Ikoke? Hikikomori spiegato a mia nonna, a mia madre e – forse – a me stessa

hikikomori

Un dialogo immaginario con mia nonna e mia madre per comprendere l’enigma dell’hikikomori: tre generazioni a confronto su come il silenzio, un tempo segno di vergogna o fatica, sia diventato oggi una forma di difesa dal mondo

L’enigma “Hikikomori”

Se avessi dovuto spiegare a mia nonna che cos’è un hikikomori, so che mi avrebbe guardato con aria interrogativa, come faceva quando sentiva parole che non appartenevano al suo mondo.
Nonna Teresa, che parlava solo il dialetto siciliano, avrebbe detto: «Icòche? È ’na cosa ca si mangia?»
«No, nonna,» le avrei risposto, «è una persona che non esce più di casa».
Al che lei avrebbe subito ribattuto: «E perché? Che ha? È malata? È in lutto? Si vergogna?»

Nel suo mondo contadino, infatti, restare a casa presupponeva sempre un motivo serio, e starci più del necessario faceva pensare che qualcosa si fosse incrinato — nel corpo, nell’animo o nella dignità.

Tre generazioni e un cambiamento di sguardo

Oggi, invece, ci sono ragazzi che trascorrono mesi chiusi in una stanza, davanti a uno schermo, immersi in un tempo che non scorre più.
Per mia madre, nata nel 1946, figlia di un dopoguerra che insegnava la disciplina ma cresciuta poi negli anni della rinascita e delle contestazioni, sarebbe stato ancora più incomprensibile.
Lei aveva conosciuto la libertà come conquista, e uscire significava vivere, affermarsi, respirare dopo anni di silenzio collettivo.
Per questo avrebbe liquidato tutto con tre parole asciutte: «È uno sfaticato».
Non per durezza, ma per un senso pratico che non cercava spiegazioni.

Io, nata negli anni Settanta, vivo nel mezzo di quei mondi.
E guardando i ragazzi che si ritirano, sento che dietro quel silenzio non c’è pigrizia, ma un disagio più profondo, come se la vita avesse perso il suo ritmo naturale.
Forse quella stanchezza che non sapevamo nominare ha trovato voce in una parola giapponese: hikikomori.

Un Hikikomori ante litteram

Ma a ben vedere, il ritiro non è un’invenzione dei nostri tempi.
Ogni epoca ha conosciuto i suoi solitari, anche se li ha chiamati in modi diversi.
Penso a Leopardi, chiuso nella sua stanza a Recanati, solo che la sua solitudine era un atto di conoscenza, non di fuga; un silenzio che generava pensiero, non vuoto.
Oggi, invece, il ritiro assume un’altra forma: non più contemplazione, ma difesa.
E dalla stanza di Leopardi a quella degli hikikomori, il silenzio sembra lo stesso, ma non lo è più: da spazio del pensiero si è trasformato in barriera contro il mondo.

Ma allora, che cosa significa davvero questa parola?
E perché proprio dal Giappone è arrivato il nome che ha dato volto a questo nuovo modo di rendersi invisibili?

Dal Giappone all’Occidente: due culture davanti al ritiro

Hikikomori significa “chiudersi dentro”: hiku, tirare; komoru, ritirarsi.
La parola nasce in Giappone alla fine degli anni Novanta, in un momento in cui il Paese — ancora scosso dallo scoppio della bolla finanziaria — cercava di ritrovare se stesso dopo decenni di euforia produttiva.
Quel modello di società perfetta, fondato sull’efficienza e sul sacrificio personale, cominciava a mostrare le prime crepe.
A poco a poco, il successo non appariva più come una promessa, ma come un peso.
Di conseguenza, molti giovani, cresciuti con l’idea che fallire fosse un disonore, si sentirono smarriti davanti a un futuro che non garantiva nulla.

Del resto, in una cultura dove il dovere coincide con l’identità e l’onore con la produttività, non riuscire equivale a perdere la faccia.
E poiché il dolore, in Giappone, non si mostra mai apertamente, esso si traduce in silenzio.
A pensarci bene, è la logica antica del Paese dei samurai, dove l’harakiri non era un gesto di disperazione, ma la purificazione estrema dell’onore.
Alla fine del Novecento, quella stessa compostezza riemerse in una forma nuova: i giovani non si toglievano più la vita, ma sceglievano di sparire come atto di discrezione. Risultato? Essere “hikikomori” è diventato  un modo moderno di chiedere perdono restando invisibili.

Eppure, quando questa parola ha attraversato i confini, ha trovato in Occidente un terreno diverso, dove le stesse mura assumevano tutt’altro significato.

Un nuovo modo di essere invisibili

Nel nostro mondo, infatti, il ritiro non nasce dalla vergogna, ma dalla stanchezza.
Non è la vergogna di aver deluso gli altri, ma la fatica di non deludere se stessi.
In Europa — e soprattutto in Italia — la pedagogia di Maria Montessori e la psicologia moderna avevano insegnato che l’ascolto vale più dell’obbedienza, che la libertà è la prima forma di rispetto.
Fu un passo enorme, quasi una rivoluzione.
Tuttavia, col passare dei decenni, quel principio educativo si dilatò fino a diventare una rete troppo morbida: nel desiderio di proteggere i figli da ogni ferita, li abbiamo protetti anche dal confronto con la realtà.

Così, le madri che un tempo alzavano la voce cominciarono a chiedere scusa; i padri che imponevano iniziarono a spiegare.
Non fu disinteresse, ma smarrimento: non si capiva più se educare volesse dire contenere o comprendere.
E mentre il Giappone si chiudeva per eccesso di dovere, l’Occidente si ritraeva per eccesso di comprensione.
Due estremi lontani che, in fondo, si toccano nella stessa fragilità.

Alla fine, passando da una pedagogia del comando a una pedagogia dell’ascolto, abbiamo perso qualcosa di sottile: la forza del limite e la fiducia nella fatica come via di crescita.
Forse è per questo che, oggi, il ritiro appare come la risposta più facile a un mondo che ha smarrito la misura.
Se ci si pensa, il gesto è antico: cambia solo il suo volto.
Un tempo era il chiostro, poi lo studio, poi la stanza del poeta.
Oggi è la camera da letto, con le tapparelle abbassate e il computer acceso — un chiostro digitale, paradossalmente più affollato ma non meno silenzioso.

Cerchiamo di capire le tappe che portano a questo isolamento.

Il ritiro come linguaggio

Chi si chiude non lo fa di colpo.
Prima salta la scuola “perché si sente a disagio”, poi evita gli amici, poi tutto il resto.
La vita si riduce a una stanza, e il tempo, lì dentro, rallenta.
Fuori, i genitori restano in attesa, parlano attraverso la porta, lasciano un piatto sul pavimento.
Quel silenzio, tuttavia, non è follia: è un linguaggio che chiede tregua, un modo per dire “non riesco più a reggere il rumore del mondo”.
E fino a poco tempo fa chi non aveva provato quella condizione difficilmente riusciva a comprenderla.

Il lockdown: la prova generale del silenzio

Poi è arrivato il 2020, e per la prima volta tutti abbiamo vissuto ciò che fino ad allora avevamo solo intuito.
Le case si sono fatte confini, le strade si sono svuotate, abbiamo trascorso le giornate davanti allo schermo.
Durante il lockdown abbiamo scoperto che la sicurezza può diventare prigionia e che la solitudine, se protratta, cambia forma: da spazio di riflessione diventa abitudine, quasi conforto.
Molti, quando il mondo ha riaperto, hanno respirato di nuovo; altri hanno esitato.
Per qualcuno quella stanza era diventata un rifugio sicuro, un luogo dove il tempo non feriva.
Da allora hikikomori non è più sembrata una parola lontana: è diventata uno specchio in cui riconoscerci.

Le parole come difesa

Forse è per questo che continuiamo a usarla.
Il suono giapponese addolcisce ciò che ci fa male: ci permette di nominare il dolore senza esserne travolti.
Ci affascina la lingua di un Paese che sa dare un nome a ogni crepa — ikigai (la ragione per cui vale la pena vivere), kintsugi (l’arte di riparare con l’oro ciò che si è rotto), hikikomori (il gesto di chi si ritira dal mondo) — come se nominare l’invisibile potesse renderlo sopportabile.
Adottare queste parole dunque non è un vezzo esotico, ma un modo per riconoscere ciò che ci appartiene.
Dare un nome, da sempre, è il primo passo per non perdersi.

Ikoke?

E allora, se oggi potessi davvero spiegare a mia nonna che cos’è un hikikomori, non le direi solo che si tratta di chi si chiude in casa per paura del mondo.
Le direi che è il segno di una stanchezza collettiva, di un’umanità che non riesce più a reggere il peso delle proprie promesse.
Lei mi guarderebbe in silenzio, e io — questa volta — saprei cosa rispondere: che il problema non è chi si ritira, ma chi non sa più tendere la mano.
In fondo, tra il suo tempo e il mio, la solitudine è la stessa: è cambiato solo il modo di attraversarla — e forse non lo sappiamo più fare.

Foto di Orna da Pixabay

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