; le demolizioni portarono invece alla scoperta di strutture tanto consistenti da modificare il programma urbanistico.

In un primo momento il tempio fu identificato con quello di Bellona. Gli studi successivi hanno proposto altre letture, mentre l’importanza del rinvenimento determinò la tutela dell’area. La guerra interruppe a lungo ogni sistemazione organica e soltanto negli anni Cinquanta il complesso assunse una configurazione più vicina a quella attuale.

Il tempio era periptero e ottastilo: il colonnato correva dunque intorno all’edificio e la facciata presentava otto colonne. Il podio era rivestito in travertino, mentre le colonne, realizzate in peperino e originariamente stuccate, erano coronate da capitelli corinzi in travertino. Dietro il colonnato sopravvivono porzioni della cella, ricostruita in laterizio in età flavia.

Sotto il palazzo ai civici 3 e 5 di via Celsa, all’interno delle cantine moderne, sono ancora conservati il muro meridionale e quello orientale della cella, insieme a una parte del grande basamento destinato ai simulacri di culto. L’ambiente interno doveva inoltre ospitare due file di colonne disposte a breve distanza dalle pareti laterali.

L’incendio dell’80 e la ricostruzione flavia

Una delle trasformazioni decisive risale all’80 d.C., quando durante il regno di Tito un vasto incendio colpì una parte considerevole del Campo Marzio. Cassio Dione ne conservò memoria nella sua Storia romana. L’anno seguente salì al potere Domiziano, sotto il quale numerosi edifici danneggiati furono ricostruiti o profondamente rimaneggiati.

Anche il tempio di Botteghe Oscure e il quadriportico al quale apparteneva subirono interventi importanti. A questa fase vengono ricondotti la ricostruzione della cella e alcuni elementi monumentali del portico. Roma procedeva spesso in questo modo: incendi, crolli e ricostruzioni raramente cancellavano completamente quanto esisteva prima; più spesso lo inglobavano, modificandone forme e funzioni.

La storia dell’edificio proseguì ancora per secoli. Una moneta di Valentiniano III, rinvenuta fra gli stucchi crollati della cella, offre un termine prezioso per ricostruirne le ultime fasi di utilizzo e colloca l’abbandono intorno al V secolo. In seguito arrivarono spoliazioni, interramenti e riusi, fino a quando le cantine degli edifici moderni finirono letteralmente per appoggiarsi alle murature antiche.

Ninfe o Lari Permarini?

L’identificazione del tempio costituisce il punto più affascinante della vicenda. Una delle ipotesi più accreditate lo riconosce come Tempio delle Ninfe, inserito nella Porticus Minucia Frumentaria, il grande complesso destinato in età imperiale anche alle distribuzioni pubbliche di grano.

L’interpretazione si lega a un frammento della Forma Urbis, la monumentale pianta marmorea di Roma realizzata in età severiana, sul quale compare parte della scritta MINI[CIA]. La posizione dell’edificio e la sua configurazione hanno consentito agli studiosi di metterlo in relazione con una delle Porticus Minuciae ricordate dalle fonti antiche.

Una Roma da scoprire

La più antica, la Minucia Vetus, era stata edificata da Marco Minucio Rufo, console nel 110 a.C., in seguito al trionfo sugli Scordisci. In età imperiale le fonti ricordano anche una Minucia Frumentaria, collegata alle frumentationes, le distribuzioni di cereali alla popolazione urbana.

Se il tempio fosse realmente quello delle Ninfe, il rapporto fra edificio sacro e distribuzioni annonarie acquisterebbe un significato particolare. Le Ninfe appartenevano al mondo delle acque, delle sorgenti e della fertilità; accanto al loro culto si sarebbe sviluppato uno dei meccanismi più concreti attraverso cui il potere imperiale governava la metropoli, assicurando a una parte della cittadinanza l’approvvigionamento di grano.

Nella Roma antica religione e amministrazione appartenevano allo stesso paesaggio civico. Un santuario poteva convivere con archivi, portici, percorsi pubblici e funzioni amministrative senza che fra questi ambiti esistesse la separazione alla quale siamo abituati oggi.

Esiste tuttavia un’altra identificazione. Il tempio potrebbe essere quello dei Lari Permarini, divinità protettrici legate al mare e alla navigazione. Il loro santuario sarebbe stato votato nel 190 a.C. da Lucio Emilio Regillo durante la guerra contro Antioco III e successivamente dedicato, nel 179 a.C., da Marco Emilio Lepido. In questo caso il portico circostante sarebbe da identificare con la Minucia Vetus.

La questione rimane aperta e conserva intatto il proprio interesse, perché mostra quanto la conoscenza della Roma antica proceda per confronti successivi, attraverso testimonianze spesso incomplete che acquistano significato soltanto quando vengono messe in relazione.

La Roma disegnata sul marmo

Fra gli indizi più importanti compare la Forma Urbis Romae, realizzata tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C. La gigantesca pianta della città era incisa su circa 150 lastre di marmo e raggiungeva dimensioni prossime ai diciotto metri di larghezza per tredici di altezza.

Di quella straordinaria rappresentazione resta oggi soltanto una parte, eppure i frammenti superstiti continuano a fornire informazioni indispensabili sulla topografia della capitale imperiale. Uno di essi restituisce proprio la planimetria dell’area della Porticus Minucia e consente di riconoscere elementi che lo scavo, da solo, avrebbe lasciato più incerti.

È una circostanza singolare: una mappa scolpita quasi diciotto secoli fa permette ancora oggi di interpretare mura che nel frattempo sono finite sotto palazzi, strade e cantine.

Da dove vengono le “Botteghe Oscure”

La stessa denominazione della strada conserva una traccia della stratificazione urbana. Il nome Botteghe Oscure viene tradizionalmente collegato agli ambienti e alle botteghe ricavati nel Medioevo entro strutture antiche, in particolare nell’area del Teatro e della Crypta di Balbo. Spazi profondi, archi seminterrati e locali scarsamente illuminati avrebbero dato origine a un toponimo destinato a sopravvivere per secoli.

Molto più tardi quel nome avrebbe assunto significati completamente differenti. Via delle Botteghe Oscure divenne celebre nel Novecento come sede nazionale del Partito Comunista Italiano; quasi contemporaneamente entrò nella storia letteraria grazie a Marguerite Caetani, che nel 1948 fondò la rivista internazionale Botteghe Oscure.

Alla sua esperienza editoriale partecipò Giorgio Bassani e sulle pagine della rivista comparvero autori italiani e stranieri destinati a segnare la cultura del Novecento, da Montale a Calvino, da Pasolini ad Auden, fino a Camus e Truman Capote. Un nome nato probabilmente dalla penombra di antiche botteghe divenne così, molti secoli dopo, sinonimo di politica e letteratura.

Una strada, molte città sovrapposte

Pochi metri di via delle Botteghe Oscure riuniscono epoche che altrove richiederebbero chilometri di distanza. Il tempio repubblicano, la ricostruzione flavia, le distribuzioni di grano, la Forma Urbis severiana, gli interramenti medievali, le cantine della città moderna e la cultura politica e letteraria del Novecento appartengono allo stesso spazio.

La riapertura dell’area archeologica permette di osservare materialmente questa lunga continuità. Le colonne in peperino, i muri della cella e le fondazioni inglobate negli edifici circostanti raccontano una Roma costruita per sovrapposizioni, nella quale ciò che apparteneva a un’epoca diventava spesso sostegno, confine o fondazione di quella successiva.

Immagine creata con I.A.

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