Il Berretto a Sonagli. Il Pirandello di Jannuzzo e Bellomo

Jannuzzo_il berrettoIn questi giorni, tra Mantova, Torino e Cosenza, è in scena Il Berretto a Sonagli, con Gianfranco Jannuzzo, Emanuela Muni, Gaetano Aronica, Carmen Di Marzo, Franco Mirabella, Caterina Milicchio ed Anna Malvica. Regia di Francesco Bellomo e scene di Carmelo Giammello.

Lo scorso anno mi recai alla Sala Umberto di Roma per assistere a questo spettacolo, ed uscii entusiasta per aver ritrovato, finalmente, il Pirandello studiato, amato e visto in gioventù.

Il Berretto a Sonagli è un’opera magnifica, che s’inquadra in quella particolare fase della produzione pirandelliana denominata “teatro del grottesco”, dove la quotidianità viene graffiata, scorticata dall’Autore alla ricerca delle sue contraddizioni, della sua paradossalità; dove l’uomo è maschera.

La vita che si dipana nelle vicende narrate è claustrofobica: stretta in un angolo senza luce, anela invano agli spazi esterni, alla libera espressione dei sentimenti, alla verità, quel mostro che Pirandello riflette in uno specchio infranto, parcellizzandola in mille diverse parti di un’unità forse mai esistita; sì, anela ad uscire, a rivelarsi nella sua vera essenza, libera da convenzioni sociali, silenzi e perbenismo.

Mio marito mi tradisce con tua moglie. E’ questo il nocciolo della storia, che, tuttavia, assume tante sfaccettature, ognuna diversa a seconda della persona coinvolta: ora emerge la sete di giustizia e di scandalo di Beatrice Fiorica, la donna tradita; ora l’opportunismo di Fifì, suo fratello; l’ambiguità del delegato di polizia Spanò; l’immobilismo severo di Assunta la Bella, madre di Beatrice; l’umbratile lussuria di Nina, la moglie di Ciampa, il protagonista, il marito tradito, l’uomo umiliato; ed, ovviamente, il muoversi di quest’ultimo nei meandri di un ginepraio di sentimenti contrastanti, maschera tra le maschere, cui Pirandello non concede neppure un nome. Ciampa. Solo Ciampa. Egli è null’altro che un casato, un cognome, lo stesso dato a sua moglie il giorno delle nozze; quel cognome che lei ha calpestato.

Francesco Bellomo

Francesco Bellomo

Nel tempo in cui è ambientata la storia esiste ancora il delitto d’onore. A cosa, dunque, la verità potrebbe costringere il marito tradito? E se preferisse ignorare, non vedere? Il focolaio di scandalo che Beatrice ha attizzato dovrebbe essere spento; la verità dovrebbe essere celata. Celata nella pazzia, forse. Del resto solo un pazzo, con il suo berretto a sonagli in testa, può permettersi di dire il vero.

Il tema della pazzia che cela la verità, è uno dei più amati da Pirandello. Pensiamo anche solo all’Enrico IV: sono più pazzo io che mi fingo pazzo o voi che assecondate la mia pazzia? Ne Il Berretto a Sonagli, però, l’aspetto filosofico della pazzia, come un amante clandestino esso stesso, resta dietro la tenda di una comicità drammatica, che fa sorridere e fa pensare. L’Autore usa l’umorismo come un’arma, poiché, meglio di ogni altra forma espressiva, rappresenta il dualismo tra convenzione sociale e libertà; tra verità pubbliche e private; tra sobrietà e follia.

Ebbene, Gianfranco Jannuzzo è un maestro dell’umorismo che cela segni d’altro. Il suo climax ascendente di passioni sceniche coinvolge il fruitore del messaggio artistico, lo fa sentire protagonista, lì, sul palcoscenico, accanto a quei personaggi che si muovono, tutti, con una grazia ed un’eleganza che Pirandello stesso avrebbe applaudito. Bravissimi gli attori, dunque, così come il regista Francesco Bellomo, il quale riesce a costruire una coralità equilibrata ed incisiva. Vincente, poi, a mia opinione, la scelta di rispettare il testo e le scene volute dall’Autore: “Salotto in casa Fiorica riccamente addobbato all’uso provinciale …”. Pirandello è anche lì, negli arredi, nelle suppellettili, così come nell’accento siciliano. Non dimentichiamo che la prima versione di quest’opera fu scritta in siciliano per il grande attore Angelo Musco: A Birritta cu’ i Ciancianeddi.

Oggi ho l’onore di intervistare Gianfranco Jannuzzo.

Jannuzzo ed il Teatro: che tipo di rapporto c’è tra voi?

Un rapporto viscerale. A dire il vero, Raffaella, mi sento un privilegiato, perché sono riuscito a fare esattamente ciò che volevo fare sin da bambino. La passione per il teatro è nata con me. Ancor prima dei miei ricordi, mi sostiene la memoria serbata dai miei genitori: recitavo sempre, in ogni occasione. Forse, in parte, lo devo anche al fatto d’essere siciliano. In Sicilia il teatro è ovunque, a partire dalla tradizione greca, se ci pensiamo.

Si accende, in segreto, una lucina nell’anima quando la tua sicilianità incontra Luigi Pirandello? 

Il legame con Pirandello è fortissimo. Anche lui agrigentino, come me, è stato il fulcro di studi ed approfondimenti. Io, poi, avevo un ulteriore bonus, nel mio approccio a Pirandello: mio padre. Lo dico con grande umiltà e con grande affetto. Lui era un insegnante di Lettere, un uomo di cultura e, naturalmente, a casa questa cultura si respirava. Pirandello, in particolare, era spesso oggetto di nostre lunghe conversazioni, di nostri ragionamenti. E’ limitativo pensare che Pirandello possa essere semplicemente letto: la filosofia e la psicologia che permeano il testo, lo spaccato sociale descritto richiedono approfondite riflessioni. Ecco, il mio Pirandello è legato molto anche alla figura di mio padre.

Sei attualmente in scena con Il Berretto a Sonagli. Tu e Francesco Bellomo avete fatto una scelta ben precisa: avete portato in scena un Pirandello tradizionale, senza stravolgimenti nel testo o nelle scene; un Pirandello autentico. Come è nata questa scelta che, negli ultimi tempi, è quasi controcorrente?

Sia io, sia Francesco ci siamo trovati immediatamente in perfetta sintonia su questo punto, entrambi convinti che la rappresentazione debba attenersi al testo. Per quanto mi riguarda, credo che questo modo di vedere il Teatro derivi dalla formazione scolastica con Gigi Proietti, avendo io frequentato, da giovane, il suo Laboratorio di Esercitazioni Sceniche. Gigi scherzava molto sulle “contaminazioni”, sul “teatro di ricerca”. Come lui, anche io credo molto in una rappresentazione della storia e dei personaggi così come inquadrati dall’autore in un preciso momento storico, con precise caratteristiche. Poi, è ovvio, ci devi mettere del tuo, se te lo puoi permettere. La rappresentazione teatrale è un gioco bellissimo. Lo spettatore sa che vedrà una storia inventata; l’attore dovrà essere così bravo da farla sembrare vera. Se questo gioco riuscirà, entrambi ne saranno arricchiti. Ed è una lezione, questa, che mi hanno impartito Gigi Proietti e tutti gli altri insegnanti che ho avuto, i grandi attori con cui ho lavorato, i quali non sapevano d’essere insegnanti e dai quali imparavo senza sapere che stavo imparando, come Bramieri, con il quale ho avuto il privilegio di lavorare per sei anni, Rossella Falk, Valeria Moriconi, Turi Ferro

Le maschere, a teatro, si sentono sempre a casa loro, si sa, ma Pirandello le ha rese più che protagoniste, le ha elevate a forma di vita. Sono Maschere Nude, le sue. Coincidono con l’uomo, rappresentandone la complessità psicologica; nella commedia pirandelliana, come nella vita, c’è sempre anche il dramma, dietro la maschera. Cosa comporta recitare Pirandello per l’attore e per l’uomo?

Gianfranco Jannuzzo

Gianfranco Jannuzzo

E’ una prova attoriale non indifferente. Le maschere pirandelliane, a volte, diventano trappole, prigioni dietro le quali il personaggio è costretto a tenere un certo comportamento, a pensare, a fare certe cose. E non basta: hanno anche un’ombra che le segue ovunque, la follia, che l’Autore universalizza, normalizza, rende filosofia di vita. In scena non è solo l’attore a confrontarsi con essa, ma anche l’uomo, cosa che comporta un mettersi in gioco, un misurarsi schietto con il testo. Del resto, il tema della follia, in Pirandello, è talmente urgente, urlante che non si può prenderlo solo come uno dei tanti caratteri del personaggio. Attraverso le sue opere egli ha sublimato un dramma personale.

Ciampa, il tuo personaggio, afferma di avere tre corde, nella testa: quella seria, quella civile e quella pazza. Regolando ora l’una, ora l’altra si muove nella vita senza grossi traumi. Fuori dal palcoscenico, gli esseri umani di quante corde hanno bisogno, Gianfranco?

Io credo che Pirandello abbia dotato Ciampa di tutte quelle che servono. Il suo ragionamento è straordinario. Certo, se vivi in un contesto sociale   – e lui lo dice chiaramente –   quella che ti serve di più è quella civile, perché ti consente di operare un giusto compromesso tra le altre due. “Dovendo vivere in società ci serve la civile, che sta qua, in mezzo alla fronte. Ci mangeremmo tutti, signora, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. Non si può. Io che so, impazzisco, oppure, per mia antipatia, per mio carattere mi vorrei mangiare a morsi suo fratello, ma non lo posso fare. Allora che faccio? Do una giratina qua …”. Quante volte, nel quotidiano, a te come avvocato, o come scrittrice, a me come attore, a tutti noi come cittadini capita di dover frenare una reazione fuori dalle righe per evitare di finire nei guai. La corda pazza devi sempre tenerla a bada. Quella seria, poi, ti viene quasi vergogna ad usarla, perché il rischio è prendersi troppo sul serio e diventare noioso. Quindi quella più utile ed usurata è sicuramente la civile.

Gli italiani hanno l’Italia nel cuore, ovunque si trovino, tu lo dici sempre. Pur in crisi, a volte costretti ad emigrare oltre mari ed oceani, sono caratterizzati dall’intelligenza, dalla forza d’animo, dall’ironia, dalla capacità di adattarsi, ma, soprattutto, dall’attaccamento alle proprie radici. Anche l’uomo pirandelliano è un uomo spesso in crisi, che, tuttavia, trova in sé la forza di reagire, facendo appello al proprio carattere, alla propria filosofia, alle proprie radici. In questo senso possiamo dire che i personaggi pirandelliani sono dotati di un’anima intimamente italiana?

Senza dubbio, cara Raffaella. Innanzi tutto cominciamo col dire che Pirandello è esso stesso espressione altissima di italianità. Nasce nella mia Girgenti, si iscrive alla facoltà di Lettere di Palermo e poi a quella di Roma e Roma diviene la sua città di elezione. La sua italianità è talmente forte che la porta con sé all’estero, viaggiando moltissimo. Vive per un lungo periodo a Bonn, ad esempio, dove termina gli studi universitari con una tesi sullo sviluppo dei suoni nella parlata di Girgenti. Incredibile diffusione, persino all’estero, delle sue radici, di cui il dialetto è la quintessenza. Poi, con la fine del suo matrimonio e l’arrivo del teatro va a Parigi, a Londra, a New York, a Buenos Aires, a Berlino, dove si stabilisce per qualche anno, pur restando intimamente legato alla sua Italia, come scrive a Marta Abba. Infine, porta la bandiera italiana della cultura fino al Premio Nobel, che gli viene assegnato nel 1934. E’ inevitabile, quindi, che anche l’uomo pirandelliano, frutto della sua esperienza di vita, seppur sublimata nell’arte, sia espressione dell’Italia e dell’italianità.

Hai recitato in tantissimi ruoli. Già solo guardando ai tuoi più recenti successi, sei stato il poliedrico one-man di Recital, tra scene comiche e poesie intense, riflessioni profonde e brani musicali; sei stato Orazio Pignatelli in E’ ricca, la sposo e poi l’ammazzo, brillante commedia liberamente tratta da un racconto di Jack Richtie; sei stato Il divo Garry, l’affascinante, talentuoso, capriccioso narcisista di Coward; sei stato e sarai ancora, al Quirino di Roma nel marzo 2018, il Luca Sesto di Alla faccia vostra di Chesnot, uomo imprigionato in un carosello di cupidigia e meschinità, con le sue disavventure dai tratti umoristici; sei stato e sei ancora, ovviamente, il Ciampa de Il Berretto a Sonagli di Pirandello. Potrei continuare a lungo. Tra i tanti ruoli interpretati, c’è un personaggio che ami particolarmente?

Non è facile scegliere, ma propendo senza dubbio per Ciampa. E’ stata una sorpresa, per me. Quando abbiamo deciso di mettere in scena Il Berretto a Sonagli non pensavo di essere pronto per affrontare un simile personaggio, peraltro interpretato, in passato, da nomi che farebbero paura a chiunque, come Salvo Randone, Eduardo De Filippo, Turi Ferro, Pino Caruso

L’umiltà mi imponeva di astenermi e l’autostima mi suggeriva di provarci. A noi attori accade una cosa strana: viaggiamo, nella professione, sempre in bilico tra contrastanti sentimenti e non possiamo permetterci di eccedere in nessuno di essi: se siamo troppo arroganti, si vede e non è bello; se siamo troppo sicuri di noi, cadiamo; se siamo troppo modesti, falliamo.

Con Ciampa è accaduto un miracolo. Innanzi tutto sono stato affiancato da colleghi bravissimi, il che rende i miracoli possibili. E, poi sono stato, quasi, spudorato nel leggere il dramma intimo legato al tradimento della moglie. Ho percepito il personaggio non solo come un uomo tradito che sa d’essere stato tradito e non vuole che ciò si sappia; ma come un uomo che accetta il tradimento per atto d’amore. Il suo ruolo non è un mero incasellamento nella società: il tradito, il buono, il cattivo, il giovane, il vecchio e via dicendo. No. Ciampa è un uomo che sa e preferisce fingere di non sapere pur di non perdere la moglie, una donna che ama disperatamente. Dovrebbe essere un uomo anziano in base a quanto suggerisce Pirandello nel testo. Il mio Ciampa, però, non è anziano e non fa una scelta da anziano; non tace per tenersi accanto la moglie in vista del fatto che ormai la sua vita è assottigliata, o che lo scandalo possa ferire il suo orgoglio, ma fa quella scelta per amore, un amore intenso e doloroso:“Se lei avesse parlato con me seriamente, io non sono un imbecille, avrei detto -Guarda che la signora ha dei sospetti, andiamocene, Ninuzza, non è il caso, non è il caso. Invece la signora mi ha voluto distruggere ed ora che devo fare io?”.

Ecco, questo è il mio Ciampa e credo di aver trovato la chiave di lettura giusta, almeno a giudicare dalla risposta del pubblico, della critica e dei colleghi. Tra i complimenti che mi sono piaciuti di più, per questa mia performance pirandelliana, a parte i tuoi, lo scorso anno, quando ancora non ci conoscevamo e, dunque, erano i complimenti assolutamente spontanei e sentiti di una spettatrice qualunque, pur colta estimatrice di Teatro, svettano quelli di Gigi Proietti. Gigi ha appezzato molto la mia interpretazione ed ha parlato di un’autostrada aperta davanti a me; un’autostrada che devo percorrere con convinzione, perché ho dentro di me i personaggi di Pirandello, anche quelli con i quali non mi sono ancora misurato. Le sue parole sono state incoraggianti: una bella sferzata di energia. Sarebbe falsa modestia negarlo.

Quale opera teatrale, che non hai ancora portato in scena, rappresenta il tuo sogno nel cassetto?

L’opera che, un giorno o l’altro, mi piacerebbe mettere in scena è il Cyrano de Bergerac. Il gioco intellettuale di questo personaggio è bellissimo. Se riuscissimo a metterlo in scena con lo stesso rigore, con la stessa fedeltà al testo che abbiamo riservato al Berretto a Sonagli, realizzandolo come l’ha scritto Rostand, potrebbe uscirne uno spettacolo indimenticabile. E’ un testo magnifico, una poesia inarrivabile.

Locandina (Berretto a Sonagli)Ancora una domanda a beneficio di tutti i lettori che vogliono venirti ad applaudire: quali sono le prossime date de Il Berretto a Sonagli?

Al momento saremo al Teatro Nuovo di Marmirolo (Mantova), il 12 novembre; al teatro Gioiello di Torino, dal 14 al 19 novembre; ed al teatro Rendano di Cosenza il 24 ed il 25 novembre. Successivamente riprenderò Alla Faccia Vostra di Chesnot, con Debora Caprioglio.

Il tempo e la pagina di un giornale sono tiranni, purtroppo. Saluto Gianfranco, dunque, e lo ringrazio per questa bella chiacchierata sul Teatro. In alcuni momenti, quando ha parlato con le parole di Ciampa, ho avuto la splendida illusione di trovarmi in platea. Un privilegio che, ahimè, la pagina scritta mi impedisce di trasmettere ai miei lettori. Ovviamente, spero di riprendere presto il discorso; al più tardi a marzo quando sarà nuovamente in scena Alla Faccia Vostra di Chesnot al teatro Quirino di Roma.

di Raffaella Bonsignori

2 Risposte

  1. Antonella

    Ha descritto con il suo articolo in modo dettagliato e avvincente quello che è il grande Gianfranco Iannuzzo.
    Lo sempre definito come un gran mattatore del palcoscenico, poliedrico, profondo ma soprattutto un professionista completo nella sua arte! Io da semplice spettatrice ma fan ormai da decenni lo seguo senza mai stancarmi…un uomo che ha saputo dosare classe..intelligenza e conoscenza..in modo gentile e garbato cosa non indifferente ai nostri giorni.
    Di conseguenza attendo con ansia il “Mio berretto a sonagli ” che andro a vedere questo sabato….trepidante come una bimba che aspetta il suo regalo di Natale sotto l’albero.
    Con stima una fan sfegatata..
    Antonella Cimino

    Rispondi
    • Raffaella Bonsignori

      Gentile Antonella, grazie per aver apprezzato il mio articolo. Gianfranco Jannuzzo è un attore talmente bravo e completo, talmente coinvolgente da compiere sempre il miracolo di far sentire il pubblico in scena e di rendere semplice il parlarne. E, poi, come ha giustamente detto lei, è una figura d’Artista vero, che alla bravura unisce gentilezza e garbo. Lieta che il suo prossimo sabato sia segnato da così grande gioia. A presto!

      Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Per inserire il commento devi rispondere a questa domanda: *