Letteratura e cibo: un intreccio millenario

Quando tra gli addetti ai lavori si pensa all’intreccio tra letteratura e cibo il  pensiero va immediatamente a Pellegrino Artusi che fu prima letterato e poi cuoco e trasformò un manuale di cucina in un testo godibile.

Non di molto antecedente o successiva è poi la letteratura dialettale: si pensi ai romani Adolfo Giaquinto e Aldo Fabrizi o al poeta milanese per eccellenza: quel Carlo Porta che esaltò le virtù del risotto alla milanese.

Il rapporto tra letteratura e cibo è in realtà molto più antico sia nel mondo occidentale, con il poeta siceliota Archestrato di Gela, vissuto nel IV secolo a.C. e con l’oratore romano Marco Porcio Catone, sia in quello prima persiano, poi arabo.

Per evitare di trasformare l’esame di questo fenomeno culturale in un lungo elenco di autori è necessario peraltro fare una doverosa distinzione tra l’uso della cucina, e del cibo in generale,  come artificio narrativo – uno strumento che verrà utilizzato in modo estensivo anche dal cinema – e i letterati, semplici buongustai o cuochi dilettanti, prestati alla cucina al punto tale che i loro testi di ricette hanno ricevuto un successo pari a quello dei loro romanzi e racconti.

In mezzo  possiamo collocare quei letterati che si sono dilettati con estemporanee incursioni in cucina.

Il cibo e la cucina come elemento narrativo

Per quanto riguarda l’uso della cibo come elemento utile ad arricchire la narrazione  è doveroso citare innanzitutto Omero e alcuni passi  della sua Odissea come quelli riguardanti Polifemo, antico casaro, o il fedele Eumeo, che nella nativa Itaca, pur non riconoscendo Ulisse travestito da mendicante, non esita a sopprimere due suinetti ed a prepararglieli allo spiedo cosparsi di farina offrendo allo sconosciuto vino speziato al miele.

Più recentemente, il tema è stato più volte affrontato nel suo blog da Giovanni Fighera, che ha trattato del valore simbolico del cibo nella «Commedia» dantesca, piuttosto  che ne «Il Gattopardo» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,  nelle opere di Gabriele D’Annunzio o in quelle di Giovanni Verga.

Attorno ad un pranzo, quello celeberrimo di Babette, Karen Blixen ha costruito una storia fatta di esilio, dedizione, riscatto e gratitudine, mentre Mario Rigoni Stern, nell’incontro nell’Isba, ha fatto di una minestra di latte e miglio un potente strumento di umanità ritrovata.

Non vi è genere che non vi sia stato contagiato e vengono in mente le citazioni culinarie di George Simenon, col suo Maigret, e di Andrea Camilleri con i manicaretti preparati per il Commissario Montalbano  o le preparazioni incastonate nei romanzi di Italo Calvino.

I letterati prestati alla cucina

Numerosi sono i letterati prestati alla cucina: da Ippolito Cavalcanti, letterato napoletano del ‘700, la cui «Cucina teorico-pratica» fu un vero best seller, al Premio Nobel per la Letteratura Pearl S. Buck, famosa per «La buona terra», ma anche per «La cucina orientale», omaggio alla sua lunga permanenza in Cina.

Impossibile dimenticare poi Alexandre Dumas, il più prolifico romanziere dell’800, autore anche di un ponderoso testo culinario e capace di sfidare sul suo stesso terreno, quello dei maccheroni, un mostro sacro della sua epoca come Cavalcanti.

Insospettabili incursioni culinarie

Vi sono autori che fanno parte del bagaglio formativo di intere generazioni e da cui proprio non ci si attenderebbe la pubblicazione di una ricetta oppure un componimento a tema culinario.

Difficile pensare che Giovanni Pascoli, il poeta de «Il fanciullino» e de «La cavalla storna» (che portava colui che non ritorna) abbia messo in versi la ricetta di un risotto, quello di sua sorella Mariù, o che l’Aldo Palazzeschi de «La fontana malata» e di «Sorelle Materassi» abbia meticolosamente descritto la preparazione de «il pollo al diavolo».

Ancor più sorprendente è «A morte la minestra»: l’invettiva in versi dell’undicenne Giacomo Leopardi che lo lega al mondo di Giannino Stoppani, il Gian Burrasca di Vamba (Luigi Bertelli) reso celebre da Rita Pavone nello sceneggiato televisivo del 1964, e alla sua odiata minestra di capellini.

Il cibo, che nella cultura di massa è convivialità, amore, accoglienza, può diventare, quindi, anche avversione.

C’è  un vero e proprio  filone letterario del ‘900, oggetto del saggio  di Francesca Calamita «Linguaggi dell’esperienza femminile Disturbi alimentari, donne e scrittura dall’Unità al miracolo economico» ed incarnato dalle scrittrici  Neera (Anna Maria Zuccari), Sibilla Aleramo (Marta Felicina Faccio),  Wanda Bontà, Paola Masino  e Natalia Ginzburg  in cui i disturbi alimentari sono elementi centrali della narrazione.

Segno che il cibo, nella vita come nella letteratura, non è mai solo nutrimento del corpo.

Foto di นิธิ วีระสันติ da Pixabay

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