Donato, il coach di Andy Diaz: “Qualcuno non ci crede, ma Ballando ci aiuterà per puntare all’oro olimpico”

(Adnkronos) – Fabrizio Donato si commuove ancora quando ripensa a quella sera. Era novembre del 2021. Sul suo telefono compare una notifica strana. Una chiamata, arriva da Instagram. “Non sapevo nemmeno che sui social si potessero chiamare le persone”, racconta all’Adnkronos. Ad attendere una risposta è Andy Díaz. In quel momento Donato non aveva idea di chi fosse. E non poteva immaginare che, nel giro di pochi mesi, sarebbe diventato per lui come un figlio. Oggi Díaz è campione d’Europa e concorrente di Ballando con le stelle. Eppure, dietro i successi, resta il ricordo di quella telefonata: una voce impaurita, una richiesta d’aiuto e l’inizio di un percorso che ha cambiato la vita di entrambi. 

L’ex triplista azzurro — che in carriera ha conquistato anche 23 titoli di campione italiano assoluto — ripercorre quel primo contatto e racconta come un incontro nato da un emergenza si sia trasformato in un legame sportivo, e prima ancora, umano. Perché, se oggi Díaz guarda al futuro con fiducia, Donato sa di essere stato altrettanto fortunato ad averlo incontrato. 

Cosa ricorda di quella chiamata?
 

Ero titubante. Dall’altra parte sentivo una voce spaventata, che faticava a parlare. Non riuscivamo a comunicare: io non parlavo spagnolo e lui non parlava italiano. “Donato, aiutami, aiutami per favore, aiutami”, continuava a ripetermi. 

Perché ha contattato proprio lei?
 

Avevamo gareggiato insieme. Si ricordava di me perché ero un po’ più grande: io ero alla fine della carriera, lui era ancora giovanissimo. Conosceva il mio percorso sportivo e sapeva che vivevo a Roma, ma non ci eravamo mai parlati né incontrati.  

Eppure, nel momento del bisogno, ha cercato proprio lei.
 

Sì (sorride, ndr). In chiamata cerco di capire cosa voleva e mi rendo subito conto che la situazione era più grande di me. Non si trattava soltanto di fare l’allenatore, ma di aiutare una persona che aveva lasciato il proprio Paese per rifugiarsi in un altro, offrendole una seconda possibilità. Onestamente, non pensavo di avere le competenze e le capacità necessarie per assumermi una responsabilità del genere. 

E invece eccoci qua.
 

Gli dissi: “Guarda, mi faccio risentire io”. Dovevo capire, riflettere un momento. Poi la notte ha portato consiglio. Mi confrontai con alcune persone a me care e il giorno dopo gli suggerii di rivolgersi all’ufficio immigrazione di Roma, per ottenere il primo documento che gli consentisse di soggiornare regolarmente in Italia. Lui lo fece. 

Come si è mosso?
 

Si informò su internet per capire dove andare e che cosa fare. La sera prima raggiunse l’ufficio e dormì sul marciapiede. La mattina presto si presentò allo sportello e ottenne il primo documento che gli permetteva di restare regolarmente sul territorio italiano. 

E il vostro primo incontro?
 

Mi mandò la sua posizione e lo raggiunsi in macchina. Aveva uno zainetto e un trolley, niente di più. Gli dissi: “Guarda, ne parlo con la mia famiglia, con mia moglie e con le mie figlie e, per il momento, ti porto a casa. Non so quanto potrai restare, che cosa riusciremo a fare o se riusciremo davvero ad aiutarti. So però che proverò a darti una mano, perché me la sento. Tu mi chiedi aiuto e il minimo che posso fare è provarci”. 

Un incontro più umano che sportivo.
 

Forse, all’inizio, è stato soltanto umano. L’atletica è arrivata dopo mesi. Si trattava di dare una nuova identità e una nuova vita a un ragazzo che si trovava in Italia senza nulla. Tutto quello che avevo fatto con le mie figlie ho dovuto farlo con lui. C’era ancora il Covid: bisognava occuparsi dei vaccini, del medico di famiglia, del codice fiscale, della residenza e del domicilio. Tutto. 

In un’intervista all’Adnkronos, Andy Díaz ha detto che la formazione cubana lo ha aiutato fino a un certo punto, ma che se oggi è più veloce gran parte del merito è suo. Che effetto le fa sentire queste parole?
 

Per me è motivo di orgoglio e un grande onore. Ma devo essere sincero: siamo stati fortunati entrambi a incontrarci. Lui ha incontrato me e, probabilmente, io ho incontrato lui. Senza Andy forse non avrei avuto un atleta così forte e non avrei potuto dimostrare fino in fondo il mio valore come tecnico. Mi sono trovato ad allenare un atleta già valido, ma insicuro. Può sembrare strano, perché oggi Andy è l’atleta più sicuro di sé che abbia mai conosciuto. All’inizio, però, non era così. 

Forse il suo passato ha influito molto sulla sua personalità.
 

Sicuramente. A Cuba gli avevano fatto credere di non essere un buon atleta, di non avere talento, e lui era arrivato a convincersene. Mi chiedeva spesso: “Ma tu pensi che io possa fare qualcosa? Pensi che sia un talento? Pensi che possa saltare tanto?”. Io gli rispondevo: “Guarda, magari non capirò nulla di questo sport, ma di generazioni ne ho viste passare. Proviamoci. Chissà dove arriveremo. Un tentativo possiamo farlo”. 

E gli allenamenti funzionavano?
 

Nella preparazione fisica ci sono mille modi per intervenire. Dico sempre che non esiste un unico metodo di allenamento valido per tutti. È come cucire un vestito per una sposa. Se oggi Andy è quello che è, il merito è di un insieme di fattori: il suo talento, la mia esperienza, la sua voglia di emergere e, soprattutto, il rapporto che abbiamo costruito. 

Quanto il vostro rapporto ha influito?
 

È sicuramente una delle nostre armi vincenti. C’è fiducia, rispetto e affetto. Trascorriamo talmente tanto tempo insieme che è naturale che sia così.  

Ha avuto fortuna.
 

Nella vita ci vuole fortuna a incontrare le persone giuste. Ti ho appena detto quanto sia stato fortunato a incontrare Andy. E ancora di più lo sono stato a incontrare mia moglie. 

Giusto. Che ruolo ha avuto sua moglie in tutto questo?
 

Senza di lei al mio fianco, niente di tutto questo sarebbe stato possibile. Prova a trovare un’altra moglie a cui dire: “Guarda, porto a casa un ragazzo cubano appena scappato dal suo Paese, senza un euro e senza parlare italiano, mentre in casa abbiamo due figlie”. Non so quante donne avrebbero detto sì, senza battere ciglio. 

Andy con lei ha ottenuto ottimi risultati, ora c’è la nuova avventura con Ballando con le stelle. Com’è arrivata la chiamata di Milly Carlucci?
 

Ci tengo molto a rispondere a questa domanda. Sto leggendo tante cose diverse, alcune anche non vere. Non rispondo perché non vale la pena dare adito a certe voci. “Andy adesso si è distratto, non salterà più, smetterà di fare atletica, sta perdendo tempo”, scrivono. Ma la verità è che anche questa è una strategia. Ogni anno devo capire come portare Andy nelle migliori condizioni all’appuntamento più importante della stagione, che per fortuna finora abbiamo sempre vinto. E il vero obiettivo, naturalmente, è quello olimpico, ogni quattro anni. Noi stiamo già ragionando in vista di Los Angeles 2028. 

Diaz ha detto che è il suo obiettivo principale.
 

Lo è. Proprio in vista di Los Angeles, ancora prima di ricevere la chiamata, avevo pensato di concederci un periodo di rigenerazione fisica e mentale. Da cinque anni Andy gareggia ovunque e vince ovunque. Ma Sinner ci insegna che, a un certo punto, il corpo presenta il conto. Pochi giorni fa è arrivata la notizia che dovrà fermarsi e rinunciare al resto della stagione perché il suo fisico glielo impone. E questo fa riflettere.  

Quindi la chiamata è arrivata al momento giusto.  

Forse nell’unico momento possibile. Se fosse arrivata a maggio, a dicembre Andy avrebbe rinunciato: ne sono certo. Avremmo detto di no, perché le decisioni le prendiamo insieme. Mi piace pensare che arriveremo a Los Angeles 2028 passando anche da Ballando. Mi diverte questa idea. Il programma sarà la nostra arma segreta, un’occasione per rigenerarci e prepararci a fare grandi cose. O almeno, è quello che spero. 

Questo impegno influirà sulla preparazione atletica? Ballando durerà fino a dicembre…
 

No, lo aiuterà a rigenerarsi. Ballare gli permetterà di fare qualcosa che gli piace: per lui è un divertimento, un parco giochi. Potrebbe rivelarsi il mezzo di allenamento migliore che ci potesse capitare in vista di Los Angeles. Poi vedremo come andrà alle Olimpiadi, naturalmente, ma di certo non sarà Ballando a limitare Andy. 

E perché Ballando ha voluto Andy Díaz?
 

Andy spesso si mette a ballare nelle interviste con la federazione. È probabile che qualcuno in Rai abbia visto quei suoi sketch e ci abbia contattati. Lui mi ha detto che ne sarebbe stato felice e così è andata.  

Lo scorso anno abbiamo visto Magnini e Fognini, due anni fa Pellegrini. A Ballando arrivano spesso grandi sportivi, ma quando la loro carriera è ormai giunta alla fine. Andy, invece, è ancora in attività e ha un obiettivo importante davanti a sé.
 

Noi consideriamo il programma uno strumento di preparazione che ci accompagnerà verso Los Angeles. Vorrei sfatare il mito: non si passa alla televisione solo quando una carriera sta finendo. Ballando renderà Andy più forte, più equilibrato, più armonico e, probabilmente, anche più elegante quando salterà. Il ballo e il salto triplo, infatti, non sono poi così lontani: entrambi richiedono armonia, ritmo e sincronizzazione dei movimenti. 

Avete pensato al rischio di infortuni, frequenti tra i concorrenti di Ballando?
 

È un altro punto che voglio chiarire. Partiamo dal presupposto che ci si può fare male ogni giorno, persino cucinando o accompagnando i figli a scuola. Da tecnico, allora, dovrei vietargli anche di uscire di casa. Capisco che possa esserci un piccolo rischio, ma forse per un atleta è persino minore. 

Avete interrotto gli allenamenti?
 

Stiamo seguendo una programmazione minima di mantenimento. È chiaro che Andy non può restare fermo per tre mesi limitandosi a ballare: dobbiamo mantenere una certa condizione, così a gennaio potremo ripartire con una base ancora solida. Parliamo comunque di pochi allenamenti alla settimana, tre o quattro. 

E come sta andando?
 

In queste tre settimane Andy non ha accusato nulla, tanto che lo prendono in giro: Jimmy Ghione gli dice che non suda mai. Non possiamo però sapere in anticipo che cosa succederà. Io do la priorità al divertimento, anche accettando un minimo di rischio. Altrimenti, nel tentativo di proteggerlo da ogni possibile problema, finirei per togliergli qualcosa e magari sottoporlo a uno stress mentale. È una valutazione che abbiamo fatto insieme: se dovesse succedere qualcosa, lo sappiamo e siamo pronti ad affrontarlo. 

La prima puntata è andata bene e Andy ha ottenuto un ottimo risultato. È rimasto sorpreso o se lo aspettava?
 

Diciamo un po’ entrambe le cose. Mi ha sorpreso, ma non del tutto. Conoscendo la sua intelligenza motoria, so quanto rapidamente riesca ad apprendere. 

Intelligenza motoria?
 

Per imparare a modificare un movimento nel salto, io impiegavo tre settimane. Lui ci riesce in tre giorni: questa è intelligenza motoria. Se apprende così in fretta nel nostro sport, mi sono detto che forse sarebbe successo anche con il ballo. Non potevo esserne sicuro, però. Quando l’ho visto, mi sono emozionato: è riuscito a fare persino meglio di quanto immaginassi.  

Che voto gli darebbe da allenatore?
 

Noi due siamo molto simili: siamo terribilmente insoddisfatti di quello che facciamo. Anche quando vinciamo, troviamo sempre qualcosa che non ci soddisfa. Non ci diamo mai dieci: al massimo siamo arrivati a nove. Per essere la prima puntata, quindi, gli do otto. 

Un voto severo…
 

Ripeto, potrebbe meritare anche undici. Ma caratterialmente siamo fatti così: puntiamo sempre al massimo. Prendere dieci significherebbe dire ‘sono arrivato al massimo’. Invece i limiti non vanno soltanto raggiunti: vanno superati. 

C’è qualche giudice da temere?
 

Direi che sono clementi. C’è Zazzaroni, di cui mi fido particolarmente: rappresenta il cuore dello sport. E c’è Barbara D’Urso, che è brava e buona. Sono fiducioso. 

Che cos’è diventato Andy oggi per te?
 

Il fratello maggiore delle mie figlie. Non immagini quanto mi abbia aiutato, anche a far capire loro quanto possa essere difficile la vita e quanto siano fortunate a crescere in famiglie come le nostre, normali, in Italia. Anche Andy ora fa parte della nostra piccola grande famiglia. 

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