
Dalla sua elezione, Papa Leone XIV era finora apparso soprattutto come una figura mite, composta, raccolta in una sobrietà quasi disarmante. Il suo stile sembrava quello di un pontefice misurato, più portato alla gravitas che alla forza. È tuttavia bastata la guerra all’Iran per mostrare che sotto quella mitezza si custodiva una fibra ben più severa. Quando Donald Trump ha minacciato di distruggere un’intera civiltà, fino a riportarla “all’età della pietra”, Prevost ha reciso ogni equivoco e ha definito tutto ciò “truly unacceptable”. In quel momento il suo carattere ha rivelato fino in fondo il nomen omen. Leone, appunto
Il punto di quasi non ritorno
Come detto, il contrasto tra Trump e il Papa nasce dentro uno dei passaggi più gravi di queste settimane: la guerra all’Iran. Dentro questo scenario Leone XIV ha richiamato il diritto, la tutela dei civili, la necessità della diplomazia, il limite che ogni potere dovrebbe custodire quando ha tra le mani il destino dei popoli. Risultato? Trump ha reagito secondo una logica, ahimè, ormai riconoscibile: invece di confrontarsi con il contenuto di quelle parole, ha scelto di sproloquiare.
Come Trump ha definito il Papa
Ed è qui che il quadro si precisa. Il presidente americano, il quale ha tra l’altro ricordato al Pontefice che, se si trova in Vaticano, è anche, modestia a parte, per merito suo, ha definito Prevost “weak on crime” e “terrible for foreign policy”, cioè debole, inadatto, fuori posto. Una replica in cui si coglie una pretesa, al netto dell’insulto: quasi che il pontefice debba conoscere il limite entro cui può muoversi o che esista una linea invisibile oltre la quale la coscienza religiosa entra in collisione con la pretesa della politica di decidere tutto da sola. Peccato che i tempi del cesaropapismo siano finiti da un pezzo. Ed è proprio da qui che conviene proseguire nell’analisi dell’atteggiamento del tycoon e di certe sue uscite, nella speranza che la storia della Chiesa, letta con un minimo di attenzione, aiuti a comprendere meglio il lungo processo attraverso cui si è definita la distinzione tra potere temporale e potere spirituale.
La lunga memoria della Chiesa
Nel Medioevo i pontefici incoronavano sovrani, arbitravano successioni, disponevano di territori, stringevano alleanze, affrontavano imperatori e monarchi, avevano eserciti. Il potere spirituale e quello temporale convivevano in una tensione costante, talvolta feconda, altre volte drammatica, ma sempre decisiva nella costruzione della civiltà occidentale.
Il mondo moderno ha poi trasformato questo equilibrio, così la distinzione tra potere temporale e potere spirituale si è fatta più netta; lo Stato ha consolidato la propria autonomia; il papato ha abbandonato gli strumenti della sovranità terrena. Oggi il Papa è pertanto un’autorità universale, meno impastata nella contesa immediata e più libera nel richiamo alla giustizia.
Trump, invece, propone una visione riduttiva della Chiesa: una presenza accettabile finché accompagna, molto meno quando richiama, giudica, contraddice. Da qui lo “schiaffo” morale con cui ha pensato di mettere al suo posto il vescovo di Roma. A questo punto, il ricordo va a un episodio lontano ma quanto mai attuale. Una scena del genere richiama inevitabilmente alla mente uno degli episodi più celebri della storia della Chiesa: lo schiaffo di Anagni, quando nel 1303 Bonifacio VIII venne affrontato dagli uomini di Filippo il Bello, nel pieno di uno scontro durissimo fra il papato e la monarchia francese. Anche quel gesto aveva infatti l’obiettivo di piegare la Chiesa, di ridurne l’autonomia, di trasformarla in una funzione subordinata.
Da Anagni ad Avignone
A quello schiaffo non seguì un semplice incidente di percorso. Si aprì piuttosto una fase più lunga, più sottile e più insidiosa. Negli anni successivi il papato si trasferì infatti ad Avignone, entrando sempre più nell’orbita della monarchia francese. La cosiddetta cattività avignonese segnò una stagione in cui la sede di Pietro, troppo vicina alla corte, esposta alla pressione del potere, vulnerabile nella sua indipendenza, provocò squilibri sempre più profondi, fino alla stagione dei papi e degli antipapi, quando la stessa unità della Chiesa venne investita da una crisi lacerante. Ma perché questo paragone? A conti fatti, l’atteggiamento sembra un pattern già noto. Volendo ironizzare, analizzando certe uscite del tycoon, inclusa la puntualizzazione circa l’aiutino americano verso l’ascesa al trono di Pietro, potremmo spingerci a fare delle ipotesi surreali, ovviamente, ma abbastanza in linea con la spocchia di Trump.
Avignone come chiave del presente
Allora, non è che per caso immagina una nuova Avignone alle porte della Casa Bianca? Una basilica di San Pietro che, peraltro, somiglia alla dimora presidenziale, più vicina, più docile, più prevedibile, più facilmente ricollocabile dentro l’ordine politico? L’immagine produce per un istante un sorriso, ma subito dopo prende una piega più cupa. Sotto la caricatura affiora una tentazione antica: addomesticare la coscienza, tenere il sacro a distanza ravvicinata, trasformare la parola del Vangelo in una voce che accompagni senza disturbare.
E se dalla stagione avignonese nacquero perfino papi e antipapi, la versione contemporanea della stessa logica suggerisce un rischio diverso ma non meno eloquente: un potere che non si accontenta di contestare il vicario di Cristo sulla terra, ma che sembra voler stabilire quale Papa sia accettabile e quale no, quale voce sia tollerabile e quale invece debba essere richiamata all’ordine.
Lo schiaffo restituito
Ed è proprio qui che la storia sembra quasi rovesciarsi. Trump ha cercato di ridimensionare il pontefice, di fissarne il limite, di ricondurlo a un ruolo subordinato. Il risultato ha prodotto l’effetto opposto. Leone, benché minimamente scosso o intimorito dal suo connazionale, ha ruggito e restituito quello schiaffo in forma simbolica, attraverso la forza della parola e la fermezza della posizione.
Ha fatto capire con chiarezza che continuerà a parlare, che la coscienza possiede una dignità irriducibile e che il potere politico, per quanto vasto, non esercita alcuna sovranità sul giudizio morale. Davanti alla prospettiva di devastazione di un popolo, davanti a un linguaggio che normalizza la distruzione, è chiamato a parlare.
Il mondo intorno comincia a muoversi
Al netto dello scontro fra i due giganti, anche il resto del mondo si interroga sulle politiche tutt’altro che democratiche portate avanti dagli Usa in questo momento storico.
Negli Stati Uniti e non solo, le manifestazioni dei No Kings indicano una trasformazione in atto. La critica alla personalizzazione del potere, all’autoritarismo, al culto del comando e a una politica ridotta a palcoscenico dell’ego indica una crescente consapevolezza. Una parte dell’America inizia a leggere Trump come espressione di una forma di potere che tende ad espandersi senza misura e che vive con insofferenza ogni autorità autonoma.
In tutto ciò, allora, il ruggito di Leone va oltre la cronaca e abbraccia laici e cattolici, destra e sinistra, perché la guerra è sempre da aborrire senza se e senza ma.
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