
Nel dibattito intorno alla tragedia di Gaza affiora un’affermazione ricorrente e disarmante: “La Palestina non esiste”. Ma cosa implica una simile negazione? Quali conseguenze ha per il diritto dei popoli, per la dignità umana, per la stessa idea di democrazia?
La frase non è soltanto un enunciato geopolitico, bensì una dichiarazione di potere. Negare l’esistenza di una terra, di un popolo, di una storia significa infatti sottrarre legittimità a ogni rivendicazione di diritti, riducendo l’altro a un’ombra senza volto. Ma davvero è possibile dissolvere con una formula retorica ciò che intere generazioni hanno abitato, coltivato, nominato?
Punto di partenza: la formula che cancella
«Di quale Stato parliamo?» — la formula beffarda resa celebre da Charlie Kirk (attivista politico trumpiano, assassinato lo scorso 10 settembre) non è una domanda innocente: è un atto linguistico che mira a cancellare un soggetto dalla scena del diritto. La stessa logica, in versione diplomatica, si intravede quando governi occidentali e arabi proclamano “due popoli, due Stati”, da Washington a Bruxelles, da Roma a Riad, ma rinviano il riconoscimento a condizioni sempre elastiche e mutevoli. Così la negazione non si limita a descrivere: produce assenza. E tuttavia, se qualcosa va negato senza sosta, è già abbastanza reale da inquietare. Da qui partiamo.
Metodo: storia e concetti intrecciati
Procediamo, allora, con un filo cronologico e insieme concettuale. Prima la storia che resiste al muro di gomma; poi il senso dell’“esistere” che l’Occidente ha messo a fuoco con Anselmo, Cartesio e Heidegger; quindi le paure politiche e religiose che alimentano la negazione; infine l’asimmetria, l’industria della guerra, la democrazia svuotata. In controluce, un’unica tesi: “la Palestina non esiste” è la formula che più di ogni altra prova che esiste.
Anzitutto, la storia
La Palestina fu riconosciuta come toponimo sotto l’Impero romano, attraversò il Medioevo cristiano e musulmano, divenne parte dell’Impero ottomano fino al XX secolo. Con il crollo di quell’impero, il Mandato britannico trasformò la regione in campo di promesse contraddittorie: da un lato il sostegno alla nascita di un focolare ebraico, dall’altro il silenzio sui diritti delle popolazioni arabe che vi abitavano da secoli.
Nel 1947 l’ONU propose due Stati, uno ebraico e uno arabo. La leadership ebraica accettò la partizione, mentre la parte araba la rifiutò giudicandola ingiusta: il piano assegnava infatti oltre la metà del territorio a uno Stato ebraico che allora rappresentava circa un terzo della popolazione. Quel rifiuto — comprensibile nel contesto delle tensioni e delle espulsioni già in atto — ebbe come conseguenza l’auto-esclusione dei palestinesi dal processo costitutivo, lasciando spazio alla nascita dello Stato d’Israele e al trauma della Nakba. Nel 1967, con la Guerra dei Sei Giorni, Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est finirono sotto occupazione militare. Da allora, i palestinesi esistono come popolo in attesa, sempre riconosciuti a metà, sempre sul punto di essere cancellati e sempre, ostinatamente, presenti.
Nel 2012 la Palestina ottenne lo status di Stato osservatore all’ONU; più di 140 Paesi ne hanno riconosciuto l’esistenza, senza tuttavia trasformarla in membro a pieno titolo per via dei veti nel Consiglio di Sicurezza. Dunque: sul piano storico-giuridico, l’“inesistenza” è un progetto politico, non un fatto.
Che cosa significa esistere
Con Anselmo d’Aosta l’idea entra nell’intelletto e, in qualche misura, vi “è”. Con Cartesio, l’atto del pensiero garantisce l’essere (“penso, dunque sono”); con Heidegger l’esistenza è un esserci concreto, un abitare il mondo.
Se così è, i palestinesi esistono perché abitano: coltivano ulivi, danno i nomi ai loro villaggi, celebrano riti, tramandano una lingua. Esistono anche quando vengono spinti fuori: la stessa diaspora è testimonianza in movimento. E ancora: esistono nel discorso che li nega, li combatte, li nomina senza tregua.
Ragion per cui, dire “non esiste” equivale a tentare di cancellare un essere, non a descriverlo. È la negazione simbolica che prepara — e giustifica — la cancellazione fisica. Ma chi sostiene questa tesi?
Paure politiche e religiose
Generalmente i governi e i movimenti che temono il riconoscimento di uno Stato palestinese come attore legittimo sulla scena internazionale.
A onor del vero, la paura non è tanto quella, evocata, della “sicurezza” minacciata da un micro-Stato fragile, senza aeronautica né difesa aerea, con infrastrutture devastate. La paura, più sottile, è politica e simbolica: riconoscere la Palestina significa negoziare confini e Gerusalemme, condividere risorse idriche, aprire la porta a responsabilità giuridiche su occupazione e insediamenti, dare agency internazionale a un interlocutore che oggi è più comodo trattare come ombra. Ma non finisce qui.
Il sacro come paravento
Gerusalemme è città santa per ebrei, cristiani e musulmani. Accettare uno Stato palestinese significherebbe, per molti, dividere la città, riconoscere che i luoghi santi non appartengono a un solo popolo, ma a una pluralità di fedi.
A questo punto, il sacro entra in scena come paravento. Si invoca Dio per blindare la terra; ma le Scritture — ebraiche, cristiane, islamiche — legano la fedeltà alla giustizia per lo straniero, la vedova, l’orfano. Nessuna rivelazione sana concede licenza di colpire innocenti in nome del Cielo. Va da sé che quando la teologia diventa copertura di dominio, non è la terra ad essere promessa: è la promessa ad essere tradita.
Sicurezza, asimmetria, laboratorio della guerra
Torniamo al terreno. L’argomento della “sicurezza” regge solo se si ribaltano le proporzioni: da una parte uno Stato iper-armato, dotato di alleanze globali e tecnologie d’avanguardia; dall’altra, circa 5,5 milioni di palestinesi in Cisgiordania e Gaza (oltre 2,2 milioni in 365 km²) sottoposti ad assedio, sfollamenti e frequenti interruzioni di acqua ed energia. È indubbio che esistano gruppi armati — in particolare Hamas — responsabili di attentati e attacchi che vanno perseguiti; tuttavia, usare questi fatti come pretesto per una punizione collettiva significa colpire civili e tradire i principi umanitari fondamentali.
A tal riguardo, la questione semantica è cruciale. Per Tel Aviv e buona parte dell’Occidente questi gruppi sono “organizzazioni terroristiche”; per una parte del mondo arabo e molti palestinesi sono “movimenti di resistenza” (muqawama).
Il laboratorio della guerra
Perché, allora, la macchina non si ferma? Perché la Palestina funziona anche come terreno di sperimentazione: nel suo cielo e nelle sue strade si collaudano droni, sistemi di sorveglianza e tecniche di guerra urbana. Si tratta di tecnologie “dual use” — con impieghi civili e militari — che, una volta testate sul campo, vengono perfezionate e immesse sul mercato globale. Attorno a tutto ciò opera un complesso militare-industriale che osserva, adatta e commercializza; così la guerra “gestibile” diventa anche redditizia, e i governi, pur invocando tregue e appelli umanitari, restano spesso paralizzati.
Democrazia o oligarchia globale?
Nel frattempo, l’indignazione internazionale si leva da ogni angolo del pianeta. Eppure nulla sembra cambiare. Se le voci contrarie alla violenza restano prive di effetto, la democrazia — potere dei molti — sembra ridursi a procedura che legittima le decisioni di pochi: tra alleanze, interessi strategici e catene di fornitura, il numero non decide più, decide la concentrazione del potere. Ma torniamo alla questione iniziale: “Dio è morto”?
La “strage degli innocenti”
A ben vedere, assistiamo a un rovesciamento amaro del racconto biblico: non è un re antico a ordinare la strage, ma un sistema moderno che la rende possibile per inerzia, interesse, calcolo. Bambini sotto le macerie, ospedali evacuati, convogli umanitari controllati, intere famiglie spezzate: non è questo il luogo dove dovremmo fermarci, pronunciare il nome di ogni piccolo, e chiedere se un Dio — qualunque nome Gli si dia — possa mai volere una simile contabilità di lutti.
In tutto ciò la voce ecclesiale invoca tregua, corridoi umanitari, scambio di ostaggi e prigionieri; il Papa ha ricevuto leader israeliani e rappresentanti palestinesi, cercando di tenere insieme dolore e parola pastorale. Alcuni lo giudicano tiepido; altri vedono nell’equilibrio la sola via per restare ascoltabili da entrambi. Ma un’equidistanza che non interrompe la morte non è neutralità: è insufficienza. Anche perché il Vangelo non chiede di bilanciare le colpe, chiede di proteggere la vita. Qui si decide la credibilità morale.
Di contro, il cardinale Pizzaballa si sta dimostrando un osservatore presente: con le sue visite sotto bombardamenti e la sua presenza nei luoghi della distruzione, continua a conferire concretezza alle sue parole. E molti governi — incluso il nostro — cosa fanno?
La soglia del riconoscimento
Molti governi occidentali ripetono la formula “due popoli, due Stati” come un mantra, ma ogni passo concreto è subordinato a condizioni elastiche e mutevoli. Tuttavia, se il riconoscimento resta sempre “a valle di”, la valle non arriva mai. Spostiamoci ora su un interrogativo banalissimo.
Che cosa chiedono i palestinesi?
Non un privilegio: normalità. Fine dell’occupazione, libertà di movimento, accesso a risorse e cure, scuole e case che non vengano demolite, sicurezza per i figli, piena partecipazione alle istituzioni internazionali. In altre parole: il diritto ad abitare — e quindi a esistere — senza essere continuamente smentiti.
Che cosa ci perderebbe il mondo? Il falso costo del riconoscimento
Sul piano territoriale, il mondo non subirebbe perdite: otterrebbe confini più chiari, protocolli di sicurezza e strumenti di trasparenza delle responsabilità. Sul piano politico, emergerebbe un interlocutore con cui negoziare cessate il fuoco, scambi di prigionieri e il controllo degli armamenti, e si potrebbe pianificare la ricostruzione. Sul piano religioso, si farebbe i conti con l’inquietante verità della pluralità (il sacro non può essere usato come titolo di possesso esclusivo, perché la sua stessa essenza è universale e plurale). Sul piano simbolico, tornerebbe concreta la possibilità di un “noi” che non annulli il “loro”. Per chi teme, il “costo” consisterebbe nella perdita del monopolio — sul territorio, sul racconto, sull’impunità.
Domande che non possiamo eludere
In definitiva, se la Palestina non esiste, dove accade questa strage degli innocenti?
Se Dio è uno, perché il suo nome viene spezzato per giustificare l’ingiustificabile?
Se la democrazia è il governo dei molti, perché le moltitudini che chiedono cessate il fuoco contano così poco?
Se dichiarare l’altro “inesistente” facilita la vittoria, quale vittoria stiamo perseguendo: la sicurezza o il silenzio?
La domanda teologica
È qui che il titolo trova senso. Se un popolo, una cultura e una liturgia possono essere cancellati sotto gli occhi di istituzioni religiose mute e di democrazie paralizzate, che cosa ne è di Dio come giustizia? Non che Dio “non esista”, ma che il suo nome venga consumato fino a non significare più responsabilità. “La Palestina non esiste” non cancella soltanto i palestinesi: scava sotto i piedi delle nostre stesse parole — diritto, fede, democrazia — fino a svuotarle.
Riconoscere per misurare noi stessi
La vera posta in gioco non è l’esistenza della Palestina, ma la qualità della nostra responsabilità. Una comunità politica adulta non cancella ciò che la disturba: lo riconosce e lo tutela nel diritto. La prova di maturità passa da qui: confini chiari, sicurezza reciproca, protezione dei civili senza eccezioni, giurisdizione internazionale accettata da tutti.
In fondo, non si tratta di salvare un nome, ma il senso delle nostre parole. E quando avremo il coraggio di farlo, scopriremo che la Palestina esisteva già: da tempo attendeva solo che esistessimo noi, all’altezza della verità che diciamo di servire.
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