Elogio della pazzia. Il Berretto a Sonagli di Gianfranco Jannuzzo

Sabato 27 ottobre 2018 – Un pomeriggio autunnale romano. Vento di scirocco e nuvole che minacciano pioggia. Al primo piano del teatro Impero, in una grande sala adibita alle prove, raggiungo Francesco Bellomo, Gianfranco Jannuzzo e la Compagnia che dal 30 ottobre all’11 novembre metterà in scena Il Berretto a Sonagli di Luigi Pirandello al teatro Ghione di Roma.

Tanta emozione nel varcare la soglia di un luogo in cui il pubblico, usualmente, non è ammesso. È il luogo in cui germina lo spettacolo; il luogo nei cui spazi si animano ombre di oggetti inesistenti che la bravura degli attori rende reali, visibili, tangibili. Poche sedie, due tavoli da giardino sono sufficienti agli attori per mantenere diagonali, inseguirsi ritmicamente nella geometria scenica con cadenza quasi musicale. Tutti collaborano nel ricreare la scena; a volte si scambiano consigli. Sembra di stare al centro di un vulcano in piena attività.

La versatilità di chi recita non finisce mai di stupirmi ed affascinarmi. Gli attori sono dentro al personaggio, poi il regista suggerisce una modalità espressiva diversa, un piccolo particolare, e loro si fermano, introiettano il consiglio e riprendono dalla battuta precedente, come se non ci fosse stata interruzione, modulando l’enfasi secondo il suggerimento ricevuto. Entrano ed escono dal personaggio come fosse una chiesa: porte sempre aperte e cuore in cambiamento.

Francesco Bellomo è un regista eccezionale. Silenzioso e serio per carattere, ha occhi che bucano l’aria e vedono tutto, si soffermano sulla punteggiatura del testo, sul registro di voce, sui tratti prosodici della battuta, sulla mimica. Gli bastano poche parole per spiegare ciò che ritiene più giusto e, quando si concretizza quel che ha detto, si capisce anche il perché, si colgono le sfumature che lui ha visto prima degli altri e che fanno parte della sottile trama pirandelliana. Agrigentino di nascita, è un serissimo cultore di Pirandello. Produttore e regista, ha diretto molti grandi attori, tra i quali Monica Guerritore, Orso Maria Guerrini, Arnoldo Foà e, naturalmente, Nino Bellomo, suo padre e grande interprete. Ha, dunque, mangiato pane e teatro anche in casa. Accanto al padre e accanto alla sorella, Virginia, docente di lettere, profonda studiosa di Pirandello e raffinata donna di teatro, scomparsa prematuramente lo scorso anno ma sempre presente, anche sul cartellone di questo spettacolo, accanto al fratello, nella produzione.

Il Pirandello di Bellomo è autentico, non inquinato da stravolgimenti testuali o scenografici; nel suo adattamento della versione originale, quella precedente agli interventi di Angelo Musco, si coglie tutto il “non detto” dell’Autore. Meravigliosa, poi, la scelta di inserire squarci dialettali, più marcati nei momenti intimi, meno nel dialogo con funzione narrativa.

Nel dialetto, ovviamente, la sicilianità di Gianfranco Jannuzzo, che interpreta Ciampa, il protagonista assoluto di questa pièce, trionfa, diventa musica, sottolinea l’espressione, il significato di ogni singola parola. Lo capiscono tutti, perché è un parlare limpido che arriva direttaonell’anima e lì si accomoda spiegando le sensazioni che si nascondono dietro le azioni. C’è accusa, amarezza, rassegnazione, forza nel Ciampa di Jannuzzo; c’è un incredibile vigore mimico, sia nel dialogo, sia nelle controscene. È dirompente. Deflagra in ogni spettatore. Ben diverso dai Ciampa precedenti, pur magnificamente interpretati da grandi artisti, alcuni dei quali ho avuto il privilegio di vedere in scena. Il primo fu Salvo Randone in un’edizione televisiva per la regia di Fenoglio. Era il 1970. Il Pirandello di Randone, in ogni testo delle Maschere Nude che egli ha affrontato, era intenso e prepotente. Lui non si limitava a recitare, ma viveva sul palcoscenico insieme ai suoi personaggi, che diventavano Salvo negli umori, nelle angosce, nell’irritabilità, persino nella ferocia. Poi fu la volta di  Eduardo De Filippo, che vidi nel 1979 al Quirino, nella sua versione napoletana del dramma. Il suo Ciampa era anziano, senza futuro, sopraffatto dalla vita, con un profondo senso del tragico dietro le parole e persino dietro ai suoi monosillabi aspirati, capaci, come sempre, di racchiudere un mondo di pensieri e sentimenti: “Eh….”, “Ah…”. Quando, nel 2013, vidi Pino Caruso al Piccolo Eliseo, diretto da Francesco Bellomo nella stessa versione oggi in scena, trovai un altro Ciampa ancora: introspettivo, lento, delicato, intimista. Splendido, senza dubbio, ma nel 2016, alla Sala Umberto, trovai in Gianfranco Jannuzzo un Ciampa più vicino a quello che io avevo letto e percepito nel testo; un Ciampa in grado di parlare un linguaggio pirandelliano in tutte le sue sfumature, nella rabbia e nell’orgoglio, nell’intimo dolore che riempie le sue loquaci e commoventi pause; un Ciampa giovane, la cui rassegnazione non origina da spalle gravate dagli anni, ma da un cuore gravato dall’amore, un cuore tenuto in una mano come in una morsa, egli dice; una rassegnazione che origina dalla resa incondizionata di un uomo innamorato di fronte ad un bacio che gli chiude la bocca. Ebbene, la mano di Jannuzzo posata sulle labbra, mentre lo dice, è oro colato.

La vis recitativa di Jannuzzo raggiunge la vetta, poi, quando fa ingresso la pazzia, uno dei temi fondamentali del teatro pirandelliano, amplificato dalla malattia spirituale dell’Autore, dalle tristi vicende della sua vita familiare. La pazzia è una delle più grandi manifestazioni di passionalità teatrale, un terremoto emotivo, l’espressione di una vita che non può raggiungere altro se non una perfezione parziale, un assoluto relativo.

La corda civile si trova sulla fronte di ogni uomo, afferma Ciampa, nel mezzo tra due forze eguali e contrarie, regolate dalla corda seria e da quella pazza; è la risultante di una difficile equazione che determina i comportamenti, influenza i fatti. La corda civile è la maschera; è il saluto per strada, è il camminare sotto braccio, è il sorridere, è l’apparire quand’anche difforme dall’essere. Ciampa è perduto quando cade la maschera, quando il vero assume un aspetto serio, credibile. Occorre pazzia perché la verità non sia creduta.

Pazzia e verità costituiscono un binomio che ritroviamo anche in Shakespeare. In particolar modo nel Re Lear. Sono particolarmente affezionata alla figura del Matto che emerge in quell’opera. William Blake scrisse: “Se il Matto persistesse nella sua follia, diventerebbe saggio”. Il Matto shakespeariano è una sorta di angelo custode; è un saggio ammorbato dal rigore che la saggezza comporta; è un arguto che, tuttavia, vive anche l’aspetto deleterio dell’arguzia, quell’aspetto che obbliga a vedere più di quello che si vorrebbe vedere, proprio come accade a Ciampa, la cui corda folle è più tesa di quel che si pensi. Il Matto shakespeariano incarna il Coro, la voce della coscienza; anche ne Il Berretto a Sonagli la pazzia si lega alla voce della coscienza. È alla coscienza della signora Beatrice che Ciampa, matto a causa della verità che intuisce e che, infine, esterna, vuole rivolgersi. Il Matto umanizza Lear, così come la pazzia conduce Ciampa a dare sfogo alla propria umanità calpestata, minacciando di commettere uno sproposito pur di non giacere nell’inferno in cui è stato gettato. Il Matto del re Lear non smette mai di amare il suo re, come Ciampa non smette di amare sua moglie. Il Matto del Re Lear sparisce. Allo stesso modo la follia pirandelliana fa sparire qualcuno dalla storia; qualcuno che si ritira nella pazzia, vera o presunta, nel privilegio di urlare la verità e nella condanna di non essere creduti.

Ciampa è ossessionato dall’inversa relazione tra menzogna della maschera, del “pupo” e verità del folle. La verità pirandelliana, solitamente frantumata in tanti pezzi, ognuno dei quali adatto a rappresentare un tutto, un punto di vista, un’angolazione, qui si addensa intera nella follia. La follia è il contenitore di una verità scomoda, come tutte le verità, ma unica. Non ci sono punti di vista alternativi credibili, ma solo le palesi falsità dettate dalla corda civile di Spanò e di Fifì, della signora Assunta e di Fana. È una verità che veste il berretto a sonagli, il berretto del giullare, e fa tremare chiunque assista allo spettacolo, costretto a fare i conti con la follia della propria esistenza.

Partecipare alle prove è divertente. Si assiste ad uno spettacolo spezzettato in parti diacroniche, come un puzzle che si compone nel ricordo del testo; ogni parte, a sua volta, viene ripetuta, leggermente cambiata, aggiustata. È un sano lavoro contadino di semina e raccolto. Meraviglioso. Maya Melis, assistente alla regia, è un metronomo: dà le battute, la cadenza dei suoni, suggerisce caratteri, posizioni in scena. Infaticabile, entusiasta. Si percepisce la grande passione che nutre per il suo lavoro.

Oltre alla performance di Jannuzzo, praticamente perfetta anche nelle prove, ho avuto il privilegio di assistere all’avvicendarsi di tutti gli altri bravissimi attori della Compagnia. Anna Malvica, attrice di grande esperienza, che, nella sua lunga carriera, è stata diretta da registi come Giorgio Strehler e Mauro Bolognini e che ha recitato accanto ad attori del calibro di Turi Ferro. Qui interpreta la parte della signora Assunta. È una forza della natura. Brava è dir poco: ha presenza scenica, carattere, incisività, simpatia. Non da meno Emanuela Muni, che interpreta la parte di Beatrice, affidando ad un pathos autentico ogni sua parola, persino gli “a parte”, le parole pronunciate tra sé e sé. Uscita dalla scuola di recitazione del Teatro Stabile di Catania, la Muni ha diversificato notevolmente la sua attività attoriale, dedicandosi al teatro, sua grande passione, al cinema, alla televisione. La Saracena, cartomante istigatrice della denunzia di infedeltà che dà il via al dramma, è una splendida, espressiva Carmen Di Marzio che, per la seconda settimana di repliche romane e per altri tratti della tournée, sarà sostituita dalla frizzante Veronica Rega. Brava anche Caterina Milicchio, che interpreta la parte di Nina, la moglie di Ciampa; brava la piccola, dolcissima Alessandra Ferrara nel ruolo di Fana, la saggia cameriera timorata di Dio, con la sua passione, le sue paure, il suo attaccamento alle convenzioni. Completano il quadro di composite bravure Gaetano Aronica nel ruolo di Fifì e Franco Mirabella in quello del commissario Spanò, entrambi eclettici attori con un passato di studi d’arte drammatica che li hanno condotti a dividere la propria carriera tra cinema, televisione e teatro. Riescono qui a tratteggiare personaggi iconici assolutamente in linea con l’immaginazione pirandelliana. Sono personaggi che sembrano nascere con loro.

Vedere all’opera tutti questi grandi artisti, incrociarli durante le pause, scambiare con loro impressioni di scena, è stato un arricchimento personale ancor prima che professionale.

A proposito delle tre corde di cui parla Ciampa, chiedo agli attori in sala se, nella vita, sia capitato loro di girare ora l’una ed ora l’altra. Un’affermazione corale riempie l’aria.

“Io sono seria” interviene Anna Malvica “ma le corde che aggiusto costantemente sono la civile e la pazza”

Anche per Giancfranco Jannuzzo la corda che serve di più, nella vita, è quella civile: “Capita sovente di tenderla a dovere per tenere a bada quella pazza, sollecitata da un mondo che sembra volerla vedere in azione ad ogni costo. Quanto a quella seria, mi piace, ma ho quasi timore ad usarla, perché si rischia d’essere fraintesi, di essere trasformati, per serietà, in persone poco serie, altere o noiose”

Azzardo un’ulteriore domanda prima che riprendano le prove.

Vi portate i personaggi in casa o li lasciate in camerino?

“Siamo attori-personaggi” sintetizza efficacemente la Malvica.

“Io amo lasciarli in camerino” interviene Gianfranco Jannuzzo “anche se ci metto sempre del mio e quella è una parte che mi segue ovunque”

“Prendiamo dai personaggi quello che c’è di nostro e lo sviluppiamo” aggiunge Franco Mirabella. “È Pirandello stesso che, attraverso lo studio psicologico dei personaggi, porta l’attore a questa fusione di caratteri”

La psicologia affascina tutti, soprattutto chi lavora sull’interpretazione. Trasportiamo ben presto la conversazione dal teatro al cinema; arriviamo a parlare di Hitchcock e di quel suo film, Io ti Salverò, dove la sequenza del sogno fu realizzata secondo i bozzetti di Salvador Dalì, il cui surrealismo vive di psicanalisi. Pregio dell’arte: a parlarne si vola sempre lontano.

Gianfranco, cosa cerchi nel palcoscenico?

“L’esigenza fondamentale è quella di comunicare, di entrare in connessione con il pubblico, con chi deve conoscere una storia attraverso un testo, attraverso ciò che di quel testo portano in scena gli attori. Il pubblico è la mia forza, il mio alleato”

E devo dire che gli riesce davvero bene. Quando, nella scena finale, i suoi occhi incrociano il pubblico in sala, crolla la quarta parete, il muro ideale che separa attori e pubblico: è come se tutti salissero sul palcoscenico con lui. Giovanni Verga confessò ad Ojetti di non amare il teatro perché richiede un intermediario tra autore e fruitore del messaggio artistico. Al contrario, Pirandello, pur riconoscendo in Verga un suo grande maestro, trasformò il teatro nella sua arte prediletta. Il suo teatro è la forma più pura e diretta per trasmettere la propria idea della vita, un ottativo di odio e amore, di distruttività e rinnovamento. È proprio il dialogo interpretato dagli attori, quello osteggiato da Verga, che rende l’opera viva per il pubblico; e Jannuzzo è un grande maestro in quest’arte.

È tempo di riprendere le prove; ancora una scena, poi il meritato riposo. Sono passate quattro ore e mezza. Fuori è buio e scende una pioggia insistente. Il ritorno a casa è un viaggio che mi vede immersa nelle battute pirandelliane, nelle voci degli attori, nei loro movimenti, nel piacere immenso di essere stata invitata in questo angolo privato di teatro, nel gusto dell’attesa che mi vedrà in sala, al Ghione, il giorno della prima, pronta ad applaudire questa straordinaria Compagnia di artisti.

4 Risposte

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    Nahas

    Ieri sera a teatro ho visto il berretto a sonagli con Gianfranco jannuzzo e la regia di Francesco Bellomo… mi dispiace , ma siamo veramente lontani dal senso dell’interpretazione e dalla regia di Eduardo De Filippo nell’ unica versione che ha avuto anche il plauso dello stesso Pirandello.

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      Raffaella Bonsignori

      Opinioni. Io non ho fatto paragoni tra Eduardo e Jannuzzo. Mi sono piaciute tutte le versioni. Quella con Jannuzzo l’ho trovata più vicina allo spirito pirandelliano, anche tenuto conto dei suoi trascorsi familiari. Mi sentirei, invece, di fare il paragone con altra versione del Berretto che ho visto in giro negli ultimi tempi e che, a mia opinione, non vale veramente nulla. Ma non ha senso parlarne …!

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