Il calice della vendetta: Rosmunda tra storia longobarda e regalità ferita

calice

In una tavola di Fortunino Matania il banchetto di corte diventa il luogo in cui la violenza del potere incontra la memoria del sangue. Al centro della scena una donna regge un calice con una fermezza che trasforma l’oltraggio in presenza sovrana: attorno a lei si addensano regalità ferita, lutto dinastico e destino

The Gruesome Cup

Fra le immagini più potenti dedicate all’alto Medioevo, The Gruesome Cup (La coppa macabra) occupa un luogo singolare. L’opera, eseguita da Fortunino Matania in matita e gouache su tavola e legata alla stagione delle sue illustrazioni storiche per Britannia and Eve (rivista illustrata britannica di larga diffusione), viene generalmente datata al 1942 e appartiene a quella piena maturità in cui l’artista napoletano trasforma la ricostruzione erudita in racconto visivo, in teatro della storia, in dramma sospeso.

Fin dal primo sguardo, la tavola rivela la qualità più alta di Matania, vale a dire la capacità di concentrare una vicenda intera in un solo istante. La scena raffigura il banchetto in cui Alboino, re dei Longobardi, impone a Rosmunda di bere in una coppa ricavata dal cranio del padre Cunimondo, re dei Gepidi sconfitto in battaglia. Entro il fasto della corte vittoriosa, l’oggetto del convivio si carica così di un significato atroce: trofeo di guerra, resto dinastico, segno di dominio, ferita esibita davanti agli astanti.

Qui si riconosce la grandezza dell’immagine. Matania affida tutta la tensione al contegno della donna, alla verticalità della figura, alla misura del gesto, alla gravità raccolta del volto. Il banchetto assume allora il carattere di una cerimonia crudele, e l’episodio storico si innalza a scena esemplare, perché nella mano che regge la coppa si raccolgono insieme il peso della stirpe, l’oltraggio del presente e la maturazione della vendetta.

Fortunino Matania, archeologo dell’immaginazione

Per comprendere davvero quest’opera conviene soffermarci sulla figura del suo autore. Fortunino Matania nacque a Napoli nel 1881 e costruì gran parte della propria carriera a Londra, entro il mondo della grande illustrazione europea. Lavorò per testate di vastissima diffusione, fra cui The Sphere e poi Illustrated London News, raggiungendo una fama precoce grazie a una tecnica accuratissima, a una conoscenza quasi filologica del costume storico e a una rara capacità di orchestrare la scena.

Successivamente, dopo essersi imposto come uno dei più intensi illustratori del fronte durante la Prima guerra mondiale, orientò il proprio talento verso il racconto storico. La lunga collaborazione con Britannia and Eve gli offrì il terreno ideale per elaborare episodi dell’antichità e del Medioevo con rigore documentario e intensità narrativa. In questa stagione ogni tavola nasce da una duplice fedeltà: da una parte la precisione dell’indagine storica, dall’altra la restituzione del pathos umano.

Proprio in questa convergenza si comprende la sua grandezza. Nell’artista, il dettaglio possiede sempre una funzione strutturale. L’armatura, il mantello, la suppellettile, la postura del corpo, l’inclinazione del volto e perfino il ritmo delle ombre partecipano alla costruzione del senso. Per questo la sua illustrazione raggiunge spesso la nobiltà di un quadro, mentre il racconto per rivista acquista la densità di una scena teatrale. La coppa macabra vive precisamente in questo spazio, dove l’accuratezza documentaria si unisce a una straordinaria capacità di restituire la vita interiore dei personaggi.

A questo punto conviene entrare più a fondo nella materia storica che l’artista sceglie di evocare.

Il secolo di Alboino e dei Gepidi

La vicenda di Rosmunda si svolge nel cuore del VI secolo, quando l’Europa centro-danubiana era attraversata da migrazioni, guerre e ridefinizioni di potere. I Longobardi, popolo germanico in ascesa, erano guidati dal re Alboino. I Gepidi, stanziati nell’area danubiana, avevano in Cunimondo il loro sovrano. Lo scontro fra i due regni culminò attorno al 567 con la vittoria longobarda, favorita anche dall’alleanza di Alboino con gli Avari. Cunimondo cadde in battaglia e la figlia Rosmunda passò sotto il dominio del vincitore, che in seguito la prese in moglie. Pochi anni dopo, nel 568, Alboino guidò i Longobardi in Italia, aprendo una nuova stagione della storia della penisola.

Entro questo quadro, Rosmunda acquista una statura che supera di gran lunga quella della semplice protagonista leggendaria. Appartiene a una dinastia sconfitta, custodisce il prestigio di una regalità spezzata e viene assorbita, per forza politica prima ancora che matrimoniale, nella corte del vincitore. Nel suo destino personale si riflette il passaggio di potere fra due mondi germanici. Il matrimonio con Alboino assume così il valore di un sigillo imposto sulla rovina di un regno.

La fonte medievale e il destino di una memoria

Il grande testimone della vicenda è Paolo Diacono, autore della Historia Langobardorum, composta nel secolo VIII. La sua opera, redatta circa due secoli dopo i fatti, rappresenta la fonte più celebre e più influente per la memoria longobarda. Gli studiosi la considerano essenziale proprio perché unisce tradizione, memoria politica e costruzione narrativa, restituendo insieme il volto della storia e quello della sua elaborazione culturale. In essa la figura di Rosmunda acquista il rilievo di un exemplum, capace di condensare in pochi tratti il linguaggio del potere, dell’offesa e della vendetta.

Da quel momento, nella memoria narrativa del cronista, prende forma il proposito di vendetta destinato a condurre alla morte del re. La tradizione successiva fece di questa storia il nucleo più memorabile della leggenda di Rosmunda.

La coppa, trofeo e reliquia

L’oggetto centrale della tavola di Matania mostra tutta la sua densità simbolica. In quanto trofeo di guerra, il cranio trasformato in vaso cerimoniale celebra la vittoria di Alboino e la sua supremazia sul nemico sconfitto. Come resto umano di Cunimondo, esso conserva la presenza del padre e della stirpe. In quanto coppa da banchetto, entra nel cerimoniale della corte, trasforma la memoria in rito e converte la violenza in spettacolo politico. Per questo la scena possiede una forza durevole: l’oggetto raccoglie insieme potere, genealogia e profanazione.

L’intensità dell’episodio risiede anche nel rovesciamento interiore che esso custodisce. Per il re la coppa vale come segno di possesso assoluto; per Rosmunda quello stesso oggetto si carica del valore di reliquia profanata del padre, urna della memoria, luogo in cui il sangue regale continua a parlare. Matania coglie con esattezza questo passaggio. La protagonista tiene la coppa con una delicatezza che diventa immediatamente restituzione simbolica. Il gesto si volge al padre, al suo nome, alla sua permanenza nel tempo. E proprio qui l’arte raggiunge la sua profondità morale.

Da questa ferita esibita scaturisce anche il seguito della sua storia.

Rosmunda, principessa, regina, congiurata

L’immagine acquistò tanta forza nella cultura europea anche perché il destino di Rosmunda prosegue oltre il banchetto. Secondo Paolo Diacono, la regina organizzò l’uccisione di Alboino a Verona con l’appoggio di Helmechis, figura vicinissima al sovrano, e con il coinvolgimento di altri uomini della corte. L’assassinio, collocato attorno al 572, pose fine al regno dell’odiato sovrano e aprì una fase convulsa della vicenda longobarda. In seguito Rosmunda fuggì a Ravenna, entro l’orbita bizantina, dove la tradizione la colloca ancora al centro di un ulteriore intreccio di potere, veleno e morte.

Qui emerge uno dei motivi più affascinanti della sua leggenda. La donna attraversa tre condizioni regali e simboliche insieme: figlia del re sconfitto, sposa del re vincitore, poi artefice della rovina del sovrano che l’aveva creduta preda definitiva. Una simile parabola conferisce alla sua figura un’aura tragica che attraversa i secoli e spiega la sua fortuna nella storiografia, nella letteratura e nelle arti visive. La cultura rinascimentale e moderna trovò infatti in lei una materia perfetta, poiché vi si intrecciano regalità, offesa, memoria familiare e vendetta politica.

La sovranità del contegno

A questo livello, Matania innalza il materiale storico e leggendario a una meditazione figurativa sul contegno. Rosmunda appare come la forma stessa di un dolore governato. La schiena diritta, il braccio composto, il volto raccolto e la misura dell’atteggiamento trasformano l’oltraggio in maestà. Qui risiede il cuore dell’opera: l’umiliazione, attraversando una coscienza regale, si trasfigura in disciplina, e la disciplina si prepara a diventare destino.

Da qui promana il fascino profondissimo della tavola. Rosmunda incarna una regalità interiore che il vincitore non sa interpretare. Alboino esibisce il proprio dominio; lei raccoglie il padre, custodisce la genealogia e porta a maturazione la caduta del re. Nel suo gesto convivono dunque il lutto e il futuro, la memoria e la decisione.

Vale ora la pena aggiungere qualche notazione ulteriore, capace di ampliare la prospettiva del racconto.

Tre notazioni che arricchiscono il racconto

Una prima notazione riguarda proprio Paolo Diacono, che inserisce un dettaglio destinato a imprimersi nella memoria dei lettori. Egli riferisce di avere visto personalmente quella coppa in mano al re Ratchis durante una festa, e questo particolare, sospeso fra testimonianza e strategia narrativa, contribuì moltissimo alla fama dell’episodio.

Un secondo elemento concerne la fortuna figurativa di Rosmunda. La sua storia conobbe infatti una lunga vita letteraria e teatrale, e proprio la scena della coppa divenne il fulcro iconico più adatto alla rappresentazione, perché concentra in un solo gesto genealogia, politica e ferita familiare. La Rosmunda di Giovanni Rucellai, nel primo Cinquecento, testimonia ad esempio quanto presto questa materia fosse entrata nel grande repertorio tragico europeo.

Un ultimo aspetto riguarda lo stesso Matania. Dopo la notorietà conquistata come illustratore di guerra, egli trovò nelle scene dell’antichità e del Medioevo un secondo vertice creativo, al punto da trasformare le pagine di rivista in un vero museo narrativo della storia. La coppa macabra appartiene proprio a questa fase aurea, in cui l’artista fece della precisione documentaria il veicolo di un pathos aristocratico e controllato.

Un’immagine che continua a parlare

A distanza di secoli dal banchetto veronese e di decenni dalla tavola di Matania, Rosmunda conserva una presenza vivissima. La ragione risiede nel fatto che questa scena raccoglie in un solo istante alcuni dei grandi temi della civiltà europea: la memoria dei padri, la violenza della conquista, il corpo femminile come luogo di passaggio dinastico, la vendetta come risposta alla profanazione, la forma come ultimo baluardo della sovranità. Tutto confluisce in quella coppa alzata con misura.

Image by daves19387 from Pixabay

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