
L’uscita di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, da Rebibbia riporta al centro dell’attenzione il tema del sovraffollamento carcerario, delle condizioni di vita dei detenuti e del senso costituzionale della pena: una questione che avevamo già affrontato nel 2024 e che oggi, dati alla mano, appare ancora più urgente.
Alemanno, Rebibbia e il nodo del carcere
Gianni Alemanno ha lasciato il carcere di Rebibbia il 24 giugno 2026, dopo circa un anno e mezzo di detenzione. All’uscita ha scelto parole forti: «Esco dal carcere da innocente». Ha poi spostato il discorso sulla condizione degli istituti penitenziari, parlando di sovraffollamento, di celle piene, di percorsi rieducativi difficili da costruire e di una battaglia che, a suo giudizio, dovrebbe attraversare gli schieramenti politici.
Alemanno continua a rivendicare una distanza morale e politica dai fatti per i quali è stato condannato. Sul piano giudiziario, però, la storia ha seguito un percorso preciso. L’ex sindaco di Roma è stato condannato in via definitiva a un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite, in uno dei filoni dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”. Era stato ammesso all’affidamento in prova ai servizi sociali, poi revocato dal Tribunale di sorveglianza per la violazione di alcune prescrizioni. Da lì l’ingresso a Rebibbia, avvenuto alla fine del 2024.
Dal 2024 al 2026: il sovraffollamento cresce
InLibertà aveva già affrontato il tema del sovraffollamento carcerario nel luglio 2024. Allora gli istituti italiani ospitavano oltre 60 mila persone, a fronte di una capienza regolamentare intorno ai 51 mila posti. Il sistema era già oltre la soglia fisiologica.
Oggi il quadro è peggiorato. Secondo le statistiche del Ministero della Giustizia, al 31 maggio 2026 i detenuti presenti negli istituti penitenziari italiani sono 64.741.
Il XXII Rapporto di Antigone consente di leggere meglio questa crescita. Al 30 aprile 2026 i detenuti erano 64.436, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti. Il punto decisivo riguarda però la capienza reale: i posti effettivamente disponibili scendono a 46.318. Se si calcola il rapporto su questi spazi realmente utilizzabili, il sovraffollamento raggiunge il 139,1%. In 73 istituti il tasso è pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri supera il 200%.
La differenza tra capienza teorica e capienza effettiva cambia la sostanza del problema. Sulla carta esistono posti che, nella vita quotidiana degli istituti, risultano chiusi, inutilizzabili, in ristrutturazione o destinati ad altre funzioni. Il numero ufficiale dei posti disponibili racconta quindi solo una parte della realtà. Quella vissuta nelle sezioni è fatta di celle più piene, spazi comuni ridotti, attività più difficili da organizzare, tempi più lunghi per accedere ai servizi e pressione costante sul personale.
Il sovraffollamento nasce dunque da una sproporzione concreta: più persone detenute, meno spazi realmente utilizzabili, percorsi trattamentali più faticosi da garantire.
Più detenuti significa più criminalità?
Molti reati denunciati risultano stabili o in diminuzione, mentre la popolazione carceraria continua a salire. Questo significa che il sovraffollamento dipende anche dal modo in cui il sistema penale risponde ai reati: pene più lunghe, nuovi reati, aggravanti più ampie, ricorso più frequente alla detenzione, difficoltà nell’accesso alle misure alternative quando i presupposti ci sono.
Il carcere diventa così il punto di arrivo di molte scelte legislative, giudiziarie, culturali e sociali.
Chi popola oggi le carceri italiane
L’immagine del carcere abitato soltanto dai grandi criminali restituisce una parte ridotta della realtà. Negli istituti italiani convivono persone condannate o imputate per reati molto diversi: contro il patrimonio, contro la persona, reati economici, violazioni della normativa sugli stupefacenti, violenza domestica, associazione mafiosa, terrorismo, reati contro la pubblica amministrazione.
Bisogna inoltre considerare che, accanto alla responsabilità individuale, che resta il punto giuridico centrale, emergono condizioni ricorrenti come basso livello di istruzione, fragilità familiare, dipendenze, disturbi psichici, povertà, discontinuità lavorativa.
Il Garante nazionale, nel report sui decessi in carcere riferito al 2025, collega l’aumento della popolazione detenuta alla necessità di leggere con attenzione anche suicidi, decessi e vulnerabilità personali: solo nel 2025 sono stati registrati 254 decessi in carcere, di cui 76 suicidi.
Gli effetti concreti del sovraffollamento
Quando un istituto supera stabilmente la propria capienza, ogni aspetto della vita interna si complica. Le celle ospitano più persone di quante dovrebbero. Gli spazi per la socialità e la formazione si restringono. I colloqui, l’assistenza sanitaria, il sostegno psicologico e le attività lavorative diventano più difficili da garantire. Gli educatori seguono un numero di detenuti troppo alto. Gli agenti di Polizia Penitenziaria lavorano in un contesto più teso, più esposto ai conflitti e più difficile da controllare.
Il sovraffollamento incide anche sulla qualità della sicurezza. Una sezione sovraccarica è un luogo dove le tensioni aumentano, le fragilità esplodono più facilmente e il personale deve intervenire spesso in condizioni di emergenza. La sicurezza, in carcere, dipende anche dalla vivibilità degli spazi, dalla presenza di operatori, dalla possibilità di svolgere attività, dal rapporto tra detenuti e istituzione.
Per questo la risposta edilizia, da sola, copre solo una parte del problema. Nuovi posti possono alleggerire la pressione, soprattutto dove le strutture sono vecchie o parzialmente inutilizzabili. Ma un carcere più grande, se mancano i fattori rieducativi, rischia di riprodurre lo stesso meccanismo su scala più ampia.
La funzione della pena e l’articolo 27 della Costituzione
Il punto costituzionale resta l’articolo 27, terzo comma: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.
La pena deve cioè affermare la responsabilità, tutelare la collettività e creare le condizioni perché la persona, una volta uscita, possa vivere diversamente.
Nel carcere sovraffollato questa funzione si indebolisce. Gli operatori faticano a seguire le persone. La Polizia Penitenziaria affronta quotidianamente condizioni di lavoro insostenibili, con una escalation di aggressioni preoccupante. Turni massacranti dovuti alla carenza di personale. Il lavoro raggiunge pochi detenuti. La formazione resta discontinua. La salute mentale viene trattata spesso in emergenza. Il tempo della pena diventa attesa, contenimento, sopravvivenza quotidiana.
Una pena così perde efficacia anche sul piano della sicurezza. Chi esce senza competenze, senza cura, senza legami e senza prospettive rientra più facilmente nel circuito penale. La rieducazione, quindi, non è buonismo ma prevenzione della recidiva.
Le risposte possibili: cosa si può fare davvero
Il dibattito pubblico indica alcune strade concrete, ma nessuna può bastare da sola. La Legge di Bilancio 2026 prevede l’assunzione di 2.000 agenti di Polizia penitenziaria entro il 2028 e risorse per l’ampliamento di alcune strutture detentive. Sono interventi utili, perché toccano problemi già evidenti: organici insufficienti e spazi inadeguati. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha però osservato che queste misure rispondono solo in parte al problema, anche perché una quota delle assunzioni servirà a compensare pensionamenti e uscite dal servizio.
Accanto al personale e agli spazi, resta il tema delle misure alternative. Affidamento in prova, detenzione domiciliare, semilibertà e lavoro esterno sono già previsti dall’ordinamento, ma vanno resi più rapidi, più accessibili nei casi compatibili con la legge e più ricchi di contenuto. Nella stessa direzione si colloca la proposta di rafforzare la liberazione anticipata speciale, portandola da 45 a 70 giorni per ogni semestre, come chiesto dai Garanti territoriali delle persone private della libertà nell’appello “Non nuove carceri ma carceri nuove”.
Resta poi ciò che accade dentro il carcere: lavoro vero, formazione professionale, scuola, poli universitari, sport, salute mentale, contatti familiari, mediazione culturale, attività continuative. La pena diventa più utile quando il tempo passato in carcere non resta vuoto, ma si trasforma in un percorso. Il punto, allora, è capire se il carcere debba restare il luogo in cui finiscono anche fragilità sociali mai affrontate prima, oppure diventare davvero uno spazio di esecuzione penale capace di preparare il rientro nella società, come chiede l’articolo 27 della Costituzione.
Immagine creata con IA
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