L’ Aci Trezza di Verga: un formicaio pieno di ostriche

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Nella novella di Verga Fantasticheria (pubblicata prima sul «Fanfulla della domenica» nel 1879 e poi nella raccolta Vita dei campi nel 1880) il narratore racconta di una dama dell’alta società che passando con il treno vicino al villaggio di Aci Trezza, attratta dal mondo pittoresco dei pescatori, esclama: «Vorrei starci un mese laggiù!». Ma poi, una volta raggiunto il villaggio, non resiste più di due giorni e afferma: «Non capisco come si possa viver qui tutta la vita». Questo perché l’Aci Trezza di Verga da lontano sembra un paradiso pittoresco e confortante, ma da vicino si rivela un inferno fatto di monotonia e miseria.

La miseria e l’ideale dell’ostrica

In Fantasticheria, come poi in Rosso Malpelo e in I Malavoglia, il mondo rusticano è tutt’altro che mitizzato. Il narratore ne fornisce un quadro da cui traspare il male di vivere umano indagato nella sua forma più autentica, senza il filtro delle convenzioni sociali. Egli risponde alla dama: «Eppure, vedete, la cosa è più facile che non sembri: basta non possedere centomila lire di entrata, prima di tutto; e in compenso patire un po’ di tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati nell’azzurro, che vi facevano batter le mani per ammirazione. Così poco basta perché quei poveri diavoli che ci aspettavano sonnecchiando nella barca, trovino fra quelle loro casipole sgangherate e pittoresche […] tutto ciò che vi affannate a cercare a Parigi, a Nizza ed a Napoli». 

Sembra terribile, eppure gli abitanti di Aci Trezza restano attaccati con tutte le loro forze al piccolo e crudele mondo rurale in cui la sorte li ha catapultati. Proprio come un’ostrica che resta caparbiamente attaccata al suo scoglio. E questo «tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere», «questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti» e «questa religione della famiglia» sono secondo il narratore «cose seriissime e rispettabilissime». Talmente rispettabili che vale la pena farsi piccoli piccoli per studiare il formicaio umano da cui scaturiscono, «guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori». 

I personaggi del formicaio

Quella tra il formicaio e l’umanità di Aci Trezza è una della analogie più efficaci della novella: «Vi siete mai trovata, dopo una pioggia d’autunno, a sbaragliare un esercito di formiche, tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di panico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno». 

In questo formicaio spiccano alcuni ritratti di quelli che saranno i protagonisti del primo libro del Ciclo dei vinti: I Malavoglia. La donna che vende le arance dinanzi all’uscio di casa è la Longa. Padron N’Toni lo riconosciamo nel vecchietto che si ritrova a dover morire nella corsia bianca di un ospedale quando avrebbe  solo voluto spegnersi nel cantuccio nero di casa. La giovane che fa capolino dietro i vasi del basilico anticipa il personaggio di Mena, il padre morto annegato è Bastianazzo e il fratello caduto nella battaglia di Lissa è il fratello Luca. In Fantasticheria Verga mette in scena un narratore esterno che legge la loro realtà alla luce della differenza che c’è tra il loro mondo e quello borghese. Servirà ancora qualche anno perché riesca a calare il lettore direttamente nel loro formicaio pieno di ostriche, scrivendo una storia che sembrerà essersi fatta da sé.

Foto di chanwit whanset da Pixabay

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