La giustizia, la politica e le relazioni pericolose

Per coloro che, come chi scrive, percorrono da molti anni i corridoi delle aule giudiziarie e degli altri palazzi del potere conoscendo le dinamiche sottese alle scelte della “politica giudiziaria”, diventa particolarmente fastidioso leggere e sentir raccontare autentiche favole metropolitane su quel che potrebbe ora accadere o sarebbe mai accaduto nelle proverbiali “stanze dei bottoni”.

Salvo cataclismi naturali e a dispetto dei clamori che fomentano il popolo con cronache enfatizzanti sul futuro panorama delle collusioni tra politica e giustizia, non accadrà assolutamente nulla, se non la futura giusta punizione a carico di coloro che non hanno rispettato le regole di appartenenza alle proprie aree di influenza del potere.

La “gente di giustizia” è composta esclusivamente da due categorie: dai giudici (o magistrati perché i due termini sono sinonimi) e (salvo il personale di cancelleria) dagli avvocati; tra le numerose “anime dell’avvocatura” di cui faccio parte, spiccano quelle che amano parlar sempre male dei giudici, senza mai tenere conto della fondamentale differenza tra quelli seri, studiosi ed onesti che in realtà costituiscono la maggior parte di essi,  rispetto a quella minoranza che preferisce divertirsi con la politica, sia essa di categoria che di partito politico in senso stretto, come si ha talvolta occasione di vedere.

La politica, del resto, offre possibilità di svago (per sfuggire alla noia dell’esame dei fascicoli), di divertimento effettivo (grazie alle occasioni di scambio sociale con feste, cene e altre amenità), di visibilità (per i più narcisisti) e soprattutto di carriera (per garantirsi stipendi più elevati).

A differenza della libera professione forense, per l’esercizio della quale è sufficiente superare un esame di stato abilitativo dopo la laurea e un breve periodo di praticantato, per accedere alla magistratura si deve sostenere un apposito concorso pubblico che – una volta vinto – rende possibile diventare protagonisti costitutivi ed attivi del terzo potere dello stato che è quello definito dalla Costituzione agli articoli dal n.101 al n.110 “Ordinamento Giudiziario”.

Esso si affianca agli altri due poteri istituzionali:  il Parlamento composto da Camera e Senato (detto “potere legislativo” eletto dal popolo a suffragio universale che si occupa della formazione delle leggi come previsto dagli articoli dal n.55 al n.69 della Costituzione) e il Governo (eletto dal Parlamento e detto “esecutivo” perché, attraverso l’azione dei ministri,  svolge la dirigenza politica generale assumendone la responsabilità, mantenendo l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando le relative ‘attività (art. 95 Cost.)

La magistratura interpreta quindi le leggi create dal Parlamento e le decide con sentenze, ordinanze e decreti su istanza proponibile da ogni cittadino che – a mezzo dell’avvocato difensore – accede alla giustizia per il riconoscimento dei propri diritti; il “corpo dei magistrati statali” non è quindi libero, ma in ragione del fatto che “la giustizia è amministrata in nome del popolo”, ne consegue che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge” (art.101 Cost); ecco perché la magistratura costituisce “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art.104 Cost. primo comma) che si autogoverna attraverso le regole del Consiglio Superiore della Magistratura il cui (art.104 Cost. dal secondo al sesto comma); in quest’ultimo sesto comma è espressamente previsto e precisato che i giudici “Non possono, finché sono in carica, essere iscritti negli albi professionali, né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale”.

Questa imprescindibile premessa tecnica consentirà di comprendere più agevolmente le dinamiche sottese a gravissime rivelazioni rese possibili da una serie di intercettazioni telefoniche che infuocano le cronache giudiziarie degli ultimi giorni, evocative di collusioni tra politica (composta da esponenti del potere legislativo) e giustizia (composta da esponenti del potere giudiziario): a fronte delle implicazioni che ne conseguono, i punti di domanda che debbono focalizzare l’attenzione sono essenzialmente tre:

1. in che percentuale di sentenze pubblicate è possibile accertare se la decisione è stata pilotata dalla politica?

2. in che misura le carriere dei magistrati vengono decise in base ad accordi condizionati dalla politica?

3. in che modo è possibile per i magistrati avventurarsi nella politica attiva in relazione alla loro provenienza dal potere giudiziario?

Il primo

Nell’ormai lontano 2013 la Corte di Cassazione stabilì che la condanna del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi per frode fiscale in materia di diritti televisivi dovesse essere confermata; accade poi che un giudice facente parte del collegio giudicante, defunto di recente, sollevò forti dubbi sulla legittimità di quella decisione, per insussistenza del reato. Si sarebbe trattato di una condanna costruita a tavolino per decretare l’eliminazione di Silvio Berlusconi dalla vita politica.

L’avvocato difensore del Cavaliere ha quindi avuto conferma di un dubbio che si è rivelato fondato: un fatto gravissimo, da accertare fino in fondo e che offre l’opportunità alla vittima di essere risarcito per l’irreparabile danno plurimo che ne è conseguito.

Occorrerà rivisitare i termini delle responsabilità dei giudici collusi con la politica, prevedendo il rafforzamento delle pene da comminare a loro carico in caso di accertamento positivo; ecco un punto da inserire nell’agenda delle riforme, ma col rischio che le solidarietà politiche e giudiziarie addolciscano la gravità delle questioni da trattare.

La soluzione potrebbe essere nell’uso delle formule arbitrali con componenti esterni come sono gli avvocati.

Il secondo

Era ora che se ne parlasse.

Da sempre, il sistema delle correnti e degli accordi interni è diffuso in tutta la magistratura, essendo in pochi a poter dichiarare non averne beneficiato, se pur occasionalmente.

Qui il conflitto è tra il libero associazionismo costituzionalmente garantito a tutti e l’appartenenza ad un organo a rilevanza costituzionale nel senso sopra indicato; il Consiglio Superiore della Magistratura esposto a condizionamenti da parte di associazioni private assume connotazioni quantomeno surreali, perché di fatto le decisioni sulla distribuzione degli incarichi sono mascherate da ideologie di pensiero culturale.

Per fortuna che anche i giudici, quando hanno ragione, si rivolgono agli avvocati per avvalersi dei loro diritti di carriera attraverso l’uso del mezzo legale che è e sempre sarà il ricorso vittorioso, analizzato e deciso da chi svolge correttamente il proprio lavoro.

Quanto al resto, nell’agenda delle riforme andrebbe inserita una diversa composizione dei soggetti all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, inserendo soggetti terzi imparziali. 

Il terzo 

L’emigrazione dei giudici togati nei ranghi parlamentari ed esecutivi è nota e notoria

Come se il fatto di diventare giudice costituisca un trampolino di lancio per avviare una brillante la carriera politica.

Ma l’esperienza pratica dimostra che molto raramente un magistrato diventa un buon politico, anzi. Molto spesso ne esce un burocrate anche poco elastico per gestire la vita politica di un paese e quindi sarebbe opportuno che ognuno restasse al proprio posto nel rispetto delle vocazioni individuali.

Perché poi, quel che accade, lo leggiamo sui giornali con notizie svalutative per l’ordine giudiziario che perde credibilità, crolla in autorevolezza e produce danni a tutta la collettività.

In conclusione, il mondo è fatto di persone, tutte le categorie sociali sono gerarchizzate e le “mele marce” sono dappertutto; riguardo detto ultimo punto, il buon senso generale – soprattutto sotto il profilo meramente descrittivo a scopo di informazione attiva – sta nell’impedire che la poca frutta bacata rischi di danneggiare tutta quanta quella buona.

1 risposta

  1. Avatar
    FEDERICO LA SALA

    COSTITUZIONE (META-REGOLE), POLITICA (REGOLE), E RICORDI DI SCUOLA SULLA CRITICA DELLA “RAGIONE PURA” (“SOFISTICA”)!

    SE E’ VERO CHE, “Per coloro che, come chi scrive, percorrono da molti anni i corridoi delle aule giudiziarie e degli altri palazzi del potere conoscendo le dinamiche sottese alle scelte della “politica giudiziaria”, diventa particolarmente fastidioso leggere e sentir raccontare autentiche favole metropolitane su quel che potrebbe ora accadere o sarebbe mai accaduto nelle proverbiali stanze dei bottoni”, NON E’ ALTRETTANTO VERO CHE, “Salvo cataclismi naturali e a dispetto dei clamori che fomentano il popolo con cronache enfatizzanti sul futuro panorama delle collusioni tra politica e giustizia, non accadrà assolutamente nulla, se non la futura giusta punizione a carico di coloro che non hanno rispettato le regole di appartenenza alle proprie aree di influenza del potere” (L. Vasselli – sopra).

    AD EVITARE eccessi di pericolose semplificazioni e produzioni di “nuvolose” illusioni, per contestualizzare meglio il problema, NON SOLO rileggerei l’ottimo “riassunto” di una questione complessa come quella affrontata nell’articolo in “#iorestoacasa, Forza Italia!” (di Italo Mastrolia, “InLibertà”, 16 aprile 2020: http://www.inliberta.it/iorestoacasa-forza-italia/), MA rivisiterei ANCHE i luoghi della memoria degli anni di scuola e riguarderei con maggiore attenzione la grande lezione di Aristofane (cfr. “Le nuvole”: https://it.wikipedia.org/wiki/Le_nuvole_(Aristofane) ) su un “Socrate” che non è mai giunto a “conoscere sé stesso” e tuttavia viene “venduto” e “contrabbandato” (pubblicità-progresso!) come un grande saggio, non solo ieri (ad Atene) ma anche oggi (nel “villaggio globale”) – dopo Marshall McLuhan (https://it.wikipedia.org/wiki/Marshall_McLuhan#Il_villaggio_globale)?! O no?!

    Federico La Sala

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