Giro d’Italia, si parte oggi. Ricordiamo i momenti più salienti della corsa

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Giro d’Italia. Quest’anno inizia l’8 maggio in Bulgaria. Sbarcherà in Italia a Catanzaro, solo quattro giorni dopo, per poi risalire la penisola sino alle Alpi. Con le tappe di montagna tradizionalmente decisive. Infine la passarella finale, a Roma, il 31 maggio. Tre settimane che, una volta, fermavano l’Italia. Con gli spettatori in perenne attesa delle immagini dei corridori, di fronte al televisore in bianco e nero. E le vicende della corsa descritte dalle entusiaste telecronache di Adriano De Zan.

Poi il Processo alla tappa, condotto da Sergio Zavoli. Un palcoscenico dove i velocisti Basso e Zandegù si accapigliavano a parole, dopo essersi sfidati sul traguardo. E dove trovavano spazio i “chiacchieroni” come Vito Taccone e Vittorio Adorni. Il primo, idolo degli abruzzesi, ma che in carriera vinse solo un Giro di Lombardia. Il secondo, idolo di chi scrive e che invece il Giro lo stravinse nel 1965. Poi si portò a casa anche un Campionato del Mondo (1968) e divenne conduttore televisivo.

Lo Stelvio, la “Cima Coppi” del Giro d’Italia

Una passione, quella del sottoscritto con il ciclismo, nata quando frequentavo ancora la prima o la seconda elementare. La presi guardando le immagini dell’arrivo della tappa decisiva dello Stelvio (2750 m.) del Giro 1961. Stravinse il lussemburghese Charlie Gaul, che all’epoca era di gran lunga lo scalatore più forte. Ma l’italiano Arnaldo Pambianco riuscì a staccare nettamente il fuoriclasse francese Anquetil. E arrivando secondo riuscì a mantenere la maglia rosa e a vincere il suo (unico) Giro.

Ma il Giro per il quale chi scrive si esaltò maggiormente (così come Adriano De Zan) fu esattamente quello di 50 anni fa, nel 1976. L’ultima corsa a tappe in cui si sfidarono a pieno titolo i due giganti del ciclismo moderno: Merckx e Gimondi. Ebbene,se è vero che ride bene chi ride ultimo, tra i due rivali chi ha riso benissimo è stato Gimondi. Perché l’ultima sfida con “il Cannibale”, in quel giro del 1976, se l’aggiudicò lui.

Quel Giro d’Italia di 50 anni fa, quando Gimondi batté Merckx

Merckx, poco più che trentenne, tentava di aggiudicarsi la corsa per la sesta volta, per battere il record da lui detenuto in comproprietà con Coppi e Binda. Nessuno avrebbe scommesso su Felice Gimondi, allora quasi trentaquattrenne. Invece, dopo sei tappe riservate ai velocisti, Merckx cominciò ad accusare un primo ritardo di una cinquantina di secondi, nella crono di Ostuni.

Il giorno dopo, al Lago di Laceno, Felice indossò addirittura la maglia rosa, con Merckx staccato di 1’04”. Alla tredicesima tappa, sulla salita del Ciocco, si fece sotto De Muinck, collocandosi a soli 16 secondi dal primato. De Muinck scavalcò Felice Gimondi alla diciannovesima tappa, con arrivo in salita alle Torri del Vajolet.

Merckx sarebbe crollato il giorno dopo, sulla salita del Bondone, perdendo altri sei minuti dai due battistrada. Dopo aver vinto l’ultima tappa di montagna in volata proprio su Merckx, Gimondi compì il suo piccolo capolavoro nella successiva tappa a cronometro. Staccò De Muinck di 44″ e si riprese la maglia rosa, vincendo il Giro d’Italia per la terza volta.

Indimenticabili e decisive tappe a cronometro e di montagna

Molte altre volte le tappe a cronometro, spesso calendarizzate all’ultima o alla penultima tappa, sono state decisive per la vittoria finale. Come lo fu nel 1984, quando Francesco Moser dominò l’ultima tappa di Verona, strappando al francese Fignon la maglia rosa e relegandolo a 1’03”. O come nel 2000 quando Stefano Garzelli, dopo la cronoscalata Briançon-Sestrière scavalcò in classifica Francesco Casagrande, aggiudicandosi il Giro. Ma sono state le tappe di montagna le più esaltanti e selettive, soprattutto quelle decisive.

Come dimenticare la tappa del 1° giugno 1968, con arrivo alle Tre Cime di Lavaredo, che segnò l’inizio dell’era del cannibale Eddy Merckx. Il belga, sapientemente gestito dal suo compagno di squadra Vittorio Adorni sino ai piedi della salita, attaccò sotto una bufera di neve. Recuperò uno per uno i 12 fuggitivi che nel frattempo si erano sfarinati. Da ultimo il piccolo Giancarlo Polidori. Gianni Motta e Italo Zilioli arrivarono a 4 minuti, Felice Gimondi, in lacrime, addirittura a 6. Merckx si prese la maglia rosa e la indossò sino a Milano.

L’incredibile impresa dello sconosciuto Fausto Bertoglio (Giro d’Italia 1975)

A noi, tifosi dei ciclisti italiani è rimasta impressa, invece, la tappa dello Stelvio che concluse il Giro del 1975. Lo sconosciuto Fausto Bertoglio si era preso la maglia rosa nella cronoscalata di San Marino, strappandola a Giovanni Battaglin. Quest’ultimo era stato risucchiato in classifica e, con l’arrivo delle grandi salite erano diventati temibili gli scalatori spagnoli. Primo su tutti Francisco Galdòs, che aveva già indossato la maglia rosa all’inizio del Giro.

Gli organizzatori avevano previsto l’ultimo arrivo del Giro proprio sullo Stelvio, per questo la corsa sembrava fatta su misura per gli scalatori. Ma, per arrivare al traguardo avevano scelto uno stradello laterale sterrato, non la strada asfaltata tradizionale. Lo stradello era talmente stretto che il transito delle macchine al seguito della corsa era stato interdetto. A un paio di ciclisti che avevano bucato, alcuni meccanici dovettero consegnare a mano la ruota di scorta, dopo averla portata in spalla per alcune centinaia di metri in salita.

Galdòs attaccò per tutta la tappa. Ma Bertoglio non cedette di un metro. Alla fine, sulla salita finale, erano rimasti solo loro due. Vinse Galdòs ma, incredibilmente, fu il secondo arrivato ad alzare le mani. Perché aveva vinto, da sconosciuto, il Giro d’Italia.

Giro d’Italia 1988, la terribile tappa del Gavia

Terminiamo con la terribile tappa che decise il Giro d’Italia 1988. Quella del Passo di Gavia (2618 metri). Durante la notte la neve aveva imbiancato il percorse ma, alla partenza, era giunta la notizia che gli spazzaneve avessero sgomberato la strada. Il “patron” della corsa, Vincenzo Torriani, nonostante il freddo e le previsioni meteo avverse, decise di far partire regolarmente i corridori. Lungo la salita, però, calò la nebbia e riprese a nevicare. Poi, ben presto, tutto si trasformò in una bufera.

L’olandese Van der Velde raggiunse per primo il passo. Poco dopo, però, fu costretto a fermarsi a causa di un principio di congelamento. Trovò rifugio in un camper. Risalì in bicicletta ma arriverà al traguardo staccato di 47 minuti. All’arrivo di Bormio furono molti quelli che dovettero ricorrere a coperte calde per riprendersi dal gelo. Altri andarono incontro a principi di assideramento. La tappa fu vinta dall’altro olandese Breukink sullo statunitense Andrew Hampsten, secondo per soli 7″. Questi però indossò la maglia rosa e la mantenne sino al traguardo finale. Fu l’ultimo Giro d’Italia organizzato dall’indimenticabile “patron” Vincenzo Torriani.

Foto di Maikel Mardjan da Pixabay

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