Nucleare in Italia, la premier ne auspica il ritorno

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Nucleare in Italia. Tra le tematiche citate nel discorso dalla Presidente del Consiglio del 13 maggio alle Camere è stato ventilato il possibile ritorno del nucleare in Italia. La premier lo ha indicato come una delle più efficaci risposte alle reiterate crisi energetiche in corso nel mondo. Le tensioni geopolitiche internazionali – secondo la stessa premier – hanno già inciso sulla crescita economica e sul potere di acquisto delle famiglie. Incideranno sempre più – aggiungiamo noi – data la “storica” dipendenza del nostro paese dalle fonti energetiche provenienti dall’estero.

Difficilmente le contromisure adottabili per mantenere le stesse tipologie possono rivelarsi appropriate nel medio e lungo termine. L’imprevedibilità del quadro politico internazionale impedisce infatti di tener conto dell’affidabilità degli Stati esportatori. Lo si è visto in questi ultimissimi anni, quando si è voluto sostituire il gas di provenienza russa con quello qatariota. Con la crisi innescata dal conflitto in Iran, infatti, il problema si è drammaticamente riproposto.

Energie alternative

Ma perché indicare proprio il nucleare tra le soluzioni alternative? Ci sarebbero anche le fonti di energia eolica e solare! In realtà l’introduzione di tali fonti, pur facenti parte delle rivendicazioni “storiche” degli ambientalisti, stenta a decollare. E ciò, non soltanto per le proteste degli ambientalisti attuali. Per quanto riguarda gli impianti di energia eolica, infatti, le regioni Sardegna, Puglia e Marche hanno approvato leggi restrittive per bloccarli. Sono tre regioni dirette rispettivamente dal M5S, dal PD e da Fratelli d’Italia. Quindi, una protesta trasversale.

Sorprendente il comportamento della Sardegna. Nell’isola sono ancora presenti 2 delle ultime 4 centrali a carbone d’Italia. Ma il carbone – peraltro altamente inquinante – i Sardi sono oggi costretti a importarlo, data la chiusura delle loro miniere. Così come le centrali a metano, costrette a importare il gas dall’Algeria o dall’Azerbaigian via Turchia e Grecia e non più dalla Russia o dal Qatar. In Sardegna il metano contribuisce da sola al 40% del fabbisogno energetico regionale. Un altro 20% circa è soddisfatto grazie alle importazioni di petrolio. Con l’attuale prezzo del greggio superiore a 100 dollari al barile e quello del metano alle stelle, il costo dell’energia in Sardegna è il più alto d’Italia.

Impianti solari, eolici e termovalorizzatori

Eppure la Presidente regionale sta intraprendendo una lotta senza quartiere agli impianti eolici e solari che lo Stato ha autorizzato nell’isola. Sia ben chiaro: i terreni improduttivi su cui tali impianti saranno realizzati sono già stati profumatamente venduti da cittadini sardi. Quindi, la lotta all’eolico è quanto meno tardiva.

Anche gli impianti solari trovano difficoltà a decollare per ragioni ambientalistici e non solo in Sardegna. Ma va detto che la loro fabbricazione è soggetta a un quasi-monopolio cinese, con tutte le problematiche geopolitiche già citate.

Altra fonte di energia alternativa potrebbe essere il trattamento rifiuti mediante termovalorizzatori. Una ricetta che stenta ad essere seguita soprattutto nel sud-Italia. A Roma, fortunatamente, il 15 maggio è stata gettata la prima pietra per la realizzazione di un impianto di questo tipo. Produrrà 65 MW complessivi di energia termica ed elettrica, sufficienti ad alimentare circa 200mila famiglie. L’apertura è prevista per il novembre 2029.

Benefici economici della reintroduzione del nucleare

Il nucleare, quindi. Vittorio Chiesa docente di Ingegneria Gestionale al Politecnico di Milano ritiene che: “potrebbe effettivamente occupare un ruolo significativo nella politica energetica italiana”. Inoltre: “contribuire fattivamente alla decarbonizzazione, rafforzando la sicurezza degli approvvigionamenti e riducendo la dipendenza”.

A fronte delle altre rinnovabili, il nucleare porterebbe benefici quali stabilità di produzione, presenza in orari notturni e in momenti poco ventosi. Possibilità di avere inerzia rotante, che le rinnovabili non possono offrire. Inoltre, i reattori di piccola taglia potrebbero fornire energia in tutto o in parte a nuovi quartieri cittadini o a singole industrie con difficoltà di rifornimento. Va detto, però, che il primo impianto nucleare potrà essere in funzione non prima di 8-10 anni. La rilevanza significativa dell’intero programma nel mix energetico nazionale avrà effetto solo a partire dal 2040.

Problemi di accettabilità sociale del nucleare

Va detto altresì che il riavvio del programma nucleare in Italia resta soggetto a problemi di accettabilità sociale, difficilmente sormontabili. Nel quindicennio successivo alla fondazione dell’Euratom (Comunità europea per l’energia atomica/1958), l’Italia era all’avanguardia nel settore. Erano in funzione 4 centrali (Caorso, Trino Vercellese, Borgo Sabotino e Garigliano) + una in costruzione (Montalto di Castro). Poi si verificò il disastro di Chernobyl (ex Unione Sovietica) di rilevanza tale da rimanere impresso nella memoria collettiva. L’opinione pubblica si pronunciò allora (1987) con un referendum abrogativo su un quesito minore. Esso però portò alla dismissione delle 4 centrali e alla conversione di quella in costruzione, con costi altissimi.

Dopo più di 30 anni ci riprovò il governo Berlusconi ad adottare nuove norme che riproponevano la produzione di energia nucleare. In tale occasione fu l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima a porre le basi per un nuovo referendum abrogativo. E anche in tal caso gli italiani (con una maggioranza del 94%) si pronunciarono contro il ritorno dell’energia nucleare. Con il risultato che l’Italia continua a importare, a caro prezzo, energia prodotta dalle 57 centrali atomiche francesi o da quelle slovene.

I disastri di Chernobyl e di Fukushima hanno ‘stoppato’ il nucleare in Italia

Detto ciò, ogni referendum si limita ad abrogare in tutto o in parte determinate leggi ma, a rigore, non ha alcun effetto normativo propositivo. La costituzione italiana, inoltre, non pone alcun divieto alla produzione di energia nucleare nel territorio italiano. Di conseguenza, il Parlamento italiano è libero di approvare nuove norme in materia. L’esperienza, tuttavia, insegna che, prima di riavviare questo complesso iter legislativo e amministrativo è necessario sensibilizzare la popolazione alla problematica.

È indispensabile organizzare prioritariamente confronti con i territori per diffondere le conoscenze, sfatare tabù e confrontarsi con i problemi. Sarebbe necessario affrontare l’argomento in assemblee pubbliche, sui canali media, nelle scuole, in maniera rigorosa e scevra da posizioni ideologiche. L’informazione dovrà essere il più possibile corretta, tale da mettere in luce benefici e criticità, così da risultare credibile.

Soprattutto, si dovrà convincere gli italiani che le nuove centrali non saranno mai dei colabrodi come quelle dell’ex Unione Sovietica (vedi Chernobyl). Né che l’Italia abbia alcuna voglia di fare harakiri, come i giapponesi, situando centrali su litorali marini soggetti a tsunami (Fukushima).

Nucleare oggi, una tecnologia molto più sicura

Negli ultimi 40 anni la tecnologia, nel settore nucleare, ha fatto passi da gigante, anche con il supporto degli scienziati italiani. All’estero sono state introdotte tecnologie innovative altamente più sicure che in passato. Tra esse, gli AMR e gli SMR. Gli AMR (Advanced Modular Reactors), sono tecnologie oggi considerate centrali nei programmi di sviluppo del nucleare in Europa, USA e Asia.

“Gli SMR (Small Modular Reactors  – prosegue Chiesa – (sono) tecnologie di per sé simili ai reattori tradizionali. Caratterizzati da taglie ridotte (fino a 400 MW), maggiore flessibilità operativa e tempi di costruzione stimati più brevi. Rappresentano una possibile soluzione per integrare capacità programmabile e a basse emissioni in sistemi energetici dominati da rinnovabili non programmabili. L’obiettivo a oggi è quello di renderli economicamente sostenibili.”

L’eventuale reintroduzione del nucleare in Italia comporterà, però, la gestione di una serie di procedure cruciali. Dallo smantellamento degli impianti esistenti alla gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito. Dovranno essere quantificati i costi, anche per la ricerca. Fino alla definizione dei siti e alle autorizzazioni ambientali.

Foto di luctheo da Pixabay

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