Omero dopo Omero: il mito secondo Nolan

L’uscita di The Odyssey di Christopher Nolan ha trasformato un film in un caso culturale. Al centro del dibattito c’è il modo in cui una civiltà sceglie di custodire, trasformare e discutere i propri miti

Il processo al mito

I classici attraversano i secoli perché ogni generazione torna a interrogarli. Una nuova interpretazione può però provocare resistenze, soprattutto quando riguarda un’opera profondamente radicata nella memoria collettiva.

La vicenda di The Odyssey, il film con cui Christopher Nolan ha portato sullo schermo il poema omerico, ruota proprio attorno a questa tensione. Il confronto, cominciato molto prima dell’uscita nelle sale e proseguito dopo la distribuzione, si è concentrato spesso più sul diritto di intervenire su un’opera fondativa della cultura occidentale che sul linguaggio cinematografico adottato dal regista.

Le libertà narrative, il trattamento della componente divina, alcune scelte di casting e l’umanizzazione dell’eroe hanno infatti alimentato l’accusa di “tradimento”. Nello specifico, secondo i detrattori, Nolan avrebbe utilizzato Omero come materiale per realizzare un racconto sostanzialmente autonomo.

Nel giro di poche settimane, il dibattito si è così spostato dall’analisi artistica a una questione di legittimità culturale. Accanto alla qualità del film, si è cominciato a discutere del limite entro il quale sia lecito modificare un mito ricevuto dalla tradizione.

Per formazione e sensibilità, anch’io tendo a difendere con rigore la fisionomia dei classici. Proprio per questo ho cercato di osservare il caso Nolan con maggiore lucidità e distacco, distinguendo la fedeltà al poema dal valore artistico della sua interpretazione.

Esiste davvero un punto oltre il quale quel mito cessa di appartenere a chi lo riscrive?

Quando un racconto diventa patrimonio

Le reinterpretazioni di Shakespeare, Sofocle o Čechov accompagnano da tempo la storia del teatro e vengono accolte come parte della vita delle opere. L’attrito diventa più forte quando il racconto coinvolge figure e vicende che una comunità riconosce come parte della propria memoria simbolica.

Il mito, infatti, svolge ancora una funzione identitaria. Intervenire sulla sua struttura significa quindi toccare un patrimonio percepito come comune e legato a una sensibilità collettiva.

Ma è davvero possibile custodirlo lasciandolo immutato?

Il mito è mobile

A dire il vero, la cultura occidentale celebra il mito come patrimonio universale e, nello stesso tempo, tende a considerarlo una forma ormai compiuta. L’antichità possedeva invece un’idea molto più mobile della trasmissione culturale. I racconti cambiavano insieme ai loro narratori; ciascuna generazione li adattava al proprio linguaggio, alla propria sensibilità e alle proprie paure.

Per i Greci, ad esempio, la vitalità di un mito dipendeva proprio dalla sua capacità di attraversare forme differenti.

L’interrogativo deve allora essere riformulato. Christopher Nolan ha davvero alterato Omero oppure ha proseguito un processo che accompagna il mito fin dalla sua nascita? Cerchiamo di capire meglio.

Prima del libro c’era la voce

La nostra idea dell’Odissea nasce dall’abitudine a leggere un testo. La cultura greca arcaica, invece, conosceva anzitutto una voce.

Molto prima di assumere la forma attribuita dalla tradizione a Omero, le vicende di Odisseo appartenevano a un patrimonio orale. Gli aedi, vale a dire gli antichi cantori, disponevano di formule, episodi, genealogie e sequenze narrative che prendevano forma durante l’esecuzione davanti al pubblico. Il canto manteneva una struttura riconoscibile, mentre ogni esibizione poteva introdurre variazioni, ampliamenti e accenti differenti.

Anche da questa consapevolezza nasce la cosiddetta questione omerica, tuttora irrisolta. Gli studiosi si sono interrogati a lungo sull’identità di Omero, sulla sua stessa esistenza e sulla possibilità che Iliade e Odissea siano opera di un unico autore. Le differenze linguistiche, stilistiche e culturali tra i due poemi hanno alimentato ipotesi diverse, lasciando aperta la discussione.

Al di là della paternità delle opere, la filologia contemporanea ha progressivamente spostato l’attenzione dalla biografia del presunto cantore alla natura stessa dei poemi. Risultato?

Parry, Lord e la tradizione orale

Gli studi di Milman Parry e Albert Lord hanno mostrato come molti tratti dell’Iliade e dell’Odissea derivino dalle tecniche della composizione orale: le formule ricorrenti, gli epiteti, le scene tipiche e le sequenze facilmente memorizzabili permettevano al cantore di organizzare il racconto durante l’esecuzione.

In questa prospettiva, Omero appare meno come l’inventore solitario di un universo narrativo e più come il punto più alto di una tradizione sedimentata nel corso dei secoli.

Ragion per cui, se il poema nasce dall’incontro di numerose versioni, anche il concetto di fedeltà deve essere ripensato. Ebbene, a mio parere, Nolan interviene su una storia che, fin dall’origine, ha conosciuto variazioni, adattamenti e riscritture.

La sua interpretazione può convincere oppure deludere sul piano cinematografico. Sul piano culturale, appartiene a un processo molto antico: quello attraverso cui ogni epoca torna a dare forma ai racconti ricevuti.

Il vero oggetto della discussione potrebbe quindi essere il nostro modo di concepire la tradizione.

Il mito vive nelle sue varianti

L’antropologia del Novecento ha mostrato come ad esempio che il mito viva raramente in una narrazione isolata. Claude Lévi-Strauss sosteneva che esso risiedesse nell’insieme delle sue versioni. Ogni variante modifica l’ordine degli avvenimenti, introduce nuove relazioni simboliche e porta in primo piano elementi lasciati altrove sullo sfondo.

Nessuna versione può dunque esaurirne il significato, perché il mito comprende anche la storia delle proprie trasformazioni.

La riscrittura, in questa prospettiva, non rappresenta necessariamente una corruzione. Può diventare il luogo nel quale una società deposita domande nuove e rilegge, attraverso il passato, le proprie inquietudini.

Le interpretazioni di Odisseo elaborate nel corso dei secoli aiutano a comprendere meglio questo processo.

Odisseo come forma del pensiero

Jean-Pierre Vernant ha mostrato come le figure del mondo greco superino la dimensione dei semplici personaggi letterari. Attraverso di esse, una civiltà riflette sul potere, sulla guerra, sulla giustizia, sull’identità e sul rapporto con l’altro.

Odisseo rappresenta l’uomo dell’intelligenza mobile, della parola persuasiva e dell’adattamento. È l’eroe capace di attraversare spazi sconosciuti, modificare il proprio comportamento e assumere identità diverse conservando il desiderio del ritorno.

La sua forza risiede nella mètis, un’intelligenza pratica, flessibile e obliqua, distante dalla potenza fisica di Achille. Odisseo osserva, inganna, attende, cambia nome, nasconde il proprio volto. Sopravvive perché comprende che ogni situazione richiede una risposta differente.

Proprio questa duttilità ha permesso alla sua figura di attraversare i secoli.

L’Ulisse di Virgilio e quello di Dante

Virgilio ne propone un’immagine segnata dalla prospettiva troiana. Nell’Eneide, Ulisse è soprattutto l’artefice dell’inganno del cavallo e uno dei responsabili della caduta della città. La sua astuzia assume un carattere oscuro, osservato attraverso lo sguardo dei vinti.

Dante compie una trasformazione ancora più profonda. Nel canto XXVI dell’Inferno, Ulisse rinuncia al ritorno domestico e riprende il mare, spinto dal desiderio di conoscere il mondo e la natura umana. Il nóstos omerico, cioè il viaggio verso la patria, diventa una tensione verso ciò che si trova oltre il confine conosciuto.

L’eroe della curiosità intellettuale nasce dunque da una rilettura medievale, lontanissima dall’Ulisse che nell’Odissea desidera soprattutto rivedere Itaca, Penelope e Telemaco.

L’Ulisse dantesco è ormai parte integrante della tradizione culturale europea. La distanza dal modello omerico ha generato una figura nuova, capace a sua volta di influenzare i secoli successivi.

Joyce: Itaca diventa Dublino

Nel Novecento, James Joyce trasferisce l’intero universo omerico nella Dublino del 16 giugno 1904. Al posto del Mediterraneo troviamo le strade della città; al posto dei guerrieri, uomini e donne immersi nella vita quotidiana; al posto di un viaggio durato dieci anni, una sola giornata.

Leopold Bloom riproduce il movimento interiore di Odisseo: attraversa una città che gli è familiare e insieme estranea, incontra ostacoli, affronta esclusioni e ritorna infine a casa.

Joyce dimostra così che la struttura dell’Odissea può sopravvivere anche quando scompaiono navi, mostri e dèi. Ciò che resta è una forma del viaggio umano: uscire, perdersi, incontrare l’altro e cercare una via per tornare.

La fedeltà coincide allora con la capacità di riconoscere la struttura profonda del racconto, anche quando la superficie cambia completamente.

Dal mito letterario alla memoria collettiva

Le riscritture di Virgilio, Dante e Joyce mostrano come Odisseo sia stato trasformato dalla letteratura. Nel Novecento, tuttavia, l’interesse per i racconti fondativi si estende anche all’antropologia e alla psicoanalisi.

Il mito viene così studiato come una forma attraverso la quale una società organizza le proprie origini, elabora i conflitti e costruisce la propria memoria. È in questa prospettiva più ampia che può essere inserita la riflessione di Sigmund Freud.

In L’uomo Mosè e la religione monoteistica, Freud ipotizza un’origine egizia del legislatore ebraico e propone una lettura radicale di uno dei principali racconti fondativi dell’Occidente.

La sua tesi riguarda un mito diverso da quello omerico, ma illumina il medesimo processo: ogni civiltà rielabora le narrazioni attraverso le quali racconta la propria nascita. La memoria collettiva seleziona, modifica e talvolta rimuove gli eventi, proprio come avviene nella memoria individuale.

Il mito, da questo punto di vista, attribuisce al passato una forma capace di orientare il presente.

Il riferimento a Freud consente dunque di allargare il discorso. La riscrittura non riguarda soltanto i personaggi letterari, ma anche i racconti religiosi, politici e culturali sui quali una comunità fonda la propria identità.

Anche l’operazione di Nolan appartiene, con linguaggi e finalità differenti, a questa lunga storia di interpretazioni. Valutarla significa comprendere quale immagine dell’uomo contemporaneo il regista abbia collocato dentro il viaggio di Odisseo.

La cronaca e il tempo del mito

La cronaca registra un fatto e cerca di stabilirne le circostanze. Il mito segue un altro movimento: ritorna, cambia forma e si offre a letture successive.

Mircea Eliade lo descriveva come un racconto capace di rendere nuovamente presente un tempo originario. Narrare un mito significa riattivarlo, ricondurre il presente a un’origine e attribuire a quella storia una funzione nel mondo attuale.

La tradizione somiglia quindi a una conversazione nella quale ogni epoca riceve una storia, ne conserva alcuni elementi e ne modifica altri.

Proprio questa continuità rende comprensibile la discussione suscitata dal film. Il contrasto riguarda due differenti idee della tutela culturale.

Da una parte, c’è chi considera la riconoscibilità della forma originaria una condizione indispensabile. Dall’altra, chi ritiene che un classico resti vivo quando incontra le domande del presente.

Dal poema al cinema

Dopo aver seguito il percorso del mito attraverso la poesia, l’antropologia e la psicoanalisi, il discorso torna al cinema. Riconosciuta la natura mobile della tradizione, resta da valutare se la lettura proposta da Christopher Nolan possieda una forza artistica capace di sostenere la distanza dal poema.

La critica professionale ha accolto il film in maniera ampiamente favorevole, elogiandone la grandezza visiva, l’uso delle tecnologie IMAX, la tensione narrativa e l’interpretazione di Matt Damon. Accanto agli entusiasmi sono emerse riserve sulla semplificazione di alcuni passaggi, sul trattamento dei personaggi femminili, sul linguaggio e sulla libertà con cui Nolan ha riorganizzato il materiale omerico.

La discussione mostra così diversi modi di intendere un adattamento.

Nolan realizza un’opera riconoscibile come propria e utilizza il poema per tornare sui temi che attraversano tutto il suo cinema: il tempo, la memoria, la colpa, la guerra e la difficoltà del ritorno.

Trasporre o interpretare

Un adattamento può seguire da vicino la successione degli episodi e tentare di restituire sullo schermo il mondo descritto nell’opera. Un autore può invece scegliere alcuni nuclei, modificarne la prospettiva e lasciare in secondo piano ciò che sente meno vicino alla propria ricerca.

Le due operazioni rispondono a progetti differenti.

Il film di Nolan appartiene chiaramente alla seconda categoria. La sua Odyssey chiede di essere giudicata per il rapporto che stabilisce con il poema e per la lettura che riesce a costruire a partire da esso.

Questa distinzione permette anche di affrontare con maggiore precisione le controversie. La distanza da Omero acquista valore quando le modifiche producono una lettura coerente, arricchiscono i personaggi e sostengono il confronto con la fonte.

Il caso di Elena

Quanto alla scelta di affidare Elena di Troia a Lupita Nyong’o ha trasformato una decisione di casting in un caso mediatico. Intorno all’attrice si è rapidamente raccolta la parola woke, usata ormai come un’etichetta polemica applicabile a quasi ogni discussione sull’identità e sulla rappresentazione.

La questione più interessante riguarda tuttavia il progetto del film. Quale Mediterraneo antico rappresenta Nolan? Quale idea della bellezza e dell’identità affida a Elena? La scelta dell’interprete trova un senso nella costruzione complessiva del personaggio oppure rimane un gesto esterno al racconto?

Sono interrogativi critici, ai quali si può rispondere in modi diversi. Una semplice etichetta restringe invece la discussione e ne impoverisce i contenuti.

Un Mediterraneo mai immobile

Anche la pretesa di ricostruire un Mediterraneo etnicamente uniforme nasce spesso da una rappresentazione moderna dell’antichità. Il mondo mediterraneo fu attraversato da migrazioni, commerci, guerre, colonizzazioni e scambi culturali.

Questo dato storico amplia la prospettiva sul casting e ricorda che la purezza attribuita al mondo classico è spesso una costruzione successiva.

Il problema artistico rimane centrale: occorre capire se il volto scelto per un personaggio contribuisca al significato dell’opera. La fedeltà richiede anche la capacità di restituire la complessità di un passato conosciuto attraverso testi, immagini e testimonianze frammentarie.

Su un elemento, tuttavia, le opinioni sembrano convergere: la forza della colonna sonora.

La musica del viaggio

Accanto alle immagini, anche la colonna sonora di Ludwig Göransson partecipa in modo decisivo all’interpretazione di Nolan. La musica accompagna la vastità degli spazi, ma lavora soprattutto sulla tensione tra il fragore della guerra e il desiderio di tornare.

Le sequenze più monumentali convivono con momenti di sospensione, nei quali il mare assume una dimensione interiore. Il viaggio si misura attraverso la distanza percorsa, ma anche attraverso i ricordi, le perdite e le trasformazioni che rendono sempre più difficile riconoscere l’uomo partito da Troia.

Il suono contribuisce così a restituire un Odisseo distante dalla figura convenzionale dell’eroe vittorioso. Il ritorno porta con sé il peso di ciò che è accaduto durante la guerra e di ciò che il protagonista ha dovuto compiere per sopravvivere.

Nolan e l’ossessione del tempo

Dalla musica emerge uno dei temi centrali del cinema di Nolan: il tempo.

Da Memento a Interstellar, da Dunkirk a Oppenheimer, il regista lo ha frammentato, dilatato e sovrapposto, trasformandolo in una forza che agisce sui personaggi.

In The Odyssey, questa ricerca incontra una storia già fondata sulla durata. Odisseo impiega dieci anni per tornare da una guerra durata altri dieci. A Itaca, Penelope vive nell’attesa, Telemaco cresce senza il padre e il regno rimane sospeso tra il ricordo del sovrano e la possibilità che sia morto.

Il viaggio modifica anche chi è rimasto a casa. Il ritorno trova un mondo già trasformato dal tempo e persone diverse da quelle lasciate prima della partenza.

A questa durata narrativa se ne aggiunge un’altra: quella culturale. Odisseo attraversa quasi tremila anni di interpretazioni prima di raggiungere lo spettatore contemporaneo.

Un eroe dopo la guerra

Il tema del tempo conduce anche alle conseguenze della guerra. Uno degli aspetti più significativi della lettura di Nolan riguarda infatti il rapporto tra eroismo e conflitto.

L’avventura conserva la propria forza spettacolare, mentre il viaggio assume anche i tratti di un lungo dopoguerra.

Odisseo torna da Troia come vincitore e, nello stesso tempo, come uomo segnato da ciò che ha visto e compiuto. Le prove incontrate sul mare prolungano il conflitto dentro di lui. Il nemico cambia volto, mentre la guerra continua a determinare le sue reazioni.

Questa interpretazione appartiene profondamente al cinema di Nolan. Anche Dunkirk e Oppenheimer osservavano la storia bellica attraverso le conseguenze morali, la paura, la responsabilità e il trauma.

L’Odisseo contemporaneo è dunque l’uomo che desidera tornare e, insieme, colui che deve comprendere quale parte di sé possa ancora raggiungere Itaca.

La fedeltà possibile

A questo punto, la domanda sulla fedeltà può essere affrontata con maggiore precisione.

Esiste una fedeltà agli episodi, ai personaggi e all’ordine del poema. Esiste poi una fedeltà ai suoi interrogativi: che cosa accade a un uomo quando perde la propria identità? Quale prezzo richiede il ritorno? Quanto possono resistere la memoria, il desiderio e i legami familiari alla distanza e al tempo?

Un film può seguire minuziosamente la trama e lasciare sullo sfondo queste domande. Può anche modificare gli avvenimenti e riuscire a riaprirne il significato.

Il giudizio su Nolan si colloca esattamente in questo spazio. La libertà dell’autore richiede una valutazione più ampia del semplice confronto tra ciò che il poema racconta e ciò che il film mostra.

Custodire significa anche discutere

La polemica attorno a The Odyssey rivela un atteggiamento più generale verso il patrimonio classico. Da una parte permane il desiderio di proteggerlo nella sua forma più riconoscibile. Dall’altra si afferma l’idea che la conservazione trovi pieno significato quando un’opera continua a essere letta e interpretata.

I classici attraversano il tempo perché vengono rappresentati, contestati e, talvolta, anche fraintesi. Una riscrittura imperfetta può riportare l’attenzione sull’originale, spingere nuovi lettori verso il poema e riaprire questioni spesso confinate alla scuola o agli studi specialistici.

Ogni adattamento può così essere giudicato per ciò che tenta di fare e per i risultati che raggiunge.

Omero ha già attraversato traduzioni, interpretazioni, riscritture e appropriazioni radicali. Proprio questa lunga storia ha permesso alla sua opera di continuare a parlare a epoche lontanissime da quella in cui nacque.

Omero dopo Nolan

Il film di Christopher Nolan rappresenta un caso culturale prima ancora che cinematografico perché ha riportato l’Odissea al centro della discussione pubblica. Studiosi, critici e spettatori sono tornati a interrogarsi sul significato della tradizione, sulla libertà dell’artista e sul confine tra interpretazione e arbitrio.

La forza del dibattito dimostra che il mito omerico conserva ancora la capacità di coinvolgere una comunità. Le polemiche, anche quando assumono forme semplicistiche, testimoniano che Odisseo appartiene ancora al nostro presente.

Il suo viaggio continua a offrire una struttura nella quale riconoscere l’esperienza dello smarrimento, il bisogno della casa, la seduzione dell’ignoto e la difficoltà di ritrovare se stessi dopo una lunga assenza.

Nolan ha aggiunto il proprio Odisseo agli altri: a quello del poema, all’ingannatore di Virgilio, al navigatore di Dante, all’uomo comune di Joyce e alle numerose figure che la cultura occidentale ha costruito nel corso dei secoli.

Il valore del film dipenderà dalla sua capacità di rimanere nel tempo. Il valore della discussione è già evidente: ci ricorda che custodire un mito significa consentirgli di incontrare sguardi diversi.

Odisseo ritorna a Itaca, mentre il racconto del suo viaggio riprende il mare ogni volta che una nuova epoca prova a riconoscersi nella sua storia

Immagine creata con I.A.

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