Giovan Battista Marino e la nuova rappresentazione della femminilità

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Quando si parla di poesia e arte barocca è inevitabile pensare alla sovrabbondanza, all’artificiosità, alla meraviglia, alla superficialità. Tuttavia l’emergere di questa nuova sensibilità — estremamente diversa da quella che aveva dominato nei secoli precedenti — poggia su motivazioni tutt’altro che superficiali. Con il vacillare delle certezze dogmatiche, l’allargamento dei confini del mondo e le novità in campo astronomico che hanno strappato alla Terra il suo ruolo di centro dell’universo, i modelli antichi portatori di valori come armonia, equilibrio e proporzione non funzionano più. Occorrono modelli nuovi, o comunque serve una riformulazione originale di quelli vecchi. 

Nel campo della poesia vengono abbandonate le regole dettate dalla Poetica di Aristotele, decade l’attività pedagogica come fine primario della poesia, la realtà comincia a essere letta attraverso i collegamenti stabiliti da metafore, analogie, ossimori. Inoltre si assiste a un superamento del modello petrarchesco tanto caro ai petrarchisti del Cinquecento. Lo dimostra l’introduzione di una femminilità più varia e imperfetta, che supera lo stereotipo della donna-angelo e lascia spazio anche a donne brune, vecchie, zoppe, indemoniate, schiave… (si pensi a titoli come Per i pidocchi della sua donna di Anton Maria Narducci o a Bellissima spiritata di Claudio Achillini). Giovan Battista Marino — il nome più risonante della letteratura barocca italiana — ce ne dà dimostrazione in più di un componimento.

Il superamento del modello petrarchesco

In Sonetto dedicato ai biondi capelli della sua donna (della raccolta poetica Lira) Marino sembra riprendere in modo fedele il modello femminile di Petrarca. Il riferimento al poeta trecentesco si prospetta subito nel primo verso «A l’auro il crin ch’a l’auro il pregio ha tolto». È una chiara eco del primo verso del sonetto XC del Canzoniere: «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi». Stessa cosa per gli elementi della luce e dei «biondi volumi [che il vento] avea disciolto» (rimando al verso petrarchesco «che ’n mille nodi gli avvolgea»). Tuttavia Marino non è un petrarchista e già dalla seconda quartina si comincia a notare.

Petrarca nel sonetto XC costruisce una figura di bellezza pura e astratta da cui parte per scendere nei meandri di se stesso, per parlare dell’impatto che il primo incontro con Laura ha avuto su di lui e di quanto il suo amore sia capace di resistere anche alla corruzione adoperata dal tempo. Marino invece si ferma più in superficie e si attesta su una descrizione ridondante, raffinata e impreziosita tipica del barocco. Con un’insistenza metaforica quasi eccessiva sugli effetti di luce che derivano dallo scioglimento dei capelli della donna, egli  dà luogo, come afferma il critico Giovanni Getto, «a un processo di trasfigurazione mediante il quale la donna […] tende ad assumere quasi una realtà minerale, d’aurea e gemmea e perlacea essenza, a diventare un lussuoso e raffinato gioiello».

Elogio alla schiava

Superamento ancora più vistoso del modello petrarchesco si ha nella poesia Bella schiava, che fa sempre parte della Lira. Il componimento è incentrato sulla descrizione della bellezza di una schiava nera. Un’operazione che rovescia completamente l’idea tradizionale della bellezza associata alla donna bionda, chiara e con gli occhi azzurri. Marino descrive la donna come «bella fra le belle di Amore» e come «prodigio della Natura». Dopodiché si lascia andare a una serie di immagini ossimoriche che accostano il nero della pelle della donna all’idea della luce («uscire una luce così viva da un inchiostro nerissimo»; «un sole che […] porta la notte». 

In questa poesia l’attrazione per l’esotico tipica del Barocco viene portata alle estreme conseguenze. Lo stesso vale per la tendenza a rappresentare la donna in momenti umili e quotidiani che la poesia elevata non aveva mai trattato prima. Se già in Onde dorate la donna — ancora bionda — viene descritta nell’atto quotidiano di pettinarsi, in Bella schiava la condizione di umiltà della figura femminile è portata all’estremo. È una schiava, nessuno nella piramide sociale si colloca più in basso di lei. Eppure Marino la descrive come una dea, rompendo gli schemi e dimostrando che, come il mondo conosciuto, anche la poesia può spingersi verso territori inesplorati. 

Foto di Walkerssk da Pixabay

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