Re Edipo e l’ineluttabilità del Fato

edipo fato

Nel IV secolo a.C. Aristotele scrive la Poetica, un trattato che analizza com’è fatta la poesia basandosi soprattutto sulla tragedia antica di Eschilo, Sofocle e Euripide. All’epoca i testi teatrali erano scritti esclusivamente in versi e considerati parte del genere poetico proprio come l’epica e la poesia ditrambica. Secondo il celebre filosofo la poesia è mìmesis, ovvero imitazione della realtà che procedendo per rappresentazioni individuali si fa strumento di conoscenza. L’oggetto della tragedia greca è il mito e i miti, più che realistici, sono archetipici: presentano storie emblematiche che permettono di affrontare temi universali. Tutto ciò nello spazio ristretto di un canone estetico che prevede unità di spazio, tempo e azione. 

Si prenda a esempio l’Edipo re di Sofocle. Una tragedia famosissima che ruota tutta intorno a un unico messaggio di fondo: è impossibile sfuggire al proprio destino. Per quanto sia articolata, la vicenda di re Edipo si condensa in un solo giorno e in un unico luogo: una Tebe tormentata dalla pestilenza perché l’uccisione del precedente re, Laio, è rimasta impunita. Ma soprattutto vi si riscontra un’evidente unità d’azione. Non ci sono trame secondarie. Gli eventi narrati sono presentati tutti come risultati di un’indagine svolta da Edipo stesso. Lo scopo è trovare l’assassino di Laio, placare gli dei e liberare la città dal contagio. Ancora il re non sa quale amara sorpresa gli riserva il Fato.

Il Fato e la colpa

Nell’antica Grecia si credeva che il Fato fosse una divinità che nessuno poteva contrastare, nemmeno gli altri dei. La vicenda dell’Edipo re dimostra che chiunque tenti di sfuggire alla propria sorte non fa che corrervi incontro più velocemente. Al momento della nascita di Edipo, il destino ha già tessuto la trama della sua storia. L’Oracolo di Delfi parla chiaro: egli ucciderà il padre (Laio) e sposerà la madre (Giocasta). Alla fine, nonostante le fughe e gli abbandoni, nonostante l’intelligenza sagace del protagonista, nulla potrà evitare che investigatore e assassino coincidano.

La verità arriva per bocca dell’indovino Tiresia, in occasione di un incontro voluto da Edipo stesso. Essa è così cruda che il veggente non vuole pronunciarla. Ma quando il re lo accusa di essere stato complice del delitto, Tiresia si trova costretto a rivelarla: «Dico che sei tu l’individuo che cerchi». Poi aggiunge: «quest’uomo che tu vai cercando con le tue minacce e i tuoi bandi, l’uccisore di Laio, quest’uomo è qui: lo credono tutti straniero, ma ben presto apparirà come essere un Tebano e non avrà motivo di rallegrarsi della sua sorte. […] Si vedrà che egli è insieme padre e fratello dei suoi figli; figlio e marito insieme della donna che gli ha dato la vita; rivale ed assassino di suo padre». 

La vera vista

Tiresia è un indovino affetto da cecità, ma proprio per questo è capace di guardare più in profondità con gli occhi della mente. Sa bene che il destino del re di Tebe si compirà anche senza che una profezia tanto dolorosa venga pronunciata. Al contrario Edipo, che la vista ce l’ha, si trova accecato dall’ira. Prima si adira perché l’indovino si rifiuta di parlare, poi non crede alla sua rivelazione. 

Emblematica è l’affermazione di Tiresia:  «Poiché tu mi hai rinfacciato la mia cecità, ti dico che tu hai gli occhi, ma non vedi il male dentro al quale ti trovi, non vedi dove sei e con chi vivi». Nella tragedia si insiste molto sul concetto della vista. Qui il verbo vedere è strettamente legato al verbo comprendere. Infatti quando la verità non potrà più essere negata, Edipo non saprà sopportarla e si accecherà per non doverla contemplare. Resterà vittima del destino che ha cercato di scansare. E allora ecco l’insegnamento di questa rappresentazione: l’uomo che pretende di cambiare il proprio destino pecca di presunzione contro gli dei, dunque finisce per soccombere.

Foto di jotahernandez21 da Pixabay

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