Totti, Pallotta, Spalletti e lo stile Roma

totti-atalanta-roma-4Al tifoso romanista seduto domenica scorsa davanti alla TV non è sfuggita la faccia contrariata del tecnico Spalletti quando, all’87’, il quasi quarantenne capitano Francesco Totti, da lui gettato nella mischia pochi minuti prima – forse – per fargli condividere la sconfitta, ha scaraventato nella rete atalantina il gol del pareggio della Roma, tra il tripudio incontenibile dei radio-telecronisti delle emittenti private e degli spettatori con il sangue a globuli giallo-rossi, presenti allo stadio o in poltrona.

La smorfia di Spalletti, poi, si è immediatamente trasformata in una maschera di furore, vedendo che tutti i giocatori romanisti, anziché affrettarsi a riprendere il gioco per tentare di portare a casa una possibile vittoria, si attardavano ad abbracciare il “loro” capitano.

Il dopo partita è stato ancora più polemico e maligno, da parte del tecnico di Certaldo. Pur non dando per confermate le chiacchiere diffuse dai media anti romanisti, relativamente a un vero e proprio alterco verificatosi negli spogliatoi, tra l’allenatore e i giocatori, con baruffa finale Totti-Spalletti, di certo le dichiarazioni di quest’ultimo, in conferenza stampa, non sono state rose e fiori. Al giornalista che si è azzardato a dire: «poi, per fortuna, è entrato Totti e ha salvato la partita…», Lucianone ha replicato con un ghigno: «le partite non le salvano i singoli calciatori ma la squadra. I singoli calciatori, semmai, te le fanno perdere!»

Il tifoso è smarrito. Non riesce a capire che cosa possa mettere contro il più forte calciatore della storia della sua squadra e colui che siede in panchina, con pregevoli risultati. In realtà, in gioco non vi è la presenza o il rendimento in campo di un grandissimo atleta, ai fini del risultato o l’armonia nei rapporti capitano-allenatore. In ballo c’è un’idea stessa di Roma.

Qual è l’idea di Roma nella testa del tifoso? E’ la Roma di Testaccio. Quella che, almeno in casa, non si arrendeva mai. Quella di “Masetti che è primo portiere”, quella di “Fuffo” Bernardini, di Attilio Ferraris IV, di “De Micheli che scrucchia ch’è ‘n piacere”. Quella dei giocatori che non andavano tanto per il sottile e sempre pronti alla rissa, sotto la curva. La Roma dei Fedayn e del Commando Ultrà Curva Sud; quella degli spalti come quelli del Colosseo, strapieni di folla inneggiante alla lotta e sempre irridente l’avversario, soprattutto se sconfitto.

Francesco Totti, oltre ad aver calcato per ventiquattro anni tutti i campi d’Italia e d’Europa con la maglia giallorossa e ad essere stato il giocatore italiano che ha segnato più gol, almeno dal secondo dopoguerra in poi, è stato il simbolo, l’incarnazione stessa, di questa idea di Roma.

Poi è arrivato il Presidente James Pallotta, il quale ha detto chiaramente che una società che in quasi novant’anni ha vinto solo tre scudetti e una sola coppa europea, per giunta soppressa (la Coppa delle Fiere del 1961), deve radicalmente cambiare. Il prefetto Gabrielli ha messo le barriere in curva, impedendo ai tifosi più accesi di sostenere la squadra, magari organizzando risse da suburra con i tifosi avversari e relativi accoltellamenti? Secondo Pallotta è solo un problema di ordine pubblico e non investe la conduzione della squadra né in campo né fuori. Anzi, guarda caso, la squadra italiana che ha vinto di più (la Juventus) è proprio quella che ha la tifoseria più tiepida e con gli spalti sempre semivuoti.

Dopo il tentativo (fallito) di far dirigere i giocatori dal sergente di ferro Garcia, Pallotta ha affidato le redini della squadra a Luciano Spalletti, il quale si è subito convinto della bontà del “Pallotta pensiero” ed ha accettato ad un sola condizione: in campo si fa come dico io. Con i media e la stampa, il tecnico di Certaldo ha esordito con un’affermazione indicativa: «Facciamo un giochino: inventiamoci lo stile Roma». Intendendo che lo stile della nuova gestione dovrà essere simile a quello della Juventus, con una sola variante, appunto: in campo si fa come dico io.

Nell’idea di Roma del “Pallotta pensiero”, riveduto e corretto da Spalletti, non può esserci posto né per la Roma di Testaccio, né per i giocatori indisciplinati, né per i CUCS e, tantomeno per il mitico quarantenne capitano. Per questo, il Presidente ha fatto capire al “pupone” di non essere intenzionato a rinnovargli il contratto e l’allenatore lo ha tenuto a lungo fuori squadra. Finché, dal cilindro del fuoriclasse, è uscito fuori il tiro del “Core de Roma” che ha salvato il risultato a Bergamo e ha messo al tappeto tutti i suoi avversari. Nel dopopartita, non c’è stata alcuna rissa, fuori e dentro gli spogliatoi: era Spalletti che parlava da solo!

di Federico Bardanzellu

Fonte foto: Voglia di Roma

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