Città megalitiche del Lazio, un enigma soltanto per chi non vuol capire

città megalitiche

Città megalitiche. Il paesaggio del Lazio meridionale è costellato di fortezze protostoriche, realizzate a secco, con enormi blocchi di roccia calcarea. Per la loro grandiosità, tali opere furono attribuite ai mitici Ciclopi e perciò dette “ciclopiche”. Altri le hanno attribuite al misterioso popolo dei Pelasgi, definendole così “pelasgiche”. Il nome più appropriato è invece quello di “megalitiche”, dal greco: “grandi pietre”.

Le città megalitiche del Lazio meridionale furono abitate, in epoca preromana, dai popoli conosciuti come i Volsci, gli Ernici e gli Aurunci. Di essi, tuttavia, ancora non si conosce esattamente la differenziazione etnica. La loro tecnica di realizzazione, in base alla catalogazione dell’archeologo Giuseppe Lugli è stata definita “opera poligonale”. In essa si possono riconoscere quattro modalità costruttive dette “maniere”.

Lugli ha catalogato le modalità costruttive delle città megalitiche

Nella prima e nella seconda maniera sono incluse le costruzioni realizzate sovrapponendo puramente e semplicemente i blocchi di pietra grezzi o appena sbozzati. La seconda maniera si differenzia dalla prima per l’inserimento di zeppe o di pietre più piccole tra un interstizio e l’altro. In alcuni casi anche per un primo tentativo di levigatura dei piani esterni. Appartengono a questi stili i contrafforti dell’abbazia di Valvisciolo e il centro storico di San Felice Circeo. Inoltre: l’acropoli di Praeneste (Castel San Pietro Romano), la civita di Artena, la Rocca d’Arce, Segni, Veroli e Montecassino.

Al vero salto di qualità si giunge con la terza maniera. In essa i blocchi hanno le forme perfettamente geometriche di veri e propri poligoni. Le superfici esterne delle fortificazioni sono perfettamente levigate e, quelle di posa, assolutamente combacianti. La riscontriamo sui terrazzamenti di Cori e di Palestrina e nella base del tempio dell’acropoli di Segni. L’esempio più imponente si ha con l’acropoli di Alatri e nelle mura dell’antica Norba e di Ferentino.

Con la quarta maniera, i blocchi prendono forma di parallelepipedi quadrangolari, non sempre perfettamente levigati all’esterno e combacianti con minor cura. Tra essi si distinguono, in particolare, gli “arcazzi” di Anagni e alcune parti dell’acropoli di Ferentino.

Il ‘salto di qualità’ delle realizzazioni individuato da Giulio Magli

Il professor Giulio Magli del Politecnico di Milano ha perfettamente individuato la sostanziale differenza che esiste tra la terza maniera e le altre. Nella terza maniera i blocchi di pietra sono incastrati tra loro in modo che il peso dell’uno contribuisce alla stabilità dell’altro. Come in una specie di “arco pieno”. I blocchi sporgono in contro pendenza sul successivo, generando un effetto di precompressione. Inoltre, tali realizzazioni, essendo prive di leganti, posseggono una straordinaria flessibilità che le rende antisismiche[1]. Nelle altre tre maniere, invece, i blocchi sono solamente poggiati uno sull’altro. Escludiamo, quindi, una correlazione tra la terza e la quarta maniera che dovrebbero essere indipendenti tra loro. Piuttosto, la quarta maniera sembrerebbe derivare direttamente dalla seconda, dati i numerosi esempi di commistione.

Nonostante l’opinione della maggior parte degli studiosi, a noi sembra evidente un differente riferimento cronologico per ognuna delle maniere così identificate. Gli archeologi, in passato, avevano sposato datazioni basse dei reperti murari basandosi sui risultati di sporadici scavi. Recentemente dovuto ammettere la relatività delle loro cronologie. Più affidabile rimane ancora, a nostro parere, il criterio di coerenza tra la tipologia architettonica delle costruzioni e il loro contesto storico. In tal modo tenteremo di fornire una datazione archeologica di riferimento di tali incredibili realizzazioni.

Ipotesi di datazione delle città megalitiche

È ipotizzabile che con le prime due maniere ci si trovi ancora nell’età del ferro o nella cosiddetta età arcaica. Con tale dizione si intende il periodo tra il VII e la prima metà del VI secolo a.C. All’epoca il Lazio meridionale era ancora abitato delle popolazioni locali, comunque denominate. Ad esse, quindi, vanno attribuite le realizzazioni nelle due maniere più “rozze”. Nei casi di commistione tra la seconda e la quarta maniera, sicuramente più tardi, è possibile un’influenza delle scuole etrusche o romana.

L’introduzione della terza maniera è stata ipotizzata dall’archeologo Filippo Coarelli come il frutto della collaborazione di maestranze itineranti di origine greca. Lo studioso ha, infatti, riscontrato un’oggettiva identità della loro conformazione. Sia con quella del muro di contenimento del Tempio di Apollo a Delfi. Sia con quelle dell’acropoli della colonia di Elea, nel Cilento, entrambe risalenti al VI secolo a.C.

Tale collaborazione dovrebbe aver prodotto la diffusione presso le popolazioni locali della cultura e della preparazione tecnologica per la realizzazione delle fortezze architettonicamente più apprezzate. Il tempo di realizzazione di mura di quella dimensione e lunghezza (venti – trent’anni) non sono compatibili con la caratteristica di élite “itinerante” dei diffusori della tecnologia più perfezionata. In quale momento storico e per quale motivo, i Greci avrebbero dovuto supportare le popolazioni del Lazio meridionale, nella realizzazione di tali opere difensive?

Contesto geopolitico del VI secolo a.C.

Esattamente dall’insediamento di una dinastia etrusca a Roma (i Tarquini). Al fine di evitare il ricongiungimento territoriale degli etruschi d’oltre Tevere con i loro connazionali già stanziati in Campania. Questi già rappresentavano un pericolo mortale per le colonie greche di Cuma, Napoli e Pozzuoli. In base al criterio di coerenza con il contesto storico, potremmo, quindi, datare alla seconda metà del VI secolo, sino alle conquiste romana e sannita dei territori, la terza maniera di realizzazione delle cinte murarie.

La quarta maniera rappresenta, per certi versi, un passo indietro, sotto il profilo tecnologico. Da altri punti di vista, lascerebbe dedurre una maggior organizzazione del lavoro. I blocchi, infatti sembrano già lavorati in cava. Poi posati in opera in situ. Il prodotto finito si differenzia, dalle mura romane posteriori all’incendio gallico, solo per il materiale (calcareo anziché tufaceo). Potremmo quindi considerare la quarta maniera una tecnica edilizia prettamente romana. Gli esempi di realizzazioni nella quarta maniera, d’altronde, sono pochi e quasi tutti a scopo di abbellimento. Il fine difensivo delle costruzioni, infatti, dopo la conquista romana, non avrebbe avuto più senso.


[1] Giulio Magli, Il tempo dei ciclopi: civiltà megalitiche del Mediterraneo, Pitagora, Bologna, 2007, p. 14 e ss.

Foto di Stefano Iorio da Pixabay

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