Diritti, dignità e cittadinanza. Quanto è inclusiva l’Italia?

«Gli omosessuali hanno gli stessi diritti degli altri cittadini». Le parole del generale Roberto Vannacci riportano al centro una domanda concreta: l’uguaglianza consiste nel possedere alcuni diritti oppure nel poter accedere a tutti i diritti riconosciuti agli altri?

La democrazia e la misura della libertà

Quando il dibattito pubblico affronta il tema dell’omosessualità, una delle parole che emerge con maggiore frequenza è “normalità”, un termine apparentemente semplice, eppure straordinariamente scivoloso. Nel linguaggio comune, normale indica spesso ciò che appare più abituale, più ricorrente, più conforme alla consuetudine. Ma in una democrazia ciò che accade più spesso non diventa automaticamente ciò che è più giusto.

La frequenza di un modello non stabilisce infatti il valore di una persona, né la dignità di una relazione. Essere mancini, ad esempio, è meno frequente che essere destrorsi. Parlare una lingua minoritaria è meno frequente che parlare quella maggioritaria. Nessuno, tuttavia, considererebbe queste caratteristiche meno degne di tutela. La democrazia serve anche a questo: impedire che la maggioranza decida da sola che cosa merita tutela e che cosa no.

La parola “normale” e il rischio della semplificazione

Per questo, dire “famiglia normale” non è una formula innocente. Vannacci, parlando di famiglia composta da padre, madre e figlio, propone una definizione apparentemente elementare, forse concepita come provocazione, forse come sintesi identitaria destinata a compiacere il suo elettorato. Tuttavia, se quella formula diventasse il metro esclusivo della normalità, resterebbero fuori milioni di persone: genitori separati, vedovi, famiglie ricostituite, figli cresciuti da un solo genitore, nuclei adottivi, famiglie affidatarie.

E non è così. Una famiglia non coincide soltanto con una struttura anagrafica, ma con una relazione di cura, presenza, responsabilità e amore. Qui torna alla mente una frase ormai entrata nell’immaginario collettivo grazie a Lilo & Stitch: «Ohana significa famiglia. Famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato». Anche se viene da un film, quella frase dice una cosa semplice e potente: la famiglia è il luogo in cui qualcuno viene accolto, custodito e riconosciuto.

Natura, pregiudizio e realtà vivente

Anche la natura, spesso tirata in ballo come se fosse un tribunale, racconta in realtà molto altro. Numerosi studi zoologici documentano comportamenti omosessuali in molte specie animali. L’omosessualità, dunque, appartiene alla varietà del mondo vivente. Definirla “contro natura” o “una questione di gusti”, come fa Vannacci quando paragona chi preferisce la carbonara a chi preferisce il gelato al limone, significa attribuire alla natura caratteristiche che la natura stessa non possiede. Oppure significa ignorare il fatto che, più che una questione di gusti o una devianza, si tratta di un’inclinazione che spesso si manifesta fin dalla prima infanzia.

Questa travisazione finisce per far passare allora per anormale chi ha tendenze diverse da una maggioranza. Che fare? O si ride, pensando magari alla battuta de I soliti idioti, «Ti dà fastidio la parola omosessuale?» o si piange davanti a certe osservazioni e a certi giudizi.

Naturalmente, non bisognerebbe trasformare tutto in una disputa etica o religiosa. Sarebbe semmai opportuno ricordare che il concetto di naturale non coincide automaticamente con quello di giusto o sbagliato. Per fortuna, nella nostra Costituzione i diritti non si assegnano contando quanti stanno da una parte e quanti dall’altra: si fondano sulla dignità della persona. Ma conviene proseguire proprio dalle esternazioni del leader di Futuro Nazionale, perché qui il discorso cambia.

Gli stessi diritti o quasi gli stessi diritti?

Quando Vannacci afferma che gli omosessuali possono guidare un’automobile, entrare in ospedale o svolgere le normali attività della vita civile, descrive una verità parziale. Nessuno mette in discussione che le persone omosessuali siano titolari dei diritti fondamentali riconosciuti a tutti i cittadini. Il punto, però, riguarda un’altra domanda: dispongono degli stessi strumenti giuridici quando costruiscono una famiglia?

La legge italiana risponde in modo meno semplice di quanto si senta dire in televisione.

Dal 2016 l’Italia riconosce le unioni civili tra persone dello stesso sesso attraverso la cosiddetta Legge Cirinnà. Tale normativa ha rappresentato una svolta storica, attribuendo alle coppie omosessuali molte tutele previste per il matrimonio, comprese garanzie patrimoniali, successorie e previdenziali. Eppure l’equiparazione non è completa.

Matrimonio civile, matrimonio religioso e Stato laico

La differenza principale è questa: il matrimonio civile, in Italia, resta riservato alle coppie eterosessuali; le coppie dello stesso sesso possono accedere all’unione civile, cioè a un istituto separato. Tradotto in parole povere, il matrimonio e l’unione civile producono effetti molto simili in diversi ambiti, ma non coincidono pienamente, soprattutto quando si arriva al terreno della filiazione, dell’adozione e del riconoscimento della genitorialità. 

Per questo la frase “hanno già tutti gli stessi diritti” appare una semplificazione. Cerchiamo di capire meglio. Le unioni civili garantiscono diritti importanti come l’assistenza reciproca, la successione ereditaria, la pensione di reversibilità, i diritti patrimoniali, il subentro nel contratto di affitto o le decisioni sanitarie in caso di malattia. Fin qui, tutto ok. Tuttavia lo Stato continua a usare due istituti diversi per situazioni affettive sostanzialmente analoghe. Alle coppie eterosessuali il matrimonio; alle coppie omosessuali l’unione civile.

La differenza pesa su dunque due piani, cioè quello giuridico e quello simbolico. Nel primo caso, perché restano nodi aperti in materia di figli e genitorialità. Nel secondo, perché l’ordinamento sembra dire che due forme d’amore possano essere tutelate, ma non nominate allo stesso modo.

Le ragioni della Chiesa

Diverso è il discorso del matrimonio religioso. La Chiesa cattolica, secondo la propria dottrina, non riconosce il matrimonio sacramentale tra persone dello stesso sesso. In uno Stato laico, però, questa posizione confessionale non dovrebbe determinare il perimetro dei diritti civili. La libertà religiosa tutela la Chiesa nella disciplina dei propri sacramenti; la laicità dello Stato, invece, impone che l’accesso agli istituti civili venga regolato secondo principi costituzionali, non secondo appartenenze confessionali.

Il punto, dunque, non è obbligare una confessione religiosa a celebrare ciò che non riconosce. Il punto è chiedersi perché lo Stato civile debba continuare a distinguere tra matrimonio e unione civile quando sono in gioco amore, responsabilità, assistenza reciproca e progetto di vita.

Genitorialità, adozione e interesse del minore

Anche il tema della filiazione evidenzia differenze significative. Come accennato, le coppie unite civilmente incontrano ancora ostacoli nell’accesso all’adozione piena. Su questo punto, infatti, tribunali e giuristi discutono da anni, perché il nodo riguarda il rapporto tra orientamento sessuale degli adulti e interesse concreto del minore.

Se si sostenesse che soltanto una coppia composta da un uomo e una donna può garantire amore, stabilità e protezione, bisognerebbe fingere che tutte le famiglie eterosessuali siano luoghi sicuri e armoniosi. La cronaca, purtroppo, racconta altro. Esistono madri e padri straordinari, come esistono madri e padri incapaci di cura. L’idoneità genitoriale non dipende dall’orientamento sessuale, ma dalla capacità di educare, proteggere, ascoltare e amare.

Il punto, allora, non è stabilire in astratto se un bambino cresca meglio con due uomini, due donne o una coppia eterosessuale. La domanda è se quel bambino trovi una casa capace di offrirgli continuità affettiva, sicurezza, riconoscimento e futuro.

Da questo punto di vista, sostenere che esistano già tutti gli stessi diritti appare una semplificazione. Più corretto sarebbe affermare che esiste un’ampia convergenza di diritti, accompagnata però da differenze ancora rilevanti nelle aree del matrimonio e della genitorialità.

L’Italia nel confronto europeo e mondiale

Guardando fuori dall’Italia, il quadro diventa ancora più chiaro. Secondo la Rainbow Map di ILGA-Europe, uno dei principali strumenti comparativi europei in materia di diritti LGBTQIA+, l’Italia occupa una posizione arretrata rispetto a molte democrazie dell’Europa occidentale. Paesi come Spagna, Belgio, Danimarca, Islanda, Francia, Germania e Paesi Bassi presentano livelli di tutela più avanzati, soprattutto nell’ambito familiare e matrimoniale. (ILGA-Europe)

Al tempo stesso, sarebbe intellettualmente disonesto ignorare il quadro mondiale. In 65 Paesi, secondo Human Dignity Trust, l’intimità tra persone dello stesso sesso è ancora criminalizzata. In alcuni ordinamenti la repressione arriva fino alla pena capitale: il rischio riguarda, con forme e applicazioni diverse, Paesi o giurisdizioni come Iran, Arabia Saudita, Yemen, Somalia, Nigeria settentrionale, Afghanistan, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Mauritania, Pakistan, Brunei e Uganda. (Fonte Human Dignity Trust)

Il quadro, inoltre, resta in movimento. Nel 2026 il Niger ha introdotto pene detentive da cinque a dieci anni per l’omosessualità, mentre il Senegal ha inasprito le sanzioni contro i rapporti tra persone dello stesso sesso. Questi esempi mostrano quanto la libertà sessuale e affettiva sia ancora fragile in molte parti del mondo. (Fonte AP News)

In questo confronto l’Italia appartiene senza dubbio all’area delle democrazie che riconoscono e tutelano la libertà individuale. La domanda, tuttavia, non riguarda il paragone con le peggiori realtà del pianeta. Riguarda la distanza che separa il nostro ordinamento dal principio di uguaglianza sostanziale proclamato dalla Costituzione.

La qualità di una democrazia

La democrazia rivela il proprio grado di maturità quando attraversa le vite poste ai margini del racconto dominante. La maggioranza governa; la Costituzione custodisce il confine oltre il quale il numero cessa di essere consenso e diventa esclusione.

I diritti LGBTQIA+ appartengono a questo passaggio. Dietro le formule giuridiche ci sono legami, case, figli, eredità, cure, responsabilità condivise. L’ordinamento, quando distingue troppo, incide sulla biografia delle persone: stabilisce quanto una relazione possa essere visibile, quanto una famiglia possa essere riconosciuta, quanto una cittadinanza possa dirsi intera.

La pari dignità vale quando raggiunge la vita concreta. Vale negli atti, negli ospedali, nei tribunali, nelle scuole, nelle famiglie. Vale quando il diritto passa dalla tolleranza al riconoscimento.

Da qui passa la qualità democratica di un Paese: dalla capacità di dare forma concreta a ciò che la Costituzione promette in principio. Una libertà dimezzata resta fragile; una cittadinanza piena restituisce alla persona il suo posto nello spazio comune.

Immagine realizzata con IA

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