Gli dei, la natura e la sua rappresentazione: il ruolo di Atena nella maturazione di Telemaco 

dei atena telemaco

Nelle pagine giovanili dello Zibaldone Leopardi riporta — con l’intento di smontarle — le idee dei romantici su cosa si può e cosa non si può chiamare poesia. In particolare, parla della critica del romantico Lodovico di Breme nei confronti dei mitologici, che rappresentano le manifestazioni della natura attraverso le personificazioni. Il giovane recanatese risponde a Breme affermando che i poeti antichi «son uomini, e non possono naturalmente e per intimo impulso concepir vita nelle cose, se non umana, e che questo dare agli oggetti inanimati, agli Dei, e fino ai propri affetti, pensieri e forme e affetti umani, è così naturale all’uomo che per levargli questo vizio bisognerebbe rifarlo». 

Secondo Leopardi dunque, la presenza di figure soprannaturali come gli dei nelle opere degli antichi non rende meno verosimile la loro imitazione della natura; anzi, dà voce a un bisogno del tutto naturale per l’uomo. Personificare o addirittura deificare certi fenomeni naturali e certe virtù umane serve a farceli sembrare più familiari, a rendere il loro funzionamento comprensibile alla mente umana. Gli dei infatti si comportano esattamente come gli uomini. Ne condividono pregi e difetti, e anche le motivazioni che li spingono a agire in un certo modo sono tutte umane. In più sono in grado di intervenire nelle faccende umane e determinarne l’esito.

Il ruolo di Atena 

Nell’Odissea — come già nell’Iliade e come poi in molte altre opere della classicità — gli dei consigliano, salvano, mettono in pericolo, convincono e costringono gli uomini a compiere determinate azioni. Rappresentano una forza volubile che guida (e strapazza) gli uomini, pur senza mai farli uscire dal solco del destino immutabile che le Moire hanno scritto per loro. La dea Atena, per esempio, ha un ruolo importantissimo all’interno del poema. Presentandosi sempre sotto mentite spoglie, suggerisce ai vari personaggi (Ulisse, Telemaco, Nausicaa…) strade da prendere, azioni da compiere, piani da mettere in atto. E loro, ubbidendole, tessono la trama della storia.

È proprio Atena che dà il via alla vicenda, quando nel I Libro espone al padre Zeus il suo piano per far tornare Ulisse a Itaca. Dice: «mandiamo Ermes araldo all’isola Ogigia/che subito annunzi alla ninfa [Calipso], che belle/ ha le trecce, un decreto immutabile:/Ulisse dall’animo forte in patria ritorni./Andrò poi a Itaca io, a eccitare suo figlio,/a mettergli forza nel cuore, così che adunati/gli Achei dai lunghi capelli a consiglio, imponga ai Proci di andarsene tutti […]./Poi voglio a Sparta e a Pilo sabbiosa mandarlo/perché di suo padre domandi,/dove possa sentirne parlare s’informi/e perché buona fama acquisti tra gli uomini».

La maturazione di Telemaco

L’intervento della dea rappresenta un grande cambiamento sia per Ulisse che per Telemaco. Ulisse passa dalla reclusione nella gabbia dorata di Calipso alla libertà di poter solcare il mare aperto e insidioso per tornare in patria. Telemaco passa dall’attesa passiva alla ricerca attiva del padre, dimostrando a se stesso e agli altri di essere il degno — oltre che legittimo — erede del grande Ulisse. La sua storia — prima ancora che di ricerca e di speranza — è una storia di crescita, di maturazione. 

Il viaggio verso Pilo e Sparta è un rito di passaggio che trasporta Telemaco dalla condizione di impotenza dell’infanzia a quella di potenza (dal lat. potentia, che significa forza ma anche facoltà, capacità) dell’età adulta. Come afferma Alessandro D’Avenia nell’articolo Il cielo in una stanza della rubrica Ultimo banco: «Telemaco perde il sonno, finalmente la sua vita ha «senso», direzione e significato. Se vuole maturare deve lasciare le comodità e gli alibi infantili: lo farà trasformando in destinazione proprio quello che sembra un destino paralizzante». 

Un fatto umano

La necessità di compiere il proprio destino era già dentro Telemaco e prima o poi l’impulso si sarebbe tramutato in azione. Atena gli dà la spinta necessaria a intraprendere il cammino. È la personificazione della saggezza che mette «la forza nel cuore» del giovane perché egli possa, tra le altre cose, acquistare «buona fama tra gli uomini», realizzarsi presso la comunità come individuo speciale e sopravvivere nel ricordo degli altri. E non c’è niente di inverosimile in un ragazzo che raccoglie un buon consiglio, passa una notte insonne a riflettere sul da farsi e trova il coraggio di agire, di crescere, di affermarsi. È un fatto umano, qualsiasi sia il modo scelto per rappresentarlo.

Foto di 0fjd125gk87 da Pixabay

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Per inserire il commento devi rispondere a questa domanda: *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.