Tarquinia, città d’origine del quinto o del primo re di Roma?

Tarquinia

La Via Aurelia, per i Romani, è sinonimo di giornate estive trascorse al mare, sotto l’ombrellone o a nuotare. La Statale, infatti, costeggia il litorale nord della Capitale e costituisce il percorso obbligato per raggiungere le sue più vicine spiagge. Nelle giornate meno soleggiate o di cielo coperto, è comunque indicato soffermarsi sulle località da essa lambite. Per un turismo alternativo e gratificante e, forse, anche più rilassante.

Diamoci appuntamento allora a Porta San Pancrazio, sul Gianicolo ed imbocchiamo la Via Aurelia Antica. Prendiamo poi l’Aurelia nuova sino al km 90 per giungere quindi a Tarquinia. La città fu un tempo tanto potente da dominare i mari e da inviare una propria famiglia ad insediarsi sul trono di Roma.

Il primo re di Roma archeologicamente documentato proveniva da Tarquinia

È ciò che riuscì a colui che, tradizionalmente, è considerato il quinto re della Città Eterna: Tarquinio Prisco (Tarquinio il più anziano). Attenzione, però: Tarquinio Prisco è anche il primo re archeologicamente documentato. Il suo nome infatti risulta in un affresco della Tomba etrusca François, nei pressi di Canino (Viterbo). In esso è raffigurato tale Cnaeve Tarchunies Rumach (Gneo Tarquinio romano), sul punto di essere ucciso da un congiurato. La congiura sarebbe quella che poi portò sul trono il suo successore Servio Tullio.

È certo però che alla fine del VII secolo a.C. l’area del Foro romano subì una radicale trasformazione urbanistica. Il Foro divenne il centro pulsante di tutti i villaggi esistenti sui sette colli. Era l’epoca che gli storici individuano come regnante Tarquinio Prisco. Anche per questo motivo l’archeologo francese Raymond Bloch ha ritenuto quest’ultimo il primo Re di Roma. Il mitico Romolo sarebbe stato invece il fondatore di un villaggio sul Palatino, uno soltanto dei sette colli.

Come fu fondata Tarquinia

Tornando a Tarquinia, sembra che questa sia stata fondata da Tarconte. Costui – secondo la leggenda – avrebbe condotto il popolo etrusco dalle originarie sedi della Lidia sino alle coste italiche. Tarconte battezzò il mare che le bagnava con il nome di suo padre Tirreno. Si accinse poi a tracciare con l’aratro il solco di fondazione della città che a sua volta battezzò con il proprio nome (Tarchuna, cioè: Tarquinia).

A quel punto – secondo la leggenda – dal solco apparve un genietto con il volto da vecchio ma dal corpo di bambino. Subito lo strano essere (ricordato col nome di Tagete) si mise a indottrinare i presenti con una serie di nozioni mediche, agrarie, astronomiche, idrauliche, ecc. Quelle che costituirono le fondamenta della scienza etrusca. Terminata la lezione ed esaurito il suo compito, il genietto si spense e fu sepolto nella fossa di fondazione della città. Così nacque Tarquinia.

Le necropoli di Tarquinia

Oggi i turisti si recano in massa a visitare le necropoli che residuano dall’epoca etrusca. Sono più estese della stessa città attuale e distano poco più di un km dal centro storico. La più importante e più famosa è la necropoli di Montarozzi. Fu il sepolcreto cittadino per circa mezzo millennio. Oggi fa parte del patrimonio UNESCO dell’umanità, congiuntamente alla necropoli di Cerveteri.

In essa si trovano le straordinarie tombe dipinte, simbolo stesso della cultura etrusca. A tutt’oggi se ne conoscono circa 150, ma solo sessanta di esse sono visitabili. Lo sono a rotazione, da una decina di turisti alla volta. Sono aperte a giorni alterni onde evitare che l’anidride carbonica, residuata dalla respirazione umana, possa danneggiare le pitture. Le abitazioni dei morti sono riconoscibili, appunto, dai “montarozzi” di terra che le ricoprono. Vi si accede tramite scalette metalliche che conducono nel sottosuolo, dando l’impressione di un vero e proprio viaggio nell’oltretomba.

È inutile cercare di descrivere le inimitabili figure che ricoprono le pareti di tali “case” sotterranee. Le pitture che impressionano maggiormente sono il grande fiore di loto policromo in campo rosso della tomba del fiore di loto. Gli uccelli e i delfini della tomba della caccia e della pesca. Le danzatrici della tomba dei giocolieri e i musicanti della tomba dei leopardi. Il mitico mostro alato raffigurante il Tifone dell’omonima tomba.

Museo archeologico a Palazzo Vitelleschi

Usciti a riveder le stelle, non possiamo mancare di visitare il museo archeologico situato nel quattrocentesco Palazzo Vitelleschi. È uno dei musei più importanti dedicati al mondo etrusco. Non foss’altro perché vi sono esposte le ricostruzioni delle antiche tombe della necropoli. In esse sono stati riposizionati gli affreschi originali. In particolare quelli provenienti dalla tomba della nave, dalla tomba del triclinio, dalla tomba della biga, dalla tomba dei leopardi, dalla tomba delle Olimpiadi. Singolare il famoso personaggio raffigurato nel sarcofago dell’Obeso.

Tarquinia fu potente anche nel medio evo, come si evince dal suo circuito di mura, tuttora in buone condizioni, e dalle numerose torri gentilizie che troneggiano sul paesaggio cittadino. All’epoca la città si chiamava Corneto, perché ubicata su una collina differente rispetto all’antica città etrusca. Solo all’inizio del XX secolo è stato riadottato l’antico nome, che dà tanto lustro.

Nel 1996, il vino locale ha ottenuto il riconoscimento della denominazione di origine controllata (DOC). Per tale motivo le associazioni locali hanno avuto la brillante idea di organizzare, nel mese di agosto, la manifestazione “DiVino Etrusco”. Associando orgogliosamente in ciò il loro prodotto e il glorioso passato. Nei tre giorni dell’evento, il centro storico di Tarquinia si riempie di bancarelle dove è possibile degustare il vino. Ciò è possibile nelle sue diverse tipologie (bianco secco, frizzante e amabile, rosso secco, novello e amabile), associandolo al cibo da strada o street food.

Foto, autore: Gsimonov. Fonte: Wikimedia (pubblico dominio)

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