Elezione del Presidente. La politica trovi unità nell’interesse del Paese

quirinale

Accingersi a scrivere un articolo sulle elezioni della massima carica istituzionale dello Stato poche ore dopo aver appreso della scomparsa di David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, impone a qualsiasi giornalista di qualsiasi testata una riflessione in più rispetto a quelle che già avrebbero guidato la sua mano nella stesura del pezzo.

David Sassoli era anche lui un giornalista, passato successivamente alla politica. Negli anni giovanili era stato scout e poi aveva militato nella “Rosa Bianca” replicazione in stile italiano del movimento cattolico e anti-nazista tedesco “Weiße Rose” sorto a Monaco durante gli anni del nazionalsocialismo e caratterizzato da azioni non violente contro il regime di Hitler. Il nucleo del movimento era formato da alcuni studenti e professori dell’Università di Monaco che nel 1943 furono arrestati dalla Gestapo e condannati a morte.

Figlio di un intellettuale democristiano, David Sassoli aveva trovato ispirazione nell’azione politica di Aldo Moro che usava spesso citare come mediatore tra cattolicesimo e comunismo e come costruttore di ponti. Sassoli è stato un paladino appassionato della democrazia europea, un visionario dai modi gentili e, da Presidente del Parlamento, un uomo al di sopra delle parti. Sono questi i motivi per i quali era stato fatto il suo nome come possibile candidato alla Presidenza della Repubblica. 

Quella dell’ascesa al Colle è una partita di straordinaria importanza per la politica italiana. Che la questione rivesta un’importanza grandissima lo avvertono, al di fuori dei palazzi del potere, anche i cittadini italiani. Lo scorso 7 dicembre al tradizionale appuntamento di inizio stagione del teatro più importante d’Italia, la Scala, tempio della musica e della cultura italiane, Sergio Mattarella è stato accolto da una calorosa ovazione del pubblico. Durante il lungo applauso tanti hanno gridato “bis”, un segno inequivocabile di ciò che molti italiani vorrebbero: l’accettazione di un secondo mandato o di un prolungamento della permanenza al Quirinale fino al termine dell’attuale legislatura, nel 2023. Mattarella ha però escluso tale possibilità e anche nel messaggio di fine anno lo ha ribadito con un esplicito riferimento al dettato costituzionale. Il quale dice che il Presidente è eletto per sette anni e non contempla la possibilità di una rielezione. Ma neppure la esclude.

Nella storia repubblicana soltanto Giorgio Napolitano è stato eletto una seconda volta. Avvenne nel 2013. Napolitano, che allora aveva 87 anni, aveva affermato più volte di non voler affrontare un altro settennato, ma il precipitare degli eventi lo indussero a cambiare idea. Avverrà la stessa cosa con Mattarella? Una cosa è certa: con la profonda crisi politica che ha interessato il sistema dei partiti, negli ultimi decenni i presidenti della Repubblica hanno dovuto assumere ruoli sempre più ampi e incisivi, diventando un punto di riferimento e di equilibrio fondamentale per assicurare la necessaria stabilità istituzionale del paese. 

La convocazione dei 1009 grandi elettori, deputati, senatori e delegati regionali, è stata fissata per lunedì 24 gennaio alle ore 15.00, ma è molto improbabile che avremo un nuovo presidente già al primo voto. Per l’elezione sarà necessaria, nelle prime tre votazioni, una maggioranza di due terzi, equivalente a 673 voti. Dal quarto scrutinio sarà sufficiente la maggioranza assoluta, dunque 505 voti. Sul voto incomberà anche l’incognita Covid che imporrà regole per evitare assembramenti e per decidere cosa fare nel caso in cui alcuni elettori risultino positivi ai test. Considerando l’alto grado di contagiosità della variante omicron, probabilmente i casi di elettori infetti non saranno isolati. Ma le vere sorprese e i colpi di scena potranno venire, come già successo in alcune elezioni presidenziali del passato, dai cosiddetti “franchi tiratori” che useranno il voto segreto per non seguire le indicazioni dei partiti di appartenenza, indicazioni che potrebbero essere manifestate solo all’ultimo momento. 

Il fatto che non ci sia nessun obbligo per i partiti politici di indicare in anticipo il nome dei propri candidati è una particolarità tutta italiana. I motivi li ha spiegati, recentemente, il costituzionalista Michele Ainis rispondendo al giornalista Andrea Pancani durante la trasmissione Coffee Break di La7. Alla domanda sul perché le forze politiche non presentino in anticipo le candidature ufficiali consentendo per tempo al Parlamento in seduta comune di decidere, Ainis ha risposto che “la prassi di non presentare candidature risale al 1948, con l’elezione di Luigi Einaudi, quando Palmiro Togliatti (l’allora segretario del Partito Comunista Italiano, ndr.) chiese una sospensione della procedura di voto per discutere delle candidature e Giuseppe Dossetti per bocca della Democrazia Cristiana disse di no, in quanto il Parlamento in seduta comune è un collegio perfetto, in cui si vota ma non si discute.

Di lì è nata una prassi che ostacola la presentazione di candidature ufficiali e che non aiuta la trasparenza”. Ainis ha poi aggiunto che se Draghi da Presidente del Consiglio in carica fosse eletto Presidente della Repubblica sarebbe un “inedito costituzionale: dovrebbe dimettersi nelle mani non di se stesso, ma dell’attuale Presidente e cioè di Mattarella, il quale per prassi dovrebbe congelare le dimissioni fino a quando non nasce un nuovo governo… ma se le congela Draghi non potrà diventare Presidente della Repubblica essendo ancora Presidente del Consiglio”. Insomma, un bel ginepraio.

Se è vero che mancano candidature ufficiali, è altrettanto vero che abbondano i nomi dei papabili sui quali si sta concentrando l’attenzione e il chiacchiericcio dei media. La lista è lunga e riguarda personalità di diversa provenienza politica e profilo professionale. Tra gli uomini citiamo Giuliano Amato, Silvio Berlusconi, Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini, Dario Franceschini, Paolo Gentiloni, Romano Prodi. Tra le donne, Rosy Bindi, Emma Bonino, Elisabetta Alberti Casellati, Marta Cartabia, Liliana Segre. Anche David Sassoli, si è detto, era tra i candidati ed ora che è scomparso sono in molti a pensare che avrebbe svolto bene il compito grazie alla sua qualità di essere al di sopra delle parti e, soprattutto, grazie alla sua capacità di essere non divisivo. Non altrettanto possiamo dire di altri candidati. Ma tralasciamo commenti e considerazioni sui diversi nominativi. Quello che invece vogliamo evidenziare, al di là degli aspetti formali inediti insiti nell’eventuale passaggio di Draghi dalla carica di Premier a quella di Capo dello Stato, sono le conseguenze che tale passaggio avrebbe in termini politici e istituzionali. E tra le conseguenze ci sono anche le elezioni anticipate.

In meno di un anno dalla sua elezione, Draghi è riuscito a mettere d’accordo quasi tutti. Ha affrontato abbastanza bene, almeno fino ad oggi, l’emergenza Covid e ha gestito correttamente il complesso rapporto con l’Ue per l’avvio del cosiddetto PNNR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che nel contesto del programma Next Generation EU deciso dalla Commissione Europea in risposta alla crisi pandemica, porterà all’Italia 222 miliardi di euro entro il 2026 (fonte Ministero dell’Economia e delle Finanze) da investire in particolare nella transizione energetica e in quella digitale. Non va però dimenticato che il governo di unità nazionale guidato da Draghi (soltanto il partito Fratelli d’Italia è all’opposizione) è nato come estremo tentativo di Mattarella di evitare le elezioni anticipate in un momento di grande difficoltà sanitaria, sociale ed economica determinata dalla pandemia. Prima di conferire l’incarico, il Presidente rivolse un appello a tutte le forze politiche affinché superassero le divisioni e dessero la fiducia a un governo “di alto profilo” che non dovesse “identificarsi con alcuna formula politica”. Parole di Mattarella.

Nonostante finora Draghi abbia attuato un’incisiva azione di governo, la fase critica che undici mesi fa lo aveva portato a Palazzo Chigi è ancora ben lungi dall’essere stata superata. Esattamente come undici mesi fa anche oggi andare a elezioni anticipate comporterebbe rischi che il Paese non può permettersi di correre. Riuscirebbe Draghi, dal Colle, ad ottenere che i partiti si accordino sulla formazione di un governo di unità nazionale senza di lui come Presidente del Consiglio? Soltanto Sergio Mattarella, non più capo dello Stato, potrebbe riuscire nell’impresa accettando di diventare Premier. Ma se le cose stanno così, tanto vale che Mattarella rimanga al Colle fino a marzo 2023, ovvero alla scadenza della legislatura, quando le elezioni dovranno essere in ogni caso effettuate, sperabilmente in una situazione complessiva migliore di quella attuale. Migliore anche in termini di capacità della politica di interpretare correttamente i bisogni della gente e non in chiave autoreferenziale. E se Draghi avrà fatto bene potrà meritatamente ambire alla carica di Presidente della Repubblica.

E’ questo l’intricatissimo ginepraio di scenari che la politica italiana dovrà districare tra due settimane. I rischi sono tanti e tali da rendere auspicabile un accordo trasversale tra tutti i partiti sulla necessità di inviare a Sergio Mattarella la richiesta (ma sarebbe un vero e proprio appello) di accettare un secondo mandato fino alla scadenza della legislatura. Tanto meglio se tale richiesta verrà fatta prima dell’inizio degli scrutini e non in extremis. In ciò l’Italia potrebbe seguire l’esempio rappresentato dalla Germania, dove i principali partiti già si sono accordati per conferire a Frank-Walter Steinmeier il secondo mandato.

Nella foto, il Palazzo del Quirinale in un momento della cerimonia di conferimento delle decorazione dell’Ordine Militare d’Italia alle Bandiere di Guerra

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