La sindaca di Roma Virginia Raggi assolta dall’accusa di reato di falso in atto pubblico

La sindaca di Roma Virginia Raggi è stata assolta dal tribunale di primo grado dall’accusa di aver dichiarato il falso all’autorità anticorruzione, assumendosi tutta la responsabilità della nomina alla direzione Turismo di Roma Capitale di Renato Marra, fratello di Raffaele, all’epoca direttore del personale.

Tale responsabilità era stata assunta dalla sindaca nonostante che tutta l’istruttoria del procedimento era stata svolta dal fratello dell’interessato, Raffaele Marra. Questi, inoltre, aveva sottoposto il provvedimento alla firma della sindaca stessa, dopo averlo siglato e dichiarato regolare sotto il profilo amministrativo, nonostante che l’esperienza del dirigente nominato (Renato Marra) si fosse sino a quel momento espletata soltanto nel campo della Polizia locale e non del turismo; soprattutto, nonostante che il nuovo incarico avrebbe comportato un aumento di stipendio di circa 20.000 euro l’anno, difficilmente giustificabile.

Il dirigente del personale Raffaele Marra, il quale, contrariamente a quanto previsto sull’incompatibilità dalle norme anticorruzione, non si era astenuto dal predisporre la procedura di nomina del fratello, era stato inizialmente coinvolto nello stesso procedimento penale con l’accusa di abuso d’ufficio. Poi, la posizione della sindaca era stata stralciata su richiesta di quest’ultima di essere giudicata con rito immediato (durato un anno e mezzo). Quindi, per il Marra (Raffaele), il tribunale penale dovrà ancora pronunciarsi con separata sentenza.

Si attende di conoscere le motivazioni dell’assoluzione

Nell’euforia del risultato ottenuto, gli ambienti vicini alla sindaca si sono espressi in maniera non esattamente politically correct nei confronti della stampa e dei mass media. La questione non può riguardare questa testata che ha sempre esercitato un ruolo garantista nell’informare i lettori in materia penale, in linea con il dettato costituzionale di presunzione di innocenza sino alla condanna definitiva. A maggior ragione non abbandoniamo tale convinta posizione ora che, nel caso di specie, è stato emesso un verdetto di primo grado favorevole alla sindaca.

In mancanza della motivazione della sentenza, che sarà pubblicata nelle prossime settimane, tuttavia, riteniamo nostro dovere verso i lettori, fornir loro alcune ipotesi sui “fattori” che hanno giocato a favore della sindaca, in base agli elementi sinora in nostro possesso.

L’accusa di reato nei confronti di Virginia Raggi, da parte del PM Dall’Olio era quella di “falso ideologico” in atto pubblico e non di “falso materiale”. Il magistrato, quindi, non contestava alla sindaca di aver falsificato alcun documento ma di avere espresso dei concetti non veritieri. L’assoluzione sarebbe intervenuta non perché il fatto non sussiste (cioè che non abbia espresso quei concetti) bensì “perché il fatto non costituisce reato”. Inoltre, da alcune informazioni pubblicate su altre testate, sembra che il giudice abbia accertato l’assenza di dolo (cioè di volontà a commettere reato), da parte della sindaca.

La responsabilità politica è separata da quella amministrativa

A nostro parere, tutto verte su un principio fondamentale dell’ordinamento ammnistrativo italiano: quello di distinzione tra le funzioni politiche e quelle burocratiche amministrative. In sostanza al politico spettano funzioni direttive e di indirizzo politico mentre tutta la responsabilità sull’istruttoria amministrativa, la predisposizione e la regolarità degli atti compete al dirigente.

Alla luce di ciò, il giudice non può che aver dato, alla contestata dichiarazione della sindaca una lettura “legittima”, cioè relativa allo svolgimento delle sole funzioni di cui la legge attribuisce la competenza al politico e non altro. Di conseguenza, ha ritenuto che non costituisca reato il fatto che la sindaca abbia dichiarato la propria responsabilità sulla nomina di Renato Marra ad un incarico superiore e non attinente al suo profilo professionale perché tale dichiarazione era meramente “politica” e di “indirizzo” e non poteva estendersi, per legge, anche alle funzioni strettamente burocratico-amministrative di competenza del dirigente.

La stessa sindaca – che, non ci dimentichiamo, è laureata in legge – non può che aver dato questo significato alla sua dichiarazione, data l’assenza di dolo che, eventualmente, doveva essere provato dall’accusatore, in nome del principio di presunzione di innocenza.

Il “terzo potere” è diventato il primo

Detto ciò, non si può che rilevare il diffondersi sempre più, a livello patologico, dell’ingerenza della magistratura sulla politica nella società italiana. Una malattia sorta con le inchieste di “mani pulite” e che ha portato al sovvertimento di quel sistema politico che, dal dopoguerra, aveva proiettato l’Italia ai vertici del mondo industrializzato. Da allora, l’arma dell’inchiesta giudiziaria sul potere politico ha svilito il dibattito ideologico, riducendo la politica a una vera e propria “guerra per bande”, senza poi ottenere rilevanti risultati a livello di accertamento dei reati.

foto: ilfattoquotidiano.it

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