«Ed io chi sono?». Le domande di un pastore errante dell’Asia

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Le belle sere d’estate sono un’ottima occasione per fermarsi a guardare il cielo notturno. Bisogna solo trovare un angolo poco illuminato, alzare la testa e lanciare lo sguardo lontano. Le stelle ci si presenteranno splendenti, fitte, piene di promesse. La luna ci si mostrerà scoperta eppure misteriosa come una dama velata. Se staremo in silenzio ci sembrerà di essere soli davanti all’infinito e se sapremo ascoltarci potremo trovare la strada per scrutare un altro cielo, quello che si estende nella profondità di noi stessi, dove le stelle sono desideri e la luna un gomitolo di interrogativi fondamentali destinati a rimanere sospesi. 

Il pastore errante di Leopardi davanti alla luna silenziosa si chiede «ed io chi sono?». Si pone la domanda delle domande, quella sulla ricerca di identità che sostanzia ogni erranza della storia. Un interrogativo disperato anticipato da molti altri interrogativi, come quelli che chiudono la prima strofa del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia : «Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende questo ragionar mio breve, il tuo corso immortale?». Qui il pastore si chiede perché esistiamo, perché le cose esistono e, soprattutto, se vale la pena di esistere.

La ricerca di senso nasce dallo scontro con l’«abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando il tutto obblia» e dalla constatazione della sofferenza per cui «nasce l’uomo a fatica, […] prova pena e tormento, per prima cosa». Morte e dolore, questo è ciò che rende fragile la vita umana. Una condizione che al pastore errante è risultata terribilmente evidente proprio stando davanti alla luna, che è sì partecipe di un’esistenza che in ultima istanza sembra tendere al vuoto, ma che non conosce né fine né tormento. 

La luna è immobile, onnisciente, eterna e indifferente come un dio lontano. Ha una visione d’insieme della verità che nessun essere umano avrà mai («E tu certo comprendi il perché delle cose, e vedi il frutto del mattin, della sera»). Gli aggettivi per descriverla si sprecano e in quegli attributi c’è tutta la distanza che il pastore cerca invano di percorrere con il suo canto malinconico. Eppure, anche davanti ad un mondo che gli appare desertico e senza speranza, ha la forza di cantare e cantando continua imperterrito a formulare la sua domanda di senso. 

«Forse in qual forma, in quale stato che sia, dentro covile o cuna, è funesto a chi nasce il dì natale», o forse no. Forse nel mondo un’occasione di felicità esiste ma non è capitata a lui. Chi può dirlo? La risposta non arriva, il pastore non ce la fornisce perché Leopardi stesso non ce l’ha. Però attraverso Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, il poeta di Recanati ci insegna che certe verità stanno al di fuori della nostra comprensione, che l’universo rappresentato dalla luna è molto più grande del nostro sguardo. E senza stancarsi di rivolgere gli occhi al cielo, lascia una porta aperta alla possibilità della bellezza del vivere. Proprio lui, che ha avuto una vita costellata di sofferenze e tanti erroneamente chiamano pessimista. 

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