Il 25 aprile di 75 anni fa, gli italiani decisero di far da soli

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui a Milano il Comitato di Liberazione composto da Alfredo Pizzoni, Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani proclamò l’insurrezione generale dei territori ancora occupati dai nazifascisti. Si ordinò a tutte le forze partigiane di attaccare i reparti fascisti e tedeschi imponendo loro la resa prima dell’arrivo delle truppe alleate.

L’ordine consistette in un famoso proclama lanciato intorno alle ore 20:00 da Radio Milano Liberata. Lo lesse il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il comunicato passò alla storia con la frase “Arrendersi o perire”. Tale intimazione – secondo il proclama – andava fatta a tutte le forze nazifasciste.

«Sia ben chiaro che chi sarà colto con le armi in mano sarà fucilato. Solo chi abbandona oggi, subito, prima che sia troppo tardi, volontariamente, le file del tradimento. Solo chi si arrende al Comitato di Liberazione Nazionale, consegna le armi – quante armi può – ai patrioti avrà salva la vita. Se non si sarà macchiato personalmente di più gravi delitti».

Il 25 aprile Mussolini e i gerarchi furono condannati a morte e poi fucilati

Il CLNAI aveva preso la decisione dell’insurrezione già la mattina del 24 aprile. La sera dello stesso giorno, nel capoluogo lombardo, le brigate partigiane iniziarono i combattimenti nelle fabbriche della periferia. Altri reparti partigiani si avvicinavano da sud e da ovest. Parallelamente il CLNAI «in nome del popolo italiano», stabilì la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, incluso Benito Mussolini.

In realtà l’azione partigiana di conquista del territorio era già in corso da alcuni giorni, con o senza il supporto alleato. Senza contare quanto accaduto nei mesi precedenti. In particolare, l’episodio principale della guerra di liberazione nel Centro-sud, cioè le 4 giornate di Napoli.

Nei decenni, l’effettivo concorso italiano (sia da parte delle formazioni partigiane che dell’esercito regolare) alla Liberazione d’Italia è stato minimizzato. Questo perché di esso non si tenne conto nelle clausole del Trattato di pace del 1947 tra la Repubblica Italiana e le forze alleate. Per stabilirlo bisogna evidenziare i fatti.

Il 25 aprile in Emilia

Già la mattina del 21 aprile il I Battaglione regolare “Friuli” del ricostituito esercito italiano entrava a Bologna avanzando lungo la via Emilia insieme al Corpo polacco. Solo dopo un paio d’ore entrarono da sud gli americani. Questi continuarono la loro avanzata verso nord e raggiunsero il Po a San Benedetto. Lo attraversarono il giorno 22. Ugualmente fecero il XIII Corpo britannico, presso Ficarolo, per dirigersi in Veneto.

L’insurrezione a Ferrara iniziò il 21 aprile. Le brigate cittadine affrontarono aspri scontri contro le truppe tedesche in ritirata e contro i reparti fascisti, in attesa dell’arrivo delle colonne motorizzate alleate. I partigiani discesero dalle montagne e si impegnarono a cercare di bloccare le truppe tedesche nella vicina Fornovo.

Qui si avrà l’ultima grande battaglia della campagna d’Italia, detta “della Sacca di Fornovo”. In supporto dei partigiani combatterono le truppe del Brasile (!). A questi si arrenderanno ufficialmente i tedeschi, il giorno 30 aprile. Il 22 aprile iniziò l’insurrezione anche a Modena. Tra il 24 e il 25 aprile, la resistenza prese il controllo di alcuni dei luoghi più importanti di Parma e Reggio Emilia.

Il 25 aprile a Genova, Torino e Cuneo

A Genova erano in corso trattative tra il comandante tedesco, generale Günther Meinhold, e i partigiani guidati dal cattolico Aldo Gastaldi. Violenti scontri, intanto, si accesero al centro della città tra le squadre GAP e i reparti tedeschi e fascisti. Il generale Meinhold, alle ore 19:30 del 25 aprile, firmò la resa del presidio tedesco. Per il CLN locale firmò l’operaio Remo Scappini, dopo che tutte le vie di fuga erano state bloccate.

Questo atto, se politicamente rivendicato, poteva essere fondamentale per i destini dell’Italia. Esso, infatti, certificava la resa dei tedeschi agli italiani, sia pur limitatamente alla piazza di Genova. Era conseguente alla dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania del 13 ottobre 1943. Se così non fosse, l’Italia sarebbe ancora “tecnicamente” in guerra con la Germania.

A Torino già dal 18 aprile era stato proclamato lo sciopero generale. L’insurrezione partì in base a un ordine del comitato partigiano locale delle ore 19 del 24 aprile. I tedeschi, asserragliati furono presi alla sprovvista. Si tentarono trattative dirette che permisero loro di guadagnare almeno 48 ore. Poi forzarono il blocco e lasciarono Torino, diretti verso Chivasso. Il giorno 27 la città era libera mentre i primi alleati giunsero soltanto la sera del 30 aprile.

Il 25 aprile ebbero inizio gli scontri per la liberazione di Cuneo da parte dei reparti partigiani del Partito d’Azione. Duri furono gli scontri con i tedeschi decisi a mantenere il controllo delle comunicazioni. A seguito di ciò il Corpo d’armata tedesco fu costretto a ripiegare verso il Po. Per raggiungerlo, anche il suo comandante dovette firmare la resa incondizionata nelle mani delle formazioni partigiane. In questo caso fu una grande unità dell’esercito tedesco a scendere a patti e ad arrendersi senza alcun intervento angloamericano.

Il 25 aprile a Milano

A Milano era intanto in corso lo sciopero generale. Il 25 aprile mattina gli operai iniziarono a occupare le fabbriche di Sesto San Giovanni. Nel pomeriggio, con la mediazione dell’arcivescovo di Milano cardinale Schuster, si svolse un incontro in arcivescovado tra Mussolini e una delegazione del CNL. Questa era formata dal generale Cadorna, dal liberale Giustino Arpesani, dal democristiano Marrazza e da Riccardo Lombardi (Partito d’Azione). Sandro Pertini arrivò in ritardo a riunione conclusa.

Durante l’incontro Mussolini apprese che i tedeschi avevano già avviato trattative separate con il CLNAI. L’unica proposta che ricevette dai suoi interlocutori fu quindi la “resa incondizionata”. L’ex duce si riservò di dare risposta entro un’ora lasciando l’arcivescovado. Non vi fece più ritorno. In serata, verso le ore 20, i capi della resistenza, dopo aver atteso invano una risposta, lanciavano il proclama dell’insurrezione generale. Mussolini, lasciò Milano e fuggì in direzione di Como, forse della Svizzera. Assieme ai fascisti si trovava il tenente tedesco incaricato da Hitler di scortare Mussolini ovunque andasse.

La Brigata Nera Aldo Resega abbandonò la città. La Guardia Nazionale della RSI si sciolse spontaneamente. I tedeschi restarono in armi nei loro quartieri ma senza combattere. Al termine della giornata i partigiani avevano fatto notevoli progressi. Mussolini fu catturato a Dongo alle ore 16 del 27 aprile. In esecuzione delle disposizioni del CLNAI, fu fucilato a Giulino di Mezzegra il giorno dopo, intorno alle 16:20.

Meno di un’ora più tardi, sul lungolago di Dongo, furono fucilati anche i gerarchi al suo seguito. Il Segretario del PNF Achille Starace fu catturato a Milano il 29 aprile mentre faceva jogging. Sommariamente processato, fu poi fucilato. Il suo cadavere fu appeso a testa in giù, insieme a quello del Capo del fascismo ed altri gerarchi, presso un distributore di carburante in Piazzale Loreto.

Il contributo italiano alla vittoria alleata, da sempre misconosciuto

Non dimentichiamo il contributo del ricostituito esercito italiano alla Liberazione. Una sua formazione, come si è visto, entrò per prima in Bologna, insieme ai polacchi. Secondo alcune stime le perdite dei militari italiani schierati con gli Alleati ammontarono a circa 23.000 morti, di cui solo 20.000 nei combattimenti dell’8 settembre. Inoltre, oltre 11.000 feriti, 19.000 dispersi e 53.000 deceduti tra i prigionieri dei tedeschi. Tra costoro, quelli che rifiutarono di essere arruolati nell’esercito della RSI di Mussolini furono circa 600.000. Preferirono marcire nei campi di concentramento e far resistenza passiva.

Più difficile quantificare il tributo di sangue dei partigiani. In ogni caso, il contributo autonomo degli italiani alla Liberazione del nostro paese è stato sicuramente consistente. Il quadrilatero formato da Bologna, Genova, Torino e Milano, oltre alla Napoli delle Quattro Giornate è stato liberato esclusivamente per merito dei partigiani. Stiamo parlando di quattro delle prime cinque città italiane: il cuore pulsante della Nazione. Sicuramente, abbiamo fatto più dei francesi per liberare la nostra Patria.

Allora perché all’Italia – già definita “cobelligerante” – non fu dato il riconoscimento di Nazione vincitrice quanto meno sulla Germania? Perché la responsabilità della guerra di aggressione non fu ricondotta al solo fascismo, di cui gli italiani furono le prime vittime in assoluto? In tal caso nessuno ci avrebbe potuto privare dei territori già compresi nei nostri confini prima dell’avvento del fascismo.

Ci hanno preso per filosovietici, invece eravamo solo patrioti

Il motivo dipende dal fatto che, nel febbraio 1945 il mondo era cambiato. Alla Conferenza di Jalta, la forza dell’Unione Sovietica s’impose, reclamando la propria sfera d’influenza. L’Italia rientrò in quella dell’Occidente ma, agli occhi degli alleati, nella Resistenza italiana c’erano troppi comunisti. Churchill, soprattutto, ebbe il terrore che passassimo nella sfera sovietica.

Quindi, meglio trattare l’Italia da perdente. Inoltre, la Jugoslavia, inizialmente dipendente dall’URSS, pensò bene di staccarsene. In cambio, gli alleati gli concessero l’Istria. Forse, anche molti politici dell’epoca pensarono che fosse meglio non stare troppo a sottilizzare. Solo nel 1954 riavemmo Trieste.

Ci rimane la consolazione di ricordare ogni anno ciò che avvenne il 25 aprile di 75 anni fa. L’importante è essere consapevoli che non siamo un popolo di “furbi” ma, spesso, sappiamo rimboccarci le maniche e fare da soli. E molte volte lo sappiamo fare meglio degli altri.

Foto di MLbay da Pixabay

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