Halloween all’italiana: nascita di una tradizione?

Halloween

Gli scaffali dei supermercati annunciano l’approssimarsi della prima delle feste dolciarie: Halloween seguendo un calendario sospinto dalla pubblicità e dalla grande distribuzione al quale, per amore o per forza, ci stiamo adattando tutti e nel quale la prima scadenza, Halloween appunto, (o «Aulin» come dice qualche anziano poco pratico di lingua inglese, ma assai più di farmaci) che si celebra il 31 ottobre è anche la più giovane, almeno dalle nostre parti ed in questa forma.

Le origini pagane di Halloween

Secondo la vulgata la festa di Halloween affonderebbe le sue origine nei riti celtici di Samhain, il capodanno in cui si celebrava l’inizio dell’inverno, ed il carattere spettrale della festa attesta che i Celti, come tutte le popolazioni più antiche, percepissero tra la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno una frattura tra la vita e la morte tale da creare una sorta di «porta» con l’aldilà ed abbiano messo in atto una serie di riti apotropaici (atti cioè a scacciare le forze del male) e difensivi per proteggersi dagli spiriti maligni che avrebbero potuto varcare quella porta.

Una percezione che i Celti condividevano con le altre popolazioni loro contemporanee.

Nella cultura greco-romana il collegamento vita/morte, Terra/Inferi era rappresentato nel mito di Persefone (Proserpina per i Romani) figlia di Demetra (la Cerere romana).

Mentre coglieva dei fiori in un campo in Sicilia (secondo il mito nei pressi di Enna), Persefone fu rapita, con il consenso di Zeus (Giove), dal dio degli inferi Ade (Plutone per i Romani) per farne la sua sposa e la regina degli inferi.

La violenza di questo rapimento è stata magistralmente rappresentata da una delle opere più belle e straordinariamente realistiche di Gian Lorenzo Bernini nel complesso scultoreo del «Ratto di Proserpina» esposto nella Galleria Borghese che ci restituisce tutto il dramma di una fanciulla strappata ai suoi giochi infantili e, al contempo, quello della vita, di cui Persefone è il simbolo innocente, trascinata negl’inferi.

Il mito, narrato da Ovidio nelle «Metamorfosi», ci racconta di una Persefone prostrata, ma non rassegnata a cedere ad Ade e di sua madre, Demetra-Cerere, informata dell’accaduto da Elios (il dio del Sole), talmente disperata dalla perdita della figlia da lasciare insterilire i campi fino a quando non le avessero restituito la figlia.

Zeus-Giove, allora, pur complice del rapimento, si rese conto che la disperazione di Demetra-Cerere avrebbe precipitato il Mondo nel caos e decise d’inviare Ermes-Mercurio nell’Ade per avvisare Persefone di non toccare cibo: chiunque, infatti, avesse consumato un pasto negl’inferi vi sarebbe rimasto in eterno.

Nel frattempo Persefone, vinta dalla fame, aveva iniziato a sbocconcellare una mela granata, furbescamente offertale da Ade, e quando giunse Ermes-Mercurio ne aveva già mangiato sei chicchi condannandosi a restare sei mesi nell’Ade come sposa del dio poiché questo fu il compromesso stabilito da Zeus.

Per i restanti sei mesi Persefone si sarebbe ricongiunta alla madre sulla Terra e così si giustificò, per volere degli dei, l’alternanza delle stagioni.

Per celebrare le nozze di Persefone e Ade si tenevano in Sicilia alla fine dell’estate le Teogamie mentre la mela granata di cui si era cibata Persefone, che matura alla fine dell’estate, divenne il simbolo del dualismo vita/morte ed il forzato ritorno di Persefone negli Inferi, alla fine dell’estate, venne percepito anche da Greci e Romani come una frattura tra Terra ed Inferi.

Da Samhain ad Halloween

Il passaggio da Samhain ad Halloween avvenne in epoca cristiana quando Papa Gregorio III fissò al 1° novembre la festa di Ognissanti che anticamente si celebrava a maggio e che divenne festa di precetto per tutti i cristiani nell’anno 835 d.C. per decreto di Papa Gregorio IV.

Fu uno dei tanti modi per sovrapporre una festività cristiana ad un rito pagano come del resto era accaduto, già nel IV secolo, per la celebrazione del Natale il 25 dicembre che Papa Giulio I sostituì alla festa romana del Sol Invictus, subito dopo il solstizio invernale.

Letteralmente Halloween rappresenta infatti la contrazione di «All Hallows’ Eve» (Vigilia di Ognissanti) e quindi formalmente ha cessato ogni collegamento con la festa pagana di Samhain la quale, tuttavia, non ha completamente perduto le sue origini celtiche.

Della festa di Samhain sono rimasti i riti apotropaici e quindi il mascheramento, i falò, gli ortaggi intagliati in forma mostruosa, le lanterne.

Tutti elementi che, peraltro, si ritrovano anche nella nostra tradizione contadina come nella «morte secca», nel «poero zozza» o nella stessa Rificolona. Riti tosco-emiliani figli di quella cultura contadina che esorcizzava l’arrivo della cattiva stagione con feste di paese e ovviamente, grandi mangiate e grandi bevute.

I Cattolici ed Halloween

I Cattolici osservanti vivono la festa di Halloween con comprensibile disagio di cui si è fatto interprete lo stesso Papa Francesco nel corso dell’Angelus del 1° novembre 2019 parlando, pur non citando esplicitamente la festa celtica, di «messaggi di cultura negativa sulla morte e sui morti».

Il disagio dei Cattolici osservanti è giustificato sia dal fatto che per i cristiani il rapporto tra la vita e la morte è completamente ribaltato rispetto alla prospettiva precristiana perché la resurrezione del Cristo, che rappresenta il cuore del messaggio evangelico, ne segna il definitivo trionfo sulla morte, sia dall’impossibilità per i cristiani di accettare una qualche forma di dialogo e di compromesso con gl’Inferi ritenuti il Regno del Male assoluto.

Un altro elemento di attrito è costituito dalla collocazione temporale di Halloween all’inizio di una settimana che per i Cattolici si lega alla commemorazione dei defunti del 2 novembre, mentre le Chiese riformate rifiutano questa particolare celebrazione e la Chiesa Ortodossa la distribuisce in più sabati nel corso dell’anno.

Va osservato, peraltro, che se vi è la ragionevole certezza che la festa di Ognissanti sia stata collocata il 1° novembre proprio in sovrapposizione con il Samhain dei Celti, anche la celebrazione della commemorazione dei defunti il 2 novembre non sembra del tutto estranea ad una necessità di sterilizzazione dei riti pagani precristiani.

Fu infatti l’abate Odilone ad introdurla per primo nell’Abbazia di Cluny nel 928 d.C. dopo aver ascoltato, come riporta Antonio Sanfrancesco, il racconto di un confratello che, di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa, era stato scaraventato da una tempesta sulle coste della Sicilia dove aveva incontrato un eremita che gli riferiva di udire spesso le grida e le voci dolenti delle anime del Purgatorio provenienti da una grotta assieme a quelle dei demoni che gridavano contro lui.

È possibile che l’eremita incontrato dal confratello dell’Abate Odilone si sia involontariamente imbattuto in una delle celebrazioni delle Teogamie siciliane?

La tradizione dolciaria siciliana per il culto dei morti e il rito messicano del Dia de los Muertos (o de los Defuntos)

La Sicilia, in cui era avvenuto, secondo il mito, il rapimento di Persefone da parte di Ade e che più di ogni altra aveva mantenuto la tradizione delle Teogamie è anche il luogo in cui la celebrazione dei morti ha assunto un significato del tutto particolare anche dopo l’avvento del cristianesimo.

Narra infatti Salvatore Spadafora, che ha raccolto alcune testimonianze dirette, che in Sicilia sino agli anni del primo conflitto mondiale la mattina del 2 novembre si teneva una vera e propria di caccia al tesoro riservata ai bambini i quali, eccitatissimi, erano spinti a frugare in ogni angolo della casa per trovare le «cose dei morti» nascoste dagli adulti nei posti più insospettabili: giocattoli, scarpe e abiti nuovi e poi un vassoio di dolci o di frutta secca detto «U Cannistru».

Ancora oggi nella settimana dei morti si possono trovare nelle pasticcerie e nei laboratori più rinomati i tipici dolci siciliani per i morti: fruttini di martorana (marzapane), ossa di morto o crozzi ‘i mortu (biscotti di pasta croccante aromatizzata con chiodi di garofano), taralli (ciambelline ricoperte di zucchero), tetù o catalani (biscotti rivestiti con glassa di zucchero e cacao), mustazzola (realizzati con mosto o vino cotto), biscotti regina ricoperti di sesamo e pupaccena o pupi di zucchero fuso raffiguranti guerrieri a cavallo, soldati, signore, trombe, scarpette.

Dall’altra parte dell’Oceano, in Messico, i primi missionari cristiani s’imbatterono invece in un rito precolombiano molto particolare.

Secondo la cultura dei popoli precolombiani di quei luoghi (Mexica, Mixtechi, Texcocanos, Zapotechi, Tlaxcaltecas, Totonacas e altri popoli nativi) il giorno dei morti, coincidente con la fine del periodo agricolo del mais, avveniva il ritorno temporaneo delle anime dei defunti, che ritornavano a casa, nel mondo dei vivi, per vivere con i familiari e nutrirsi dell’essenza del cibo loro offerto sugli altari collocati in loro onore.

La festa, sopravvissuta alla cristianizzazione del Paese, nel 2003 è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

L’invenzione statunitense di Halloween

È da ritenersi che se fosse rimasta confinata tra i discendenti degli antichi popoli celti Halloween non avrebbe avuto l’eco e la diffusione che ha assunto nel nuovo millennio.

Grande importanza ha sicuramente rivestito la sua appropriazione da parte degli statunitensi di origine irlandese (Irish-Americans) che, sin dalla prima ondata migratoria sul suolo americano coincidente, alla metà dell’800, con la Carestia delle patate o Grande Carestia che colpì l’Irlanda, hanno rappresentato una delle comunità più coese anche perché di fede cattolica, laddove la maggioranza della popolazione dei primi Stati nordamericani era di fede protestante: i cosiddetti WASP (white anglo-saxon protestant) che assunsero ben presto il controllo anche politico del Paese.

Basti pensare che il primo presidente cattolico nella storia degli Stati Uniti è stato John Fitzgerald Kennedy, di origine irlandese, appunto.

La relativa marginalità degli irlandesi statunitensi ne ha certamente favorito la coesione e con essa quella creazione di tradizioni su cui si sono soffermati Hobsbawm e Ranger nel saggio «The invention of traditions» (L’invenzione della tradizione) e che, come del resto è accaduto anche con i nostri emigrati, ha rappresentato un forte elemento di coesione identitaria e di legame con le proprie origini, spesso legato al cibo.

Se i nostri emigrati, partendo dalle origini meridionali della maggioranza di loro, hanno costruito la cucina italiana, laddove vi era solo una somma eterogenea di tradizioni culinarie locali, così gl’irlandesi hanno creato con Halloween, ed in misura ancora maggiore con la Festa di San Patrizio, due feste di grande impatto popolare in grado di legittimare la comunità irlandese e di renderla protagonista.

Ecco allora che la rapa intagliata originaria della festa di Samhain, che era uno dei simboli per scacciare il maligno, è diventata il Jack-o’-lantern che conosciamo oggi, fatto con una zucca americana (assai più grande e colorata rispetto a quelle autoctone europee).

È stata inoltre inventata per ibridazione una speciale zucca per Halloween: grande, colorata, facile da intagliare, ma con una polpa di qualità sicuramente inferiore a quella delle zucche delle varietà sviluppatesi in Europa, ed in Italia in particolare, sulla base di quelle americane. Così, mentre si è creato un corredo di accessori per l’intaglio in sicurezza da parte dei bambini, per evitare lo spreco di polpa di zucca hanno iniziato a diffondersi le zucche artificiali, in polistirolo o plastica riciclata, da colorare ed intagliare.

Le origini del Trick or treat

Trick or treat, dolcetto o scherzetto, è uno degli aspetti più caratteristici e in fondo più simpatici di Halloween: bande di bambini mascherati che bussano alle porte a caccia di dolci.

Anche questa usanza, peraltro, ha origini non solo irlandesi.

Alla fine dell’estate, infatti, sin dall’epoca romana era uso che le persone più povere bussassero alle porte in cerca di cibo per l’inverno in cambio di preghiere e benedizioni.

Coloro che venivano respinti a mani vuote minacciavano maledizioni e sciagure e quindi, per la naturale superstizione soprattutto delle persone meno abbienti, era facile venissero accontentati.

Vi è poi un’altra spiegazione propugnata dalla blogger Lucia Graziano («Come è nato il Trick-or-Treating?») secondo la quale anche questa usanza avrebbe preso piede solo a partire dalle comunità irlandesi degli Stati Uniti.

In occasione della vigilia di Ognissanti, infatti, le baby gang irlandesi imperversavano nelle strade facendo dispetti ai passanti ed agli abitanti delle case e la situazione peggiorò negli anni della Grande Depressione in cui questi fatti degenerarono in veri e propri atti di teppismo.

Nel 1939 la rivista American Home pubblicò un breve articolo a firma di Doris Hudson-Moss la quale individuò quale antidoto alle gesta delle baby gang l’offerta di dolci e di cibo in generale.

La cosa funzionò, probabilmente per le condizioni d’indigenza dei bambini irlandesi che preferivano di gran lunga un dolce (che per loro era un lusso) al rischio di una reazione violenta e così le baby gang si trasformarono nelle allegre compagnie di bambini del giorno d’oggi.

Le ragioni di una rapida diffusione planetaria di Halloween

Il secondo fattore della rapida diffusione planetaria di Halloween è stato sicuramente l’impossessamento della festa da parte dell’industria dolciaria che ne ha individuato una fonte di vendita di prodotti, caramelle e cioccolatini, in un periodo sostanzialmente morto dal punto di vista commerciale ed in coincidenza con il declino delle calze della Befana.

Infine è risultato decisivo il coinvolgimento dei bambini in un’epoca di generale denatalità in cui, come attesta anche la recente pubblicità della Esselunga, ai piccoli non si riesce a negare nulla.

L’occasione del travestimento con costumi e trucchi spaventosi ha presto contagiato anche i giovani adulti alla perenne imitazione di comportamenti pseudoadolescenziali ripetendo una seduzione per il mascheramento che affonda negli albori della civiltà occidentale se solo si pensi alle scorribande amorose di Zeus-Giove con ogni forma di travestimento.

V’è da chiedersi però il motivo di questa ostinazione nell’invocare le origini celtiche della festa e la ragione è da ricercarsi, oltre che in una forma di nobilitazione di una festa ormai palesemente consumista, nella riscoperta dei riti pagani anche e soprattutto in Paesi come l’Italia a forte impronta cattolica almeno formale, quasi che questi riti, con particolare attenzione a quelli celti, consentano un rapporto più autentico con la natura e l’ambiente in generale.

Vi sono quindi tutti gli elementi per ritenere che Halloween non sia una moda passeggera, ma finisca col diventare una vera e propria tradizione anche da noi.

Per una tradizione che nasce ve ne sono altre che muoiono

Se i dolci dei morti della tradizione siciliana si sono in qualche modo riciclati nei dolcetti di Halloween, vi è una festa che, nonostante qualche tiepido tentativo di recupero, è destinata a morire.

È la nostra Notte delle Streghe che si celebrava la notte tra il 23 ed il 24 giugno, subito dopo il solstizio d’estate e quindi in una delle notti più brevi dell’anno.

Il pretesto era offerto dalla Festa di San Giovanni Battista in occasione della quale la tradizione popolare voleva che le streghe, chiamate a raccolta da Erodiade e Salomè, si riunissero presso la Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma per poi andare in giro in cerca di anime.

La popolazione si difendeva sia con i simboli cristiani, sia con un rito tutto romano che vale riportare con le parole di Giggi Zanazzo.

«La viggija de San Giuvanni, s’ausa la notte d’annà come sapete, a San Giuvanni Latterano a pregà er Santo e a magnà le lumache in de l’osterie e in de le baracche che se fanno appositamente pe’ quela notte. For de la Porta, verso la salita de li Spiriti, c’era parecchi anni fa, l’osteria de le Streghe, indove quela notte ce s’annava a cena. A tempo mio, veramente, nun se faceva tutta ‘sta gran babbilogna che se fa adesso. Ce s’annava co le torce accese e co’ le lanterne, perché era scuro scuro, allora, pe’ divuzzione davero e pe’ vedè le streghe. Come se faceva pe’ vederle? Uno se portava un bastone fatto in cima a furcina, e quanno stava sur posto, metteva er barbozzo drento a la furcina, e in quer modo poteva vedè benissimo tutte le streghe che passaveno laggiù verso Santa Croce in Gerusalemme, e verso la salita de li Spiriti. Pe’ scongiuralle, bastava de tienè in mano uno scopijo, un capodajo e la spighetta cor garofoletto. S’intenne che prima d’uscì da casa, de fora de la porta, ce se metteva la scopa e er barattolo der sale. Accusì si una strega ce voleva entrà nu’ lo poteva, si prima che sonasse mezzanotte nun contava tutti li zeppi de la scopa e tutte le vaghe der sale. Cosa che benanche strega, nun je poteva ariuscì; perchè, si se sbajava a contà, aveva d’aricomincià da capo. Pe’ nun faccele poi avvicinà pe’ gnente, bastava mette su la porta de casa du’ scope messe in croce. Come la strega vedeva la croce, er fugge je serviva pe’ companatico! Presempio, chi aveva pavura che la strega j’entrassi a casa da la cappa der cammino, metteva le molle e la paletta in croce puro là, oppuramente l’atturava cor setaccio de la farina. Un passo addietro. Er giorno se mannava in parocchia a pijà una boccia d’acqua santa fatta da poco, perché l’acqua santa stantìa nun è piú bona; e prima d’uscì da casa o d’annassene a letto, ce se benediveno li letti, la porta de casa e la casa. Prima d’addormisse se diceva er doppio credo, ossia ogni parola der credo si repricava du’ vorte: io credo, io credo, in Dio padre, in Dio padre, ecc., e accusì puro se faceva de l’antre orazzioni. Nun c’è antra cosa come er doppio credo pe’ tienè lontane le streghe! Ammalappena, poi se faceva ggiorno, er cannone de Castel Sant’Angelo, che aveva incominciato a sparà da la viggija, sparava diversi antri colpi, e allora er Papa, in carozza de gala, accompagnato da li cardinali e dar Senatore de Roma, annava a pontificà, ossia a di’ mmessa in de la chiesa. Detta messa, montava su la loggia che dà su la piazza de San Giuvanni Latterano, dava la benedizzione e poi buttava una manciata de monete d’oro e d’argento. Quando er giorno de San Giuvanni sorge er sole, s’arza ballando. A tempo mio, er giorno de San Giuvanni, usava de fa’ un pranzo fra li parenti, ossia fra compari e commari pe’ fa’ in modo che si c’era un po’ de ruggine fra di loro s’arifacesse pace co’ ‘na bona magnata de lumache».

Di quella tradizione è rimasta solo la scopetta di saggina da regalare ed appendere all’uscio con una simbologia che molti peraltro ignorano e le lumache, almeno in Italia, sono completamente uscite dal gusto popolare.

Tutto sommato il trasferimento dalla Festa di San Giovanni ad Halloween di un anelito di esorcizzare anche con il cibo la paura della morte è un perfetto portato dei tempi attuali in cui, complice anche il benessere diffuso, sembra che non si possa celebrare alcuna ricorrenza senza associarla al consumo di dolci i quali, nella sensibilità popolare, hanno completamente sostituito ogni altra forma di cibo simbolico e questo ci rende involontari testimoni di un profondo cambiamento del gusto destinato a ripercuotersi sulle generazioni future.

Foto di Bany_MM da Pixabay

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