
Avrei dovuto laurearmi in Scienze Politiche nella sessione di luglio. Mi mancavano ancora pochi paragrafi per completare la tesi in storia contemporanea che avevo già cominciato a battere a macchina. Per raccogliere le ultime informazioni che mi interessavano, quel 9 maggio, di mattina, mi recai alla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea che aveva sede in un principesco palazzo della Roma rinascimentale, tra Via delle Botteghe Oscure e l’antico ghetto.
Verso le 12:30, dopo alcune ore di ricerche, uscii per andarmi a prendere un caffè e mangiare un tramezzino al bar del Teatro Marcello, a circa duecento metri, oltre Piazza Campitelli. Poi tornai sui miei passi e, pochi minuti prima dell’una, svoltai l’angolo della chiesa di Santa Caterina dei Funari. Infine imboccai Via Caetani, dove aveva sede la biblioteca.
La strada era quasi deserta. Il primo tratto era ristretto da alcuni bandoni di metallo che nascondevano il transennamento dei lavori di restauro della chiesa ed era l’unico della via dove non erano parcheggiate le macchine, perché avrebbero impedito o almeno fortemente intralciato il passaggio delle auto. Dall’altro lato, al n. 32, il custode della biblioteca era appoggiato all’angolo del portone, a godersi il sole. Più avanti c’erano quattro operai che fumacchiavano in silenzio.
Via Caetani poco prima del ritrovamento
Prima di entrare mi fermai un attimo sulla soglia dell’ingresso perché, voltandomi, la mia attenzione era stata attratta dal passaggio di una ragazza alta, con in braccio un grande mazzo di fiori, che sembrava seguirmi. Era vestita con uno chemisier bianco fiorato, con la cinta in vita e una gonna sopra il ginocchio che metteva bene in mostra le sue lunghe gambe. Portava i tacchi alti; i capelli neri, lunghi e ondulati, le cadevano sulle spalle. Oltrepassò il portone della biblioteca e proseguì per via Caetani. La seguii con lo sguardo e anche i quattro operai dopo di me fecero altrettanto. Poi salii lo scalone del palazzo e tornai al primo piano della biblioteca, dove avevo lasciato i miei appunti come segnaposto. Era passata da poco l’una.
Intorno alle 13:30 cominciarono a udirsi alcune sirene della polizia. Inizialmente, né io né gli altri lettori vi facemmo caso. Poi, al loro reiterarsi, mi sorse il dubbio che fosse accaduto qualcosa di cruento, nei paraggi. Allora mi alzai per andare a curiosare in strada e, sul pianerottolo, m’imbattei in una commessa che annunciò: «Per strada è pieno di polizia e carabinieri. Hanno bloccato l’uscita di Via Caetani e si esce dal lato di Via dei Funari!»
Senza dargli retta, scesi di corsa lo scalone, superai il cortile rinascimentale dell’antico palazzo e mi diressi verso l’uscita di Via Caetani. La polizia impediva l’accesso in strada e aveva bloccato anche l’afflusso di auto e pedoni dalla parte di Via dei Funari. Notai subito che la maggior parte degli uomini in divisa sembrava circondare una macchina rossa, parcheggiata contro mano di fronte alla biblioteca, dall’altro lato della via, proprio davanti ai bandoni di metallo dei lavori di restauro della chiesa di Santa Caterina. Ripensai al mio passaggio di nemmeno mezz’ora prima, e ricordai benissimo che quella macchina non c’era.
Una misteriosa Renault parcheggiata in Via Caetani
La mia prima impressione fu che le forze dell’ordine presumessero che all’interno dell’auto fosse collocata una bomba, dato che la polizia tentava continuamente di ricacciare all’interno del palazzo i curiosi che ormai affollavano la soglia del portone. Mi rivolsi al custode che, con l’aria di chi sapesse tutto di ciò che stava accadendo, si era appartato qualche metro più indietro: «Hanno trovato una bomba?» gli chiesi.
«Ma quale bomba. Il primo agente in borghese che è arrivato ha già aperto la macchina con un piede di porco e non è saltato in aria… Lì dentro c’è Moro!»
La strada, poco prima tranquilla e vuota, ormai stava diventando una bolgia. Mi accorsi che, all’interno, due persone stavano risalendo di corsa l’altro scalone del palazzo per dirigersi verso la discoteca di Stato, che aveva sede nell’ala opposta a quella della biblioteca. Era la troupe dell’emittente privata GBR. Grazie alla mia frequentazione delle TV private romane, conoscevo infatti uno di essi, che aveva in spalla una telecamera portatile.
In quella Renault c’era il corpo di Moro
Pur non essendo mai entrato nell’ala della discoteca, intuii che, di lì, si sarebbe potuto osservare meglio quanto stava accadendo in Via Caetani. Salutai il cameraman e li seguii. L’altro, probabilmente un giornalista, non fece obiezioni. I due si fecero aprire una finestra che dava su un balcone sovrastante la via e cominciarono a riprendere la scena. Erano le 14:00, circa; della RAI, ancora nessuna traccia.
Dal balcone, vidi che la macchina parcheggiata contro mano, con il muso rivolto verso via dei Funari, era una Renault 4 rosso-Bordeaux, molto impolverata, con la vernice della carrozzeria scrostata in qualche punto. All’interno del bagagliaio, si notava che il sedile posteriore era stato abbassato per far posto a ciò che sembrava un grosso fagotto, avvolto in una coperta di lana color cammello, come una di quelle di casa.
«È Moro?» chiese il cameraman al giornalista. Questi confermò: quel fagotto gettato dietro il sedile posteriore della Renault color amaranto parcheggiata era il corpo inerme di Aldo Moro. Dalla mia postazione riconobbi il ministro Cossiga, con l’ex sindaco Darida. Erano arrivati anche il ministro Bonifacio e il leader comunista Giancarlo Pajetta.
Gli artificieri arrivano in Via Caetani
Dopo alcuni momenti d’irreale silenzio, qualcuno si avvicinò al portellone posteriore della macchina. Erano gli artificieri chiamati dalla forza pubblica. Gli esperti anti sabotaggio cominciarono ad armeggiare attorno alla Renault. Riuscirono ad aprire gli sportelli laterali, poi tastarono con molta cautela il portellone del bagagliaio. L’impresa sembrava alquanto difficoltosa.
Finalmente, si accorsero che la serratura era già stata forzata dal soggetto che il custode della biblioteca aveva visto mezz’ora prima. Poterono quindi aprire facilmente il portellone, sia pure con molta prudenza. Un artificiere alzò il lembo della coperta di lana e, dal mio posto privilegiato di osservazione, intravidi chiaramente il cereo volto di Moro. Pur essendo relativamente lontano, mi sembrò che avesse gli occhi semichiusi e la barba incolta.
Alle 14:45, arrivò un anziano sacerdote, con una stola viola posta di traverso sulla tonaca. Tracciò un segno di croce, con l’olio santo, sulla fronte della povera vittima e gli impartì l’assoluzione. Alle 15:00, un’ambulanza dei Vigili del Fuoco riuscì a farsi spazio tra la folla, con le sirene in funzione. Le forze dell’ordine trassero fuori alcune catene da neve e una busta di plastica che erano in un angolo del bagagliaio. Poi le riposero dentro.
Il corpo dello statista, ripiegato e irrigidito, fu quindi estratto dagli artificieri. Dopo pochi minuti, fu caricato nell’ambulanza che, scortata da alcune volanti della polizia, partì a sirene spiegate.
Autore: Sebastian Wallroth, Wikipedia
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