Buju Banton. Reggae in continuo divenire

Buju Banton (1973), nome d’arte di Mark Anthony Myrie, originario di Kingston in Jamaica, è uno dei rappresentanti più autorevoli della musica Reggae dell’isola e della fede rastafariana a essa legata. La sua figura ha subito alcuni mutamenti lungo tutta la vita non senza alcune contraddizioni importanti. Procediamo con ordine. Avvicinatosi alla musica in giovane età, esaudiva le prime esibizioni in pubblico già durante l’adolescenza. Aveva quindici anni quando le prime pubblicazioni lo lanciarono nel mercato musicale giamaicano; il primo album importante fu Mr. Mention (1992). Notevole anche l’album successivo, Voices of Jamaica (1993), vicino alle dinamiche e alle prospettive della sua terra. L’anno successivo si avvicinò alla fede e alla cultura rastafariana, i risultati di questa direzione emergono nei testi dell’album ‘Til Shiloh (1995).

Contraddizioni?

Da questo momento le canzoni di Buju Banton prendono una piega esplicitamente votata all’amore spirituale e fraterno, tuttavia a lungo avrebbe dovuto convivere con accuse di omofobia derivate da uno dei lavori scritti in giovane età, Boom Bye Bye, pezzo di cui si è scusato più volte poiché un attacco alle comunità omosessuali; oggi la canzone è stata rimossa dalle distribuzioni e performance pubbliche. Altre contraddizioni derivano da brani che parlano di violenza, a cui Banton risponde come una critica della società in cui vive, per esempio in Murderer: «Murder! Blood is on your shoulders. Kill I today you cannot kill I tomorrow» (Assasino! Il sangue è sulle tue spalle. Uccido io oggi e tu non potrai uccidere me domani), ma poi: «Only God can help you, no family or friend, Don’t let the curse be upon your children’s children» (Solo Dio ti può aiutare, non la famiglia o gli amici. Non lasciare che la maledizione cada sui figli dei tuoi figli). O in Circumstances (1997): «Circumstances made me what I am. Was I born a violent man, and everyone should know» (Le circostanze hanno fatto ciò che sono. Sono nato un uomo violento e tutto dovrebbero saperlo).

Il successo e l’arresto

Buju Banton raccolse grande fama in patria e divenne una delle icone reggae viventi più importanti, capace di influenzare i gusti e le decisioni musicali: a quanto pare dopo ‘Til Shiloh le sale da ballo giamaicane smisero di promuovere autori e testi violenti nei loro locali. Tuttavia, l’artista venne arrestato in Florida nel 2009 per una cospirazione col fine di una compravendita di droga, per lui furono previsti diversi anni di carcere dal quale è uscito solo pochi mesi fa, nel Dicembre del 2018.

La musica

Se si ascoltano in successione cronologica gli album di Buju Banton si può percepire un’evoluzione della musica Reggae che attraversa varie influenze incontrando gusti più vari che vengono calibrati bene nel timbro dell’artista. All’inizio della sua carriera il cantante aveva a disposizione le postazioni dei DJ e le basi a loop con accattivanti ritmi e accompagnamento minimal, ottimi per lasciare quanto più spazio alla voce. Un esempio è Batty Rider (1992, Mr. Mention), la quale fu anche inserita nella colonna sonora del popolare gioco GTA San Andreas. Un pezzo di altro peso è Untold Stories (1995, ‘Til Shiloh), qui è un gruppo di musicisti ad accompagnare l’artista, i ritmi mantengono la loro presenza ma l’armonia di sfondo acquisisce più spessore (con una chitarra che ricorda lo standard del cantautorato). Agli inizi nel 2000 la componente elettronica torna a farsi sentire, per esempio in Hooked On the Love (2003, Friends For Life) l’accompagnamento è una miscellanea di cori, loop e ritmi caraibici. Nell’ultimo album, Before the Dawn (2010), si passa da un elaborato reggae da gruppo in Rasta can’t go, a un tentativo vicino al soft-punk, In the Air, a un meditativo e composto soul, Try Life. Infine, in Holy Mountain (2019) di DJ Khaled, la sua voce è accompagnata da elettronica hip-hop affine alle composizione dei brani trap.

La voce

Nonostante le evoluzioni musicali lungo tutta la sua carriera, le collaborazioni con artisti reggae, pop e anche punk (i Rancid), invariata negli anni è sempre stata la sua voce e le modalità in cui sviluppa le linee vocali nelle canzoni. Il suo timbro è per lo più grave e rauco ma invero capace di disegnare colori chiari e puliti che evidenzia soprattutto nelle linee acute: il cantante passa facilmente e in continuazione da gravi gracchianti a saltellanti acuti. Ancora prima della percezione melodica, a colpire è la pulsazione ritmica con la quale scandisce tutte le parole (in strutture che fanno pensare ai rapper più talentuosi); non importa di cosa parla il testo, la sua enunciazione risulterà sempre energica, conferendo più violenza a figure drammatiche o più allegria a esposizioni di gioia e speranza. La musica è sempre in secondo piano, ha poca libertà e pochi sono cambiamenti o esposizioni soliste, in realtà non sono nemmeno necessari poiché la voce canta per tutta la durata dei brani (aggiungo) senza mai annoiare.

E ora?

Buju Banton è un’artista in grado di adagiarsi su diversi generi e di dare a ognuno di essi la propria carismatica presenza con l’andatura caustica e polivalente della sua voce. Nelle sue canzoni c’è gioia, rammarico per ciò che è negativo, amore (per le donne, per la famiglia, per i propri amici), speranza: «Said I had a close one yesterday. Jah put an angel over me: be strong, hold a firm of meditation, one days the thing must get better» (Close One Yesterday, Inna Heights, 1997) (Ha detto che ieri ne ho avuto uno vicino. Un angelo mi è stato messo accanto: sii forte, tieni una ferma meditazione, un giorno le cose andranno meglio). Da pochi mesi il cantante è tornato sui palchi in Giamaica dando anche adito all’uscita di un nuovo album dopo quasi dieci anni di attesa.

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