Londra, Roma, Milano ed il sedere che si allarga

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Vivere a Londra per buona parte dell’anno ha grandi vantaggi: impari a conoscere nuove culture, riscopri un senso di civiltà che nel nostro paese si è perso, incontri persone di tutto il mondo. La tua mente si amplia, i tuoi orizzonti si allargano fino a che non ritorni a casa tua, in Italia, e la realtà ti colpisce come un pugno in faccia: non sono i tuoi orizzonti ad essersi allargati, è il tuo sedere.

A Londra, notoriamente, ognuno si veste come gli pare, per solito male, senza che questo desti scalpore, anzi: incontrare una donna in evidente sovrappeso, inguainata in un mini abito che le incornicia ogni rotolo è così normale che non ci fai più caso. E ti rilassi anche tu, spesso dimenticando femminilità ed eleganza. 

Quando torni a Roma non ti accorgi subito della diversa atmosfera e continui ad essere la mezza britannica che sei diventata, abbigliata alla bell’e meglio in abiti informi e pantaloni larghi. 

Poi inizi a guardarti intorno ed il confronto ti ammazza: loro, le donne che ti passano accanto, sono tutte belle e vestite con cura e tu sembri una scappata di casa. Devi fare qualcosa, urgentemente.

Inizi con un meticoloso controllo di tutto ciò che il tuo armadio contiene; ti accorgi che non c’è niente che ti vada bene: è tutto del colore sbagliato, del taglio sbagliato o, e lì ti prende un colpo, di una taglia troppo piccola.

“Quando cavolo è successo che mi è cresciuto il sedere?” ti domandi e, contemporaneamente, ti passano per la testa i ricordi di birre e fish and chips che hai  trangugiato allegramente nei pub. Perché la donna inglese beve e mangia ma tu sei italiana, destinata ad un digiuno che hai violato. Ben ti sta, adesso dieta. E devi anche comprare qualcosa di nuovo.

“Ma sai che c’è?” ti dici, colta da una brillante folgorazione, “Devo andare a Milano, farò shopping lì!”. E questo segna la tua fine.

Come mi ha sapientemente illustrato qualche anno fa la mia amica Loredana, una donna di media corporatura ha un peso per ogni città: a Londra è considerata magra, a Roma normale. Ma Milano non ti perdona: a Milano sei grassa. Ed in effetti sbarchi a Milano e vedi solo donne curate, eleganti e magrissime. 

Tu, però, sei un’ottimista e ancora una volta pensi che ce la farai: tu sei furba, mica ci vai da sola a fare shopping! Tu puoi contare sul prezioso aiuto di un amico dotato di enorme buongusto che ti accompagnerà per negozi.

Ci metti poco a capire che non sarà una rilassante passeggiata di shopping. 

Come nel medioevo quando, prima di essere giustiziati, i condannati venivano portati in giro perché la folla li vedesse e li umiliasse, così il giro per negozi diventa la tua gogna e ti ritrovi ad uscire dai camerini inguainata in pantaloni che, teoricamente, dovrebbero cadere morbidi ma su di te sembrano calzamaglie.

Il tuo amico scuote la testa:

“Non mi ero accorto che Valentina fosse così deforme..” leggi nei suoi pensieri.

“Una taglia in più?” ti propone la commessa.

“Un modello diverso?” le rispondi tu, cercando di salvare un brandello di dignità.

Ma poi il tuo amico dice una cosa e tu capisci che è finita:

“E se provassimo da Marina Rinaldi?”

Marina Rinaldi…

Marina Rinaldi ha abiti bellissimi ed è fantastica, per carità, ma Marina Rinaldi veste donne in evidente sovrappeso e, per solito, di una certa età e tu non vuoi essere né l’una né l’altra.

Ingoi la disperazione e l’orgoglio ed entri nel negozio; la commessa ti guarda:

“Signora, noi abbiamo taglie forti, lo sa? Per lei sarà difficile.”

Il tuo cuore ha un sussulto di felicità, raddrizzi la schiena ingobbita dalle umiliazioni, lanci un’occhiata al tuo amico, “Hai sentito, ‘tacci tua?” dice il tuo sguardo, ma poi ti fermi e pensi: magra no, grassa no. Quindi devo essere deforme.

Il giro di shopping termina e hai comprato nulla.

La sera hai una cena. 

Previdentemente, avevi portato da casa alcuni capi da combinare tra loro ma ormai l’ansia da corpo deforme ha preso il sopravvento e ti abbigli mescolando così male colori e fantasie che, guardandoti allo specchio, hai la netta percezione che anche un britannico avrebbe qualcosa da obiettare. 

Mentre pensi “Ma non potevo farmi integralista musulmana, così con un bel burqa avrei risolto tutto?” arriva tua cugina, milanese, elegante e filiforme.

“Aiuto!” le dici, indicando il patchwork di colori e tessuti che hai indosso. 

Lei sorvola sul tuo aspetto da profuga ed indica un abito che hai lì con te, comprato a Londra, quando non sapevi di avere tutte le deformità che hai scoperto a Milano. 

Lo indossi.

“Ma è perfetto, ti sta benissimo.” dice lei.

“Ma spuntano le gambe.” replichi tu.

“Certo, le hai!” risponde lei disarmante.

Ti guardi allo specchio e pensi che se a Londra quell’abito ti stava bene deve starti bene anche a Milano e che, travolta dall’attenzione tutta italiana all’abbigliamento, hai semplicemente dimenticato l’insegnamento dei britannici: vestiti come ti pare e sii felice. Anche se un bell’abito aiuta sempre. E aiuta pure come ti guarda tua cugina milanese.

Foto di Christina Altwicker da Pixabay

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