Renato Serra: la guerra non cambierà la letteratura

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Per i futuristi la guerra è la «sola igiene del mondo», un’occasione per tagliare con il passato e ricostruire società e cultura sulla base di presupposti completamente nuovi. A questo tipo di affermazioni, l’intellettuale Renato Serra oppone una visione completamente diversa. Nel suo lungo intervento Esame di coscienza di un letterato (pubblicato sulla «Voce» il 30 aprile 1915) egli afferma che: «La guerra è un fatto, come tanti altri in questo mondo; è enorme ma è quello solo; accanto agli altri, che sono stati e che saranno: non vi aggiunge; non vi toglie nulla. Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche la letteratura».

La guerra e la vita

Siamo agli inizi del Novecento, la prima guerra mondiale infiamma l’Europa e inevitabilmente il mondo della cultura è spinto a misurarsi con questo evento devastante e drammatico. Il primo di così ampie proporzioni nella storia. Per Serra la guerra è un’occasione per riflettere, non per cambiare. Egli vede chiaramente che tra il “prima del conflitto” e il “dopo il conflitto” può esserci sono continuità. La guerra mette l’uomo di fronte alle sue responsabilità e alle sue contraddizioni, non impone dall’alto alcuna trasformazione radicale. 

Essa è una «fiumana» che può prendere gli uomini «in ciò che ognuno ha di più elementare e più semplice». Può annientarli o lasciarli scossi, feriti, stanchi, scioccati. Per il resto, coloro che riescono a tornare a casa tornano alla vita di prima. Riprendono il lavoro che hanno lasciato «con l’animo, coi modi, con le facoltà e le qualità che avevano prima». Dunque la vita va avanti nonostante la guerra poiché «non può essere permesso a nessuno di prender congedo dal proprio angolo nel mondo di tutti i giorni». E lo stesso vale per la letteratura.

L’autonomia della letteratura

Per Serra la letteratura non è un’arte al servizio delle trasformazioni storiche e dell’impegno politico. È bensì un fatto interiore, autentico e autonomo. L’autore ritiene illusorio pensare che il conflitto formerà «l’animo a cure più gravi e entusiasmi più sani» e che ciò determinerà la nascita di una «letteratura nuova, eroica, grande, degna del dramma storico, attraverso cui si ritempra, per virtù di sangue e di sacrifici, l’umanità». La grande stagione del decadentismo non può terminare con un punto netto solo a causa di un fatto storico. Al massimo la letteratura «potrà avere qualche interruzione» nell’ordine temporale, ma «come conquista spirituale, come esigenza e coscienza intima, essa resta al punto a cui l’aveva condotta il lavoro delle ultime generazioni; e qualunque parte ne sopravviva, di lì soltanto riprenderà».

Nella difesa del valore autonomo della letteratura rispetto alla guerra in corso, Serra si trova perfettamente in linea con le trasformazioni apportate alla rivista «La Voce» dal critico Giuseppe De Robertis. Non è un caso che Esame di coscienza di un letterato esca proprio sulla cosiddetta «Voce bianca» (1914-1916), ovvero sui numeri con copertina bianca della «Voce» su cui venivano pubblicati in forma antologica testi letterari creativi e critici, estranei a ogni altra implicazione politico-sociale. Eppure saranno proprio la storia e la politica a determinare la fine di Serra. Egli infatti non potrà mai constatare personalmente quale sarà l’effettivo destino della letteratura dopo la guerra perché morirà proprio partecipando al conflitto, combattendo presso Gorizia, nel 1915. 

Foto di Tony Phelps da Pixabay

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