
Miles Davis è stato, senza ombra di dubbio, uno dei più grandi geni della musica mondiale del Novecento, non solo del jazz, ma anche di ogni genere. La sua grande capacità artistica è stata quella di abbattere recinti tra i vari stili, basti pensare alle varie svolte avute nella sua carriera, che gli hanno permesso di lanciare nuove tendenze musicali e di portare al successo anche altri musicisti jazz e non solo, divenuti leggendari col tempo.
Miles Dewey Davis III nasce ad Alton (Missouri), il 26 Maggio del 1926, da una famiglia afroamericana agiata. Già dall’infanzia riceve la sua prima tromba, un regalo che si rivelerà profetico, grazie a John Eubanks, amico di suo padre. Inizia a collaborare con grandi nomi del jazz come Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Tra il 1949 e il 1950 pubblica delle incisioni che verranno raccolte nel disco “Birth Of Cool”, con una formazione chiamata “nonetto” (9 musicisti), in cui Miles Davis collabora con Gil Evans, Gerry Mulligan, Lee Konitz, Max Roach, tra gli altri. Questo lavoro diede il via al cosiddetto “cool jazz”, un jazz dai toni pacati e sussurrati.
Oggi noi vogliamo rendere omaggio al mitico trombettista di Alton, in occasione del centennale della sua nascita, raccontandovi di un suo grande capolavoro, un disco che ha creato un nuovo linguaggio jazz e che è diventato imprescindibile per gli amanti della bella musica, indipendentemente dai vari generi. Si tratta di “Kind Of Blue”, lavoro uscito nel 1959 e apprezzato non solo dagli amanti sfegatati del jazz, ma anche da chi ama il rock, il soul, il pop e via dicendo. L’album venne registrato in due sessioni allo studio della Columbia Records . Anche il cast arruolato per questo lavoro fa la parte del leone. Troviamo grandi musicisti come John Coltrane (sax tenore), Cannonball Adderley (sax contralto), Bill Evans (pianoforte), Wynton Kelly (pianoforte soltanto in “Freddie Freeloader”), Paul Chambers (contrabbasso) e Jimmy Cobb alla batteria. È un disco di jazz modale, in cui viene lasciata ampia libertà nelle improvvisazioni, con giri armonici più accessibili rispetto alle complessità del be-bop e dell’hard-bop. Il mood che ne viene fuori è notturno, tenebroso, a tratti malinconico e languido, ma carico di ritmo, swing ed espressività emotiva. Basta lasciarsi catturare da brani come la mitica “So What”, impreziosita da un ottimo intro di piano e dall’interazione briosa tra tromba e contrabbasso, oppure “Freddie Freeloader”, brano in cui viene fuori una spiccata sensibilità blues. Più delicata e malinconica è “Blue In Green”, mentre il ritmo sale nella trascinante “All Blues”, 11 minuti di musica libera da schemi, spedita, a getto continuo e con un incedere morbido ma allo stesso tempo carico di brio. Il disco si chiude con “Flamenco Sketches”, dalle tinte sognanti, posta in scaletta quasi come un commiato dopo l’ascolto di musica coinvolgente e dalle ottime soluzioni armoniche.
Grande peculiarità di Miles Davis è stata quella di aver utilizzato un suono tutto personale, capace di fare scuola e influenzare molti musicisti jazz negli anni a venire. Il suo è uno stile che evita il virtuosismo, si può considerare “virtuosismo del non virtuosismo”, che fa uso di silenzi, a sottolineare la sorprendente imprevedibilità di Miles Davis, e della sottrazione di note. Come per dire “less is more”(meno equivale a molto). Importante anche l’utilizzo della sordina Harmon, che conferisce alla tromba quel suono metallico e oscuro e che trova il suo apice anche nelle ballad. La musica di Miles Davis è stata una musica trasversale, capace di fondersi con altre sonorità senza per questo perdere la sua dignità artistica.
Basti pensare, per esempio, al disco “Sketches Of Spain”(1960), in cui il suo stile convive con la musica popolare spagnola e con quella da camera, forte anche della rilettura del secondo movimento del “Concerto de Aranjuez” di Joaquin Rodrigo. Importanti anche gli album che hanno contribuito a lanciare il jazz-rock, come “In A Silent Way”(1969) e “Bitches Brew”(1970), del cosiddetto “periodo elettrico”, in cui vengono impiegati piano elettrico Rhodes Fender e chitarre elettriche, in una fase in cui Miles Davis voleva avvicinare la sua musica agli amanti di artisti come Sly & The Family Stone e Jimi Hendrix, grazie ai consigli della cantante funk-rock Betty Davis (all’anagrafe Mabry), allora sua moglie.
Il trombettista di Alton si è anche lanciato, negli anni ‘80, nel pop. Ne sono un esempio le cover di “Time After Time”, brano di Cindy Lauper, o di “Human Nature”, composta da Steve Porcaro dei Toto e John Bettis e portata al successo dal grande Michael Jackson. Miles Davis ha anche collaborato con gruppi e artisti come i Toto, Chaka Khan, Scritti Politti, Prince, Sting, Zucchero (con il quale ha inciso la bellissima “Dune Mosse”), tra gli altri. Da ricordare anche la collaborazione con il bassista Marcus Miller, per l’album “Tutu”(1986), influenzato dal pop e dell’elettro-funk sintetici tipicamente anni ‘80, e “Doo Bop”, lavoro pubblicato postumo nel 1992 (Miles Davis morì il 28 Settembre 1991), in cui il trombettista afroamericano si approcciava al mondo della cultura hip-hop, grazie al produttore e beatmaker Easy Mo Bee (che negli anni ‘90 collaborerà con rapper come Notorious BIG e 2Pac, tra gli altri). Questo fu un lavoro allora malvisto dagli integralisti del jazz, ma che dimostra la ben nota apertura di Miles Davis a nuovi suoni. Il tempo, alla fine, gli diede ragione.
Il rispetto che il trombettista di Alton ha ricevuto dal mondo della musica è stato grande, indipendentemente dai generi musicali. Anche grandi nomi del rock e dell’hip-hop non hanno mancato di tributargli stima. E oltre “Kind Of Blue” noi vogliamo consigliare anche il resto della discografia di Miles Davis, in quanto è una discografia importante e imprescindibile, sia per il suo ruolo nel cambiamento del jazz, che per la sua grande capacità di spaziare, anticipare stili, costruire ponti e non barriere tra le varie musiche, senza mai tenere conto delle critiche ricevute nel corso della sua carriera dai vari puristi del jazz.
Immagine di copertina creata con AI
Scrivi