Un salto nel 1977 con Eugenio Finardi e l’album “Diesel”

EUGENIO FINARDI

Gli anni ‘70, come ben sappiamo, qui in Italia, oltre che da grande musica cantautoriale, sono stati caratterizzati da grande fermento socio-politico. Ci troviamo nei cosiddetti “Anni di Piombo”, pervasi da vari atti di terrorismo da parte dei movimenti politici. In quel contesto si inserisce anche la musica di Eugenio Finardi.

Milanese, da padre italiano e madre statunitense, dopo aver suonato in diverse band, esordisce discograficamente nel 1973 con il 45 giri “Spacey Stacey”, cantato in inglese e inciso per l’etichetta Numero Uno, di Mogol e Lucio Battisti. Ma è nel 1975 che vede la luce il primo album, intitolato “Non Gettate Alcun Oggetto Dai Finestrini”, pubblicato dalla Cramps, etichetta che in quegli anni si occupava del lato più sperimentale della musica italiana. Seguirà il capolavoro “Sugo”(1976), contenente classici come “Musica Ribelle” e “La Radio”, mentre l’anno successivo vedrà la luce “Diesel”, protagonista del nostro articolo di oggi.

Il sound non si discosta molto da quello del suo album precedente, ma qua e là fanno capolino anche accenni di jazz-rock. A livello di testi il disco è un’ottima fotografia della situazione socio-politica italiana di quegli anni. Basta ascoltare tracce come “Tutto Subito” e “Scuola”. Entrambi caratterizzati da sonorità rhythm n’ blues, con presenza di organo, piano Rhodes e sezione fiati, sono pezzi che invitano alla voglia di rivoluzione e di cambiamento, un brano di protesta proletaria il primo, il secondo una critica al sistema scolastico che dovrebbe invitare anche al pensiero critico e non solo trasmettere nozionismo fine a sè stesso. Ottime anche “Non Diventare Grande Mai”, un invito alle generazioni giovani a mantenere sempre lo spirito di rivoluzione, senza cadere col tempo nell’imborghesimento degli ideali tipico dell’età adulta, e “Giai Phong”, che tratta la fine della guerra nel Vietnam e la liberazione di Saigon. Anche in canzoni d’amore come “Zucchero” e “Non è nel Cuore”, non mancano messaggi sociali, mentre la title-track, con un groove da fare invidia agli Steely Dan, esalta l’intraprendenza e la forza dell’impegno e del lavoro, contro il qualunquismo, l’arrendevolezza, ma non manca l’invito a non farsi sfruttare. Un altro dei pezzi degni di nota del disco è la conclusiva “Scimmia”, un brano che tratta il tema della tossicodipendenza attraverso immagini crude, ma invitando a non cadere in questo baratro e ritrovare la forza di uscirne.

“Diesel”, oltre ad avere dalla sua testi di spessore e capaci di rappresentare la situazione italiana di quegli anni, trae linfa anche dai suoi arrangiamenti, che toccano rock, rhythm n’ blues, funk e jazz-rock grazie a ottimi musicisti come Ares Tavolazzi e Patrizio Fariselli, facenti parte del gruppo jazz-rock degli Area, il batterista Walter Calloni, sovente presente nei dischi di Lucio Battisti, Ivan Graziani e Antonello Venditti, musicista dotato di ottimo senso del groove, il violinista e polistrumentista Lucio Fabbri, il sassofonista Claudio Pascoli, il bassista Hugh Bullen, e Alberto Camerini, qui presente con le sue chitarre, prima di darsi, negli anni ‘80, allo stile new-wave (vi ricordate “Tanz Bambolina” o “Rock ‘N Roll Robot”?”). Il cast dei musicisti presenti dona al disco notevoli strutture musicali ricche di ottime soluzioni armoniche, con massiccia presenza di piano Rhodes, basso e di tanto in tanto anche sezione fiati, per una musica sì complessa, ma allo stesso tempo  accessibile.

Pur appartenendo a un decennio diverso (gli anni ‘70 in questo caso) questo lavoro riesce tuttora a mantenere la sua freschezza, è musica capace di scuotere le coscienze, di invitarci alla riflessione e saper offrire una panoramica delle varie contraddizioni di quegli anni, riuscendo tuttora a essere attuale. Ed Eugenio Finardi sviscera questi argomenti senza cadere nella retorica, la sua è una rivoluzione pacifica che sa dare voce agli sfruttati, agli ultimi e riesce a leggere l’animo umano con le sue forze e le sue debolezze, senza peccare in sentimentalismi sterili. Per chi ha voglia di riscoprire il cantautorato italiano degli anni ‘70 “Diesel” è l’occasione giusta, un disco immancabile in una discoteca personale ricca di ottima musica.

Immagine creata con I.A.

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