
Da qualche anno parole come manga e anime sono entrate anche nei discorsi di chi, fino a poco tempo fa, non avrebbe saputo distinguerle. Ce n’era però una che continuava a sfuggirmi completamente: cosplay. Le prime volte pensavo di aver capito male. Poi, finalmente, ho scoperto che cosa si nascondesse dietro a questo bizzarro termine, ormai entrato stabilmente nel lessico giovanile
Dai Coldplay al cosplay
Confesso che la prima volta che ho sentito la parola “cosplay” ho capito tutt’altro. Pensavo che qualche ragazzino avesse pronunciato male “Coldplay”, oppure che si trattasse di una storpiatura legata alla famosa band di Chris Martin.
Io, fingendo di aver capito, ascoltavo e cercavo di mettere insieme i pezzi, con quella sensazione molto tipica dei boomer quando si accorgono che davanti a loro esiste un mondo intero di cui ignoravano quasi tutto.
Tutto potevo immaginare, tranne che si parlasse di ragazzi vestiti da personaggi di manga, anime, videogiochi e fumetti. “Va bene”, mi sono detta, “se ai miei tempi ci si vestiva da Cappuccetto Rosso o da sceriffo, oggi il Carnevale guarda a Oriente”. Anche in quel caso, però, avevo toppato. Non avevo ancora compreso la vera portata del fenomeno.
La scena decisiva, quella che mi ha squarciato il velo di Maya, è arrivata al supermercato. In mezzo a una situazione normalissima, ho visto una ragazza vestita da Sailor Moon, o comunque da personaggio anime molto vicino a quell’immaginario. Gonnellino a pieghe, stivaletti, calzettoni, fiocco enorme, parrucca con tanto di fermaglietti lunari. Persino il trucco era volutamente enfatizzato, per ottenere quell’effetto cartoon realistico che fa sembrare il volto quasi disegnato.
La cosa che più mi ha incuriosito, però, non era l’abbigliamento stravagante. Era la naturalezza con cui la ragazza sceglieva prodotti da frigorifero. In tutto ciò io, con il punto interrogativo stampato sulla fronte, cercavo di capire se fossi capitata dentro una festa, un evento, un set fotografico o se ormai fosse perfettamente normale incontrare Sailor Moon davanti alla mozzarella light.
E proprio lì mi è venuta la domanda da cui è partita tutta questa riflessione: che cos’è davvero il cosplay?
Un fenomeno dilagante
La parola cosplay nasce dall’unione di “costume” e “play”, cioè “gioco in costume”. Indica la pratica di vestirsi e interpretare personaggi tratti da manga, anime, videogiochi, fumetti, cinema, serie televisive, fantasy e fantascienza.
Il fenomeno contemporaneo prende forma tra Stati Uniti e Giappone. Già nelle convention americane di fantascienza alcuni appassionati si presentavano vestiti come i personaggi che amavano. In Giappone, però, tra gli anni Settanta e Ottanta, questa pratica trova un terreno particolarmente fertile grazie alla forza visiva di manga, anime e videogiochi. Comiket, nato a Tokyo nel 1975, diventa per esempio uno dei grandi luoghi della cultura prodotta dai fan.
Il termine “cosplay” si diffonde poi negli anni Ottanta e viene di solito collegato al giornalista giapponese Nobuyuki Takahashi, che lo usò per descrivere i fan vestiti come personaggi dell’immaginario pop. Alcune ricostruzioni fanno risalire la parola a un articolo giapponese del 1983, altre alla sua esperienza alla Worldcon di Los Angeles nel 1984. In ogni caso, il termine si afferma in Giappone e poi diventa internazionale, con eventi, concorsi e comunità dedicate.
Fin qui, stando a ciò che si legge in rete, sembrerebbe tutto abbastanza semplice: ci si veste da personaggio e lo si interpreta. Nulla di così sconvolgente, si potrebbe obiettare. Ma è davvero una novità? E, soprattutto, in cosa differisce questo fenomeno dalle maschere del passato?
Una vecchia storia
In realtà, la pratica del travestimento è molto più antica del cosplay e anche molto più seria di quanto sembri. L’essere umano si maschera da sempre. Nei riti antichi la maschera consentiva di incarnare spiriti, antenati, divinità, animali sacri. Nel teatro greco l’attore indossava un volto altro e diventava eroe, re, dio, vittima, colpevole. Nella commedia dell’arte Arlecchino, Pulcinella, Pantalone e Colombina trasformavano tipi sociali in figure vive, riconoscibili, capaci di parlare al popolo attraverso il riso.
Nel Carnevale medievale e moderno il travestimento aveva una funzione ancora più forte. Per qualche giorno il mondo si rovesciava. Il servo imitava il padrone, il povero indossava abiti fastosi e lo scherno nei confronti del ricco diventava possibile. Michail Bachtin ha spiegato questo ribaltamento come un momento collettivo in cui la società guardava se stessa da un’altra angolazione, più corporea, più comica, più libera.
Da questo punto di vista, il cosplay è meno strano di quanto sembri. Cambiano i personaggi, cambiano i luoghi, cambiano i materiali culturali, ma resta lo stesso gesto antico: uscire per un momento dalla propria identità abituale.
Quello che cambia, però, è il contesto. Il cosplay, infatti, non è legato a una festività precisa, almeno stando al mio incontro ravvicinato con Sailor Moon. A quel punto, il dubbio era inevitabile: ma si vestono così tutti i giorni?
Una mascherata fuori contesto?
La risposta più precisa sta nel mezzo. Nella maggior parte dei casi, il cosplay è una pratica legata a eventi specifici: fiere del fumetto, raduni, contest, shooting fotografici, incontri tra appassionati. Una persona si prepara per Romics, per una sfilata, per un concorso o per una sessione fotografica, poi prende la metro, passa al bar, entra in un supermercato, attraversa la città. L’evento ha un luogo preciso, ma il costume si muove insieme alla persona. E così può capitare di incontrare Sailor Moon davanti allo yogurt greco o un personaggio di Naruto in fila alla cassa.
Ergo: il mio è stato probabilmente un incontro casuale, non l’inizio di una nuova normalità urbana in cui tutti vanno a comprare la mozzarella vestiti da guerriere lunari.
Esiste tuttavia anche una zona più quotidiana. Alcuni usano elementi ispirati al cosplay nella vita normale: una parrucca particolare, un trucco anime, un cappotto steampunk, accessori fantasy, lenti colorate, gonne, fiocchi, mantelli, dettagli presi da un personaggio e inseriti dentro un abbigliamento più comune. Questa forma viene spesso chiamata “casual cosplay”, perché mantiene il richiamo al personaggio senza arrivare al costume completo.
Il costume come lavoro vero
Altra domanda che mi ha subito attanagliato: ma questi costumi dove li prendono? Li comprano? Li fanno da soli? Come riescono a trasformarsi in una copia così precisa del personaggio di turno?
Un costume ben fatto richiede progetto, tempo e competenze. Si studiano immagini del personaggio, proporzioni, tessuti, colori, materiali, accessori. Si cercano parrucche, lenti, scarpe, guanti, fiocchi, armi sceniche, ali, mantelli. Si lavora sul trucco, sul contouring, sugli occhi, sulle ciglia finte, lentiggini incluse, e sulla pelle, resa più simile a quella di un personaggio disegnato. Il volto diventa quasi una traduzione dal fumetto alla realtà.
Oltretutto, c’è un aspetto artigianale spesso sottovalutato. Molti cosplayer cuciono, tagliano, incollano, dipingono, modellano, stampano pezzi in 3D, modificano abiti, studiano fotografie. Il costume diventa dunque una costruzione materiale accuratissima. A quel punto, però, resta un’altra domanda: perché questo fenomeno va così di moda?
Perché piace ai giovani
A dire il vero, il cosplay piace perché offre appartenenza. In una società dove molti legami sono fragili, le community legate a manga, anime, videogiochi e serie creano gruppi riconoscibili. Basta un personaggio, una battuta, un simbolo, un dettaglio del costume e si entra in relazione.
Piace anche perché offre competenza. Il cosplayer bravo sa fare cose concrete: cucire, truccare, posare, costruire oggetti, modificare materiali, interpretare. Non è soltanto uno spettatore: diventa autore di una piccola trasformazione.
Infine, piace perché offre una metamorfosi, un’alternativa ai ruoli della vita quotidiana. Il personaggio presta una forma a qualcosa che già esiste dentro chi lo sceglie. Una ragazza può scegliere Sailor Moon perché in quel personaggio trova amicizia, trasformazione, giustizia, vulnerabilità e forza femminile. Un ragazzo può scegliere un antieroe perché gli permette di dare corpo a rabbia, solitudine, intelligenza o senso di rivincita. Il costume non è soltanto fuga. È anche esplorazione.
Una maschera scelta, non subita
A questo punto viene quasi spontaneo pensare a Pirandello e alle sue maschere. Non perché il cosplay debba diventare una lezione di letteratura, ma perché il collegamento viene da sé. Nella vita quotidiana ognuno di noi viene guardato, interpretato, incasellato dagli altri. Siamo “uno” per noi stessi, “centomila” per chi ci osserva, e a volte rischiamo di non riconoscerci più in nessuna immagine.
Il cosplay, però, aggiunge un elemento diverso: qui la maschera viene scelta. Il personaggio offre per qualche ora una forma nuova. Per questo può essere gioco, divertimento, passione, ma anche un modo per provare una parte di sé che nella vita normale resta più nascosta.
Detto così può sembrare solo un gioco, ma il gioco, nelle culture umane, è spesso una cosa serissima. Attraverso di esso si provano ruoli, si imparano regole, si affrontano paure, si immaginano vite alternative. Il cosplay fa questo con gli strumenti del presente.
Abbiamo perso una radice?
Qui, però, si apre un dubbio più serio. Forse questa fame di personaggi racconta anche una perdita di radici.
Le società tradizionali offrivano identità più stabili: famiglia, paese, mestiere, religione, classe sociale, comunità. Erano identità spesso rigide, a volte pesanti, ma davano una forma. Oggi molte di quelle appartenenze sono più deboli. La libertà individuale è aumentata, ma è aumentata anche la fatica di capire chi siamo.
Una persona contemporanea costruisce se stessa con materiali sparsi: gusti, immagini, consumi culturali, amicizie digitali, estetiche, passioni, community. Il cosplay entra in questo spazio. Offre radici provvisorie, ma intense. Non radici nella terra o nel sangue, ma in un immaginario condiviso.
Sailor Moon può diventare una specie di antenata simbolica scelta: una figura dell’infanzia, della trasformazione, dell’amicizia, della fragilità che diventa forza. Per altri il riferimento sarà un guerriero, una strega, un personaggio gotico, un supereroe, un demone, un investigatore. Ognuno trova un’immagine capace di organizzare qualcosa che dentro era ancora confuso.
Questa è forse la parte più antropologica del fenomeno. Quando le appartenenze tradizionali si allentano, le persone cercano nuovi racconti in cui riconoscersi. Il cosplay è uno di questi racconti.
La questione dello sguardo
C’è infine un ultimo punto, più delicato. Chi si veste da personaggio attira sguardi, fotografie, commenti. La comunità cosplay insiste molto sul rispetto del consenso. Lo slogan “Cosplay is not consent” ricorda che un costume non autorizza invadenza, contatto fisico, battute sgradevoli o fotografie senza permesso.
Questo aspetto conta perché il cosplay vive nello spazio pubblico. È gioco, ma avviene davanti agli altri. È espressione personale, ma incontra lo sguardo collettivo. Perciò richiede una piccola educazione dello sguardo: si può ammirare, sorridere, chiedere una foto, fare un complimento. Si resta comunque davanti a una persona, non davanti a un oggetto scenografico.
La domanda di Sailor Moon
Sono partita dai Coldplay e sono arrivata a Sailor Moon. Nel mezzo ho trovato il Carnevale, il Giappone, Romics, Pirandello, il trucco scenico, il bisogno di appartenenza e quella vecchia domanda che cambia forma in ogni epoca: chi siamo quando cambiamo abito?
Forse il cosplay ci colpisce perché rende visibile una verità antica. L’uomo ha sempre avuto bisogno di maschere per dire qualcosa che il volto quotidiano tratteneva. Oggi quelle maschere arrivano dai manga, dai videogiochi, dalle serie e dagli universi pop. Ieri erano Arlecchino, Pulcinella, il re di Carnevale. Oggi possono essere Sailor Moon, Zelda, Naruto, Darth Vader.
La ragazza al supermercato faceva sorridere, certo. Ma forse sorrideva anche del nostro stupore. Lei aveva scelto apertamente il suo personaggio. Noi, più spesso, indossiamo ruoli molto più discreti e li chiamiamo semplicemente “normalità”.
E allora la domanda resta lì, davanti al banco frigo, molto meno frivola di quanto sembri: quando togliamo il trucco, l’abito, la posa, il ruolo e il personaggio, chi rimane davvero davanti allo specchio?
Immagine creata con IA


