
“La chiave che apre i cuori non è fatta di ferro, ma di ascolto, rispetto e verità. Non forza serrature: attende il momento giusto, gira piano e lascia entrare la fiducia. Ogni cuore, in fondo, si apre soltanto davanti a chi sa bussare con gentilezza”. Stefano Girotti Zirotti
Le “Chiavi” di Alfred Milot, raccontano una storia di fatica e riscatto. Sbarcato in Italia come profugo dall’Albania, Milot ha trasformato questo simbolo in una metafora del cammino umano: nelle sue opere la chiave appare spesso storta, piegata, raggomitolata, segnata dagli ostacoli che la vita impone.
Quella di Cervinara, il paese dove è cresciuto lavorando nelle botteghe di un falegname e di un fabbro, custodisce però anche un messaggio luminoso. Grazie all’incontro con la famiglia Bianco, che ne intuì il talento e lo sostenne negli studi fino al diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, la sofferenza si è trasformata in opportunità. Così quella chiave non apre soltanto porte: apre alla speranza. Esorcizzano il male e diventano un inno alla gioia e all’amore fraterno.

Nella foto sopra, la Chiave a Firenze
Le grandi sculture in acciaio Corten acquistano leggerezza, sfidano le leggi della gravità e si snodano lungo strade e piazze, in Italia e all’estero. Sono monumenti che indicano una direzione, perché la chiave che apre i cuori non piega nessuno: orienta, unisce e insegna che anche dalle ferite può nascere futuro.

Oggi Milot propone al pubblico della Biennale Arte di Venezia una portata speciale: chiavi servite su piatti di porcellana. Il messaggio è netto, quasi provocatorio: “No more Keys”. Dice l’artista: “non bastano ancora guerre, violenze, soprusi, sfruttamento delle risorse del pianeta, inquinamento?”.
E allora eccole servite, le ultime chiavi dell’avidità consegnate a una tavola che nessuno dovrebbe più apparecchiare.
Un messaggio potente che trova spazio nel padiglione della Guinea Equatoriale, una delle nazioni più piccole del mondo. La tavolozza scelta dall’artista richiama il respiro delle verdi foreste incontaminate: azzurro cielo, blu d’acqua, gialli e rossi floreali, decori tribali, luci vivaci che contrastano con le storture di quelle chiavi deformate dall’egoismo e dalla cupidigia.
Alfred Milot, foto a sinistra, lancia così un monito e insieme un appello: non dimenticate ciò che ci è stato donato e cambiate rotta prima che sia troppo tardi per rimediare.
Qui sopra, la Chiave in Cina
Foto dell’artista





