10 giugno 1940, 80 anni fa Mussolini annunciò l’entrata dell’Italia in guerra

10 giugno 1940. Ce l’hanno insegnato a scuola. E’ il giorno in cui Benito Mussolini si affacciò al balcone di Piazza Venezia e annunciò l’entrata dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. Dopo ottanta anni possiamo dire che, con quell’annuncio, consegnò il nostro paese al disastro completo e a un ruolo di secondo piano nel mondo.

«Le dichiarazioni di guerra sono state consegnate agli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna» proclamò Mussolini di fronte a una folla osannante. Dichiaravamo guerra agli alleati con i quali avevamo vinto la Prima guerra mondiale. Per abbracciare la follia di un’ideologia – il nazismo – contraria a ogni forma di civiltà.

Gli ex amici (Francia e Gran Bretagna) già a quel tempo non erano due “repubbliche delle banane”. Insieme, grazie ai loro imperi coloniali, controllavano quasi la metà del pianeta. Inoltre, erano in ottimi rapporti con la prima potenza economica mondiale, cioè gli Stati Uniti. Contemporaneamente l’altro nuovo alleato – il Giappone – stava già tentando di occupare il paese più popoloso del mondo, cioè la Cina.

Anche se ‘non belligeranti’ eravamo già dalla parte dei nazisti

I libri di storia ci dicono che quel 10 giugno l’Italia era già in stato di guerra. Aggredendo l’Etiopia, uno Stato facente parte della Società delle Nazioni (l’Onu di allora) e poi ammesso tra le potenze alleate vincitrici. Il Trattato di Pace del 1947, infatti, sancisce anche la conclusione di un ininterrotto stato di guerra tra l’Italia e l’Etiopia iniziato nel 1935.

Anche l’omologazione del fascismo al nazismo, d’altronde, era già iniziato. Sembra che Gran Bretagna e Francia avessero comunque offerto all’Italia un formale protettorato sull’Etiopia. Mussolini rispose: «No, la voglio con una guerra!». Il 5 settembre 1938, l’ineffabile Re d’Italia aveva firmato i decreti immediatamente esecutivi concernenti la discriminazione dei cittadini di “razza ebraica”. Il 14 dicembre la Camera li ratificò “per acclamazione”. Al Regio Senato vi furono 10 voti contrari.

Il 22 maggio 1939, l’Italia aveva firmato con la Germania nazista l’alleanza offensiva del “Patto d’acciaio”. Ciò non impedì a Hitler, nell’agosto 1939, di stringere un patto politico militare con il comunista Stalin, cioè il principale nemico del Mussolini della prima ora. Né di occupare gran parte dell’Italia tra l’8 e il 10 settembre 1943, senza alcuna dichiarazione di guerra.

Hitler non ci permise di raggiungere nessuno degli obiettivi di quel 10 giugno

Quando, quel 10 giugno di ottant’anni fa, Mussolini si affacciò dal balcone, la II Guerra mondiale era iniziata da nove mesi. Francia e Gran Bretagna l’avevano dichiarata alla Germania il 3 settembre 1939, dopo che Hitler, contravvenendo a tutti i patti e i trattati precedentemente firmati, aveva già occupato Austria e Cecoslovacchia e invaso la Polonia. In base al “Patto d’acciaio”, quindi, anche l’Italia doveva essere in guerra.

Lo stato maggiore delle forze armate, presieduto dal maresciallo Badoglio, aveva però convinto Mussolini che non eravamo preparati a combattere una nuova Guerra mondiale. Infatti era così. I nostri armamenti erano stati impiegati nella Guerra d’Etiopia e, senza l’uso dei gas, non saremmo riusciti nemmeno ad entrare ad Addis Abeba. Anche nella guerra civile spagnola, non avevamo fatto militarmente una brillante figura. Salvo a bombardare la popolazione civile a Barcellona e a guidare l’aviazione tedesca nella più cruente azione di Guernica. Idem in Albania. Fatto sta che il capo del fascismo rimase per un po’ in attesa degli eventi.

Poi nella primavera del ’40, Hitler aveva conquistato Danimarca, Norvegia e Olanda. Aveva buttato a mare il grosso dell’esercito inglese a Dunkerque e si apprestava a concludere la battaglia per la presa di Parigi. Mussolini dichiarò di aver bisogno di “qualche migliaio di morti” per sedersi da vincitore al tavolo della pace. Così il 10 giugno si affacciò al balcone.

I vantaggi dell’entrata in guerra del 10 giugno 1940 li ottenne solo Hitler

Già il 22 giugno, la Germania costrinse i francesi alla stipula di un armistizio (poi dichiarato nullo dal generale De Gaulle). Purtroppo per Mussolini, in quel “tavolo della pace” si sedette solo Hitler. I tedeschi si installarono a Parigi e in tutta la Francia settentrionale e occidentale atlantica. All’Italia invece non fu assegnato nemmeno un centimetro quadrato di territorio francese. Hitler aveva rispedito al mittente le velleitarie richieste mussoliniane di Nizza, Savoia, Corsica e Tunisia.

Così rimanemmo gli unici a combattere militarmente una guerra terrestre (in Africa) contro l’esercito inglese. E contro i numerosissimi sudditi di sua maestà britannica del Commonwealth e dell’Impero. I risultati furono disastrosi. Tranne rare eccezioni contrassegnate da episodi di eroismo, ci andò male anche sui mari. Anche qui a combattere da soli contro la flotta britannica. In seguito, ci andò anche peggio.

A Mussolini venne in mente di “spezzare le reni alla Grecia”. Badoglio, talmente sicuro della disfatta, preferì dimettersi da Capo delle Forze Armate. Poi dichiarammo guerra anche alla Jugoslavia e ci mettemmo a far gara con i nazisti in fatto di efferratezze verso i civili. Infine dichiarammo guerra anche alla Russia. Insomma, tranne che con i nazisti, avevamo dichiarato guerra a tutti quanti. Il solco con i nostri vicini, nonostante i successivi sforzi della Resistenza e della Repubblica democratica, fu talmente profondo che ancora oggi ne subiamo le conseguenze. E chissà per quanto tempo ancora.

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