
Una poesia tradizionalmente attribuita a Pietro Aretino racconta un salvataggio tanto sconveniente quanto geniale. Suor Margherita precipita da un balcone e Fra Carlo diventa, suo malgrado, il più improbabile strumento della Provvidenza rinascimentale
Una caduta che centra il bersaglio
La letteratura italiana custodisce, accanto ai suoi capolavori più solenni, una vena irriverente, sarcastica e corporea, capace di trattare l’osceno con una sorprendente intelligenza formale. Il Dubbio X, inserito nella raccolta dei Dubbi amorosi tradizionalmente attribuita a Pietro Aretino, appartiene proprio a questo territorio, dove la sconcezza diventa ragionamento e il corpo si trasforma in materia letteraria.
Il meccanismo della raccolta è già una piccola invenzione di metodo. Il Dubbio presenta un caso, spesso amoroso, licenzioso o paradossale, e lo conclude con una domanda. Poi arriva la Risoluzione, che scioglie il nodo con una risposta dall’andamento quasi giuridico, applicata però a situazioni decisamente poco accademiche. Aretino, o chi scrive nel suo solco, prende la forma seria del ragionamento e la trascina nel territorio più irregolare del corpo, del desiderio e dell’incidente comico.
Miracolo o cosa?
La scena si apre subito, senza preamboli.
«Sul cazzo che rizzato avea fra Carlo
giù dal balcon cascò suor Margarita,
le ruppe il culo e le salvò la vita.
Dovea perciò dolersi o ringraziarlo?»
In pochi versi accade tutto. Fra Carlo gira con il membro eretto, circostanza già abbastanza singolare per un religioso e tale da far sorgere, con una certa malizia, una domanda preliminare. Dove andava, e soprattutto in quali pensieri era immerso, il nostro frate? Proprio in quel momento, dall’alto, Suor Margherita decide di defenestrarsi, o comunque precipita dal balcone con tempismo teatrale perfetto. La traiettoria la porta a cadere esattamente su di lui, inutile dirvi in quale punto.
L’impatto provoca dolore, imbarazzo e un danno tutt’altro che trascurabile, ma produce anche un effetto decisivo. Grazie a Dio, per non ringraziare altro, la religiosa rimane illesa, almeno per il novantanove per cento del suo corpo. Da qui nasce il dubbio, vero motore del componimento. Suor Margherita deve lamentarsi dell’incidente oppure ringraziare il frate che, nel modo meno previsto da qualsiasi trattato di devozione, le ha salvato la vita? La materia è licenziosa, ma il ragionamento è chirurgico. Ed è proprio questa sproporzione a rendere il testo così irresistibile.
Oggi restiamo sbigottiti davanti a una licenziosità che sfiora la blasfemia; per coglierne il senso, però, occorre fare un salto nel Cinquecento e avvicinarsi all’autore, o presunto tale, di questo celebre componimento.
Pietro Aretino, l’uomo che trasformò la reputazione in bersaglio
Nato ad Arezzo nel 1492, Pietro Aretino attraversò alcuni dei centri più vivi del Rinascimento, da Perugia a Roma, fino a Venezia, dove costruì la parte più celebre della propria leggenda.
Aretino capì che la reputazione, nel Cinquecento, era una materia infiammabile. Bastava una lettera, un sonetto, una satira, una battuta ben assestata per incrinare l’immagine di un potente. In un mondo regolato da corti, protezioni, favori, apparenze e gerarchie, la sua parola diventò una forma di pressione pubblica. Ragion per cui fu chiamato “il flagello dei principi”.
Lo scandalo gli spalancò molte porte, mentre la sua intelligenza letteraria gli permise di andare oltre la posa del provocatore. Scrisse opere religiose, commedie, dialoghi, lettere, componimenti burleschi e testi erotico-satirici. Frequentò Tiziano, dialogò con uomini di potere, entrò nei meccanismi della corte e insieme li mise continuamente alla berlina. Proprio questa posizione ambigua, interna e laterale al sistema, gli consentì di osservare il potere da vicino e di colpirlo dove più temeva, nell’immagine.
Roma, Pasquino e la satira che parlava sui muri
Prima di Venezia, nella formazione della sua fama contò moltissimo Roma. Qui Aretino si legò alla stagione delle pasquinate, testi satirici affissi alla statua di Pasquino, vicino Piazza Navona, che colpivano papi, cardinali e uomini influenti, trasformando la città in una pagina pubblica, anonima e velenosa.
Fra la fine del 1521 e l’inizio del 1522, durante il conclave seguito alla morte di Leone X, Aretino si impegnò nella produzione di pasquinate a favore del cardinale Giulio de’ Medici, futuro Clemente VII, e contro gli altri concorrenti alla tiara. Il conclave elesse invece Adriano VI, il papa fiammingo destinato a risultare inviso agli ambienti romani più mondani e letterari. In quel clima nacquero le Pasquinate del conclave, componimenti mordaci che circolarono attorno alla statua parlante e alimentarono la fama corrosiva dell’Aretino.
Chiamarlo “padre delle pasquinate” rende bene l’idea del suo peso, anche se gli studi invitano alla cautela. Molti testi pasquineschi furono attribuiti al suo nome per la forza della sua fama; quelli riconducibili con certezza alla sua mano sono meno numerosi della leggenda. Resta però il dato essenziale: Aretino diede alla pasquinata cinquecentesca una ferocia e una brillantezza che i contemporanei riconobbero subito.
I Dubbi amorosi e la logica del caso scandaloso
Arrivati a questo punto, il Dubbio X appare meno isolato. Dentro i Dubbi amorosi, la materia oscena entra in una cornice molto riconoscibile. Un fatto, una domanda, una risposta. Quasi un piccolo tribunale dell’assurdo, dove il corpo combina il disordine e la logica arriva subito dopo a redigere il verbale.
La forma richiama le dispute scolastiche, dove si espone un problema e poi se ne offre una soluzione ragionata. La materia arriva invece dalla commedia del corpo. Così nasce il gioco, in cui una struttura intellettuale seria viene applicata a episodi sconvenienti, erotici, comici, spesso impossibili.
Dal balcone alla filosofia
Tornando a Fra Carlo e Suor Margherita, il punto più interessante è il salto di registro. Il poeta parte da una scena indecorosa e la trasforma in un dilemma morale. Il lettore sorride per l’assurdità dell’episodio, poi viene condotto dentro una domanda più sottile. Quando un evento doloroso produce una salvezza, conta di più il danno subito o il beneficio ottenuto?
La risposta arriva nella Risoluzione X.
«Se nel precipitar suor Margherita
non dava il cul sul cazzo di fra Carlo,
certo moria; onde ringraziarlo
dee, che col cazzo suo le diè la vita.»
La parafrasi è semplice. Se Suor Margherita, precipitando, fosse caduta sul selciato, avrebbe perso la vita. Infilzandosi come uno spiedino su Fra Carlo, trova invece un atterraggio rovinoso ma provvidenziale. Per questo deve ringraziarlo, perché proprio quel corpo, nel punto più impensabile, le ha permesso di restare viva.
Qui il poeta porta il paradosso al suo punto più alto. Ciò che appartiene al basso corporeo diventa causa di salvezza. Il frate subisce l’incidente, la suora sopravvive, la morale ufficiale rimane sospesa a mezz’aria insieme alla protagonista. Il riso nasce da questa collisione, da una scena da taverna trattata con la serietà di una sentenza.
Frati, suore e desideri poco disciplinati
La scelta di personaggi religiosi amplifica poi il gioco satirico. La letteratura italiana conosceva da secoli il gusto per le storie di frati intraprendenti, monache poco angeliche e conventi attraversati da tentazioni molto terrene. Boccaccio aveva già aperto questa strada nel Decameron, raccontando un mondo dove la regola spirituale convive con l’astuzia, il desiderio e la fragilità.
Aretino eredita quella tradizione e la rende più teatrale. Il frate e la suora vengono presentati come corpi dentro una situazione comica. Il sacro scende nel teatro della vita materiale, e proprio questa discesa produce il riso.
Il bersaglio profondo è anche il decoro come maschera. Aretino sembra ricordare che ogni istituzione, anche la più solenne, resta abitata da esseri umani che, nella letteratura comica, portano sempre con sé desiderio, caso, goffaggine e incidenti.
Il “grazie al c…” viene da Aretino?
A questo punto il dubbio moderno è inevitabile. Davanti a una poesia in cui una suora dovrebbe letteralmente ringraziare un frate per una salvezza tanto imbarazzante, qualcuno potrebbe pensare che il modo di dire “grazie al c…” abbia avuto origine da questo sonetto.
L’accostamento diverte sicuramente. Entrambi giocano infatti sul cortocircuito fra gratitudine e anatomia maschile. La derivazione storico-filologica tuttavia non risulta documentata. Certo è che, se il proverbio moderno avesse cercato un antenato letterario, Fra Carlo avrebbe avuto tutti i requisiti per candidarsi. Ma veniamo alla questione più delicata, quella della paternità del testo.
Attribuito ad Aretino, ma con paternità discussa
Il Dubbio X si legge nelle raccolte dei Dubbi amorosi e degli Altri dubbj amorosi, tramandate sotto il nome di Pietro Aretino. Diversi repertori digitali, tra cui Wikisource e Liber Liber, lo collocano infatti entro il corpus aretiniano.
Il problema nasce sul piano filologico. La produzione erotico-burlesca legata al suo nome ebbe una circolazione complessa, fatta di manoscritti, edizioni tarde, attribuzioni mobili e testi che sfruttavano la sua fama scandalosa. Una fonte filologica di Nuovo Rinascimento, nel descrivere un’edizione settecentesca dei Dubbii amorosi, li definisce esplicitamente “apocrifi”. Questo significa che la paternità aretiniana dei Dubbi amorosi viene trattata con cautela da una parte della critica. Al netto di questa parentesi, il caso di Fra Carlo e Suor Margherita continua a funzionare perché mette in imbarazzo anche noi, lettori abituati a credere di avere visto tutto. Ci piace pensare al Rinascimento come a un’età di armonia, proporzione e bellezza ideale. Poi arriva Aretino, o chi scrive nel suo solco, e ci ricorda che accanto alle Madonne, ai palazzi e ai trattati sull’equilibrio esisteva una vena comica spudorata, carnale, felicemente sconcia.
Il pudore moderno davanti allo sconcio antico
Forse è proprio questo a sorprenderci. La parolaccia oggi circola ovunque, spesso consumata fino all’innocuità. Qui, invece, conserva una funzione precisa. Entra nel verso come una piccola carica satirica, fa saltare il decoro, ridicolizza la posa, scompone l’autorità e trasforma un incidente irraccontabile in una domanda perfettamente costruita.
Così, cinque secoli dopo, Fra Carlo resta sotto il balcone, Suor Margherita continua a cadere, e il lettore moderno, più pudico di quanto ami confessare, continua a sorridere con un certo disagio. Aretino, o la leggenda che parla con la sua voce, vince ancora lì, nel punto esatto in cui la risata inciampa nella vergogna e la vergogna, suo malgrado, diventa letteratura.
Immagine creata con IA
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