Scrittura pavimentale: i risseu di Villa Rezzola tornano a parlare

Scrittura

Sulla costa orientale della Liguria, affacciata sul Golfo dei Poeti, Villa Rezzola è tornata accessibile grazie a un intervento del FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano.

Tra gli elementi più significativi del restauro spiccano i risseu: pavimentazioni a mosaico in ciottoli bianchi e neri, tipiche della tradizione ligure. Un tempo ornavano sagrati, cortili e vialetti, e imprimevano nella pietra una forma di scrittura pavimentale, in cui simboli e geometrie dialogavano con lo spazio e la memoria

Villa Rezzola: architettura del paesaggio e custodia della visione

Adagiata sul crinale che domina San Terenzo, frazione marinara di Lerici, Villa Rezzola si presenta come una dimora in cui l’architettura diventa paesaggio e il paesaggio architettura. La sua posizione strategica non è frutto del caso, ma il risultato di una volontà estetica e culturale che, nel tempo, ha plasmato un luogo di eccezionale equilibrio formale.

Costruita nella seconda metà dell’Ottocento su un impianto preesistente, la villa appartenne a famiglie nobiliari locali, che ne fecero un rifugio estivo e un punto d’incontro privilegiato per intellettuali, artisti, viaggiatori europei.

Non sorprende, dunque, che Villa Rezzola si affacci proprio sul cosiddetto Golfo dei Poeti – espressione non coniata per il turismo, ma nata da una reale geografia affettiva e letteraria che, tra l’Ottocento e il Novecento, ha attratto figure fondamentali della modernità. In questo tratto di costa, trovarono ad esempio ispirazione autori come Percy Bysshe Shelley, Mary Shelley, Lord Byron, D.H. Lawrence, Virginia Woolf, fino a Eugenio Montale.

La triste fine di Percy Shelley

Fu proprio Percy B. Shelley, tra i primi e più intensi interpreti di questo paesaggio, a viverne il fascino e il destino: nel 1822 affittò Villa Magni a San Terenzo e scrisse versi di struggente vastità cosmica, prima di morire annegato durante una tempesta nel tratto di mare antistante, mentre rientrava da Livorno a bordo del Don Juan. Il suo corpo fu ritrovato dieci giorni dopo e cremato sulla spiaggia di Viareggio in un rito ormai entrato nel mito.

Accanto a lui, Lord Byron celebrò la Liguria come terra estrema, aspra, attraversata da un’energia primigenia, mentre Virginia Woolf ne colse la rarefazione temporale e l’assenza di cornici nei suoi diari di viaggio. D.H. Lawrence vi lesse il confine vibrante tra civiltà e istinto, e Montale, infine, vi ricavò una topografia dell’anima, graffiata dalla luce e dal vento, dove “ciò che non siamo” definisce l’essenza dell’essere.

L’intervento di FAI 

La storia recente della villa ha preso una svolta significativa nel 2020, quando Maria Adele “Pupa” Carnevale Miniati, erede della contessa Mara Braida Carnevale, ha lasciato in eredità Villa Rezzola al FAI, affinché fosse tutelata, valorizzata e resa accessibile al pubblico. Il Fondo per l’Ambiente Italiano, raccogliendo la responsabilità morale e culturale di questo gesto, ha quindi avviato un intervento di restauro filologico, attento non solo alla materia, ma allo spirito del luogo, rispettandone le stratificazioni storiche e il delicato equilibrio con il paesaggio circostante.

Il risultato è la riapertura di un patrimonio che non è soltanto architettonico, ma profondamente immateriale: un luogo della mente e della memoria, dove si riflette l’impronta di una cultura colta, aristocratica e silenziosa, alimentata da secoli di cura e contemplazione.

Fra gli elementi riemersi durante il restauro – accanto all’antico pozzo in pietra, ai canali di drenaggio tracciati a mano nei muretti a secco, alle panchine incastonate nei punti di sosta visiva – spiccano i risseu: mosaici di ciottoli bianchi e neri che incidono il suolo come se fosse una pagina. Entriamo nel vivo della questione. 

I risseu: arte popolare, cosmografia ligure, ordine sacro

Il termine risseu, dal genovese risö (“ciottolo”), indica molto più di una tecnica decorativa: designa un linguaggio simbolico inciso nella pietra, una forma di scrittura litica che affonda le radici nella Liguria barocca, ma la cui genealogia risale a codici ben più antichi – preromani, e forse persino protostorici. A partire dal XVII secolo, questa forma d’arte si diffuse nei sagrati delle chiese, nei chiostri e nei cortili aristocratici, senza però smarrire le sue risonanze originarie: culti agrari, cosmologie arcaiche, geometrie rituali.

Realizzati con ciottoli marini e fluviali, scelti uno per uno per forma, calibro e tonalità – prevalentemente bianchi (quarzi, calcari) e neri (basalti, ardesie) – i risseu sono composti su un letto di malta attraverso una disposizione sapiente, codificata nel gesto e nell’intento. 

Quanto ai motivi iconografici, alternano fregi vegetali, corolle, spighe, tralci d’uva, onde marine, ma anche simboli sacri: croci, stelle, figure araldiche, raggi solari e lunari, con evidenti richiami sia al repertorio cristiano sia alla tradizione mediterranea dei pavimenti votivi.

Camminare su di una mappa

Tuttavia, la vera potenza del risseu non risiede soltanto nella sua raffinata perizia tecnica o nella sua bellezza ornamentale, ma nella capacità di trasformare il suolo in testo, lo spazio in narrazione, il passo in lettura. Camminare su un risseu significa infatti attraversare una mappa: una geografia simbolica che dischiude un ordine più alto, in cui il terreno calpestabile si fa specchio dell’invisibile, proprio come accade nei mandala orientali o nei labirinti pavimentali delle cattedrali gotiche. Ma c’è di più.

Alcuni studiosi, come Enrico Bordoni e Franco Bampi, hanno ipotizzato che i risseu non fossero solo espressioni decorative, ma diagrammi cosmici, atlanti spirituali capaci di concentrare nel perimetro di un sagrato l’intero universo: il cammino lineare si trasforma così in viaggio circolare, rito iniziatico, esercizio di contemplazione attraverso il piede. 

Ed è questa orizzontalità – terragna e simbolica – a renderlo ancora oggi uno dei più sofisticati dispositivi estetici e spirituali del paesaggio ligure. Ma in che modo il restauro ha restituito voce a questa antica grammatica di pietra?

Il restauro come gesto conoscitivo

Vale la pena precisare che, a Villa Rezzola, i risseu coprono oltre 50 metri quadrati di superficie, distribuiti lungo le scalinate del giardino, nei pianerottoli e nelle porzioni laterali dei gradini in cotto. Prima dell’intervento del FAI, queste preziose trame erano state inghiottite dalla terra, oscurate dall’incuria e dalla vegetazione, vittime del tempo e dell’invisibilità.

Il restauro – reso possibile grazie alle donazioni del 5×1000 – ha richiesto un approccio quasi archeologico: i mosaici sono stati smontati, catalogati ciottolo per ciottolo, puliti, conservati, ricomposti con perizia filologica.

Sono stati utilizzati fogli da lucido per i rilievi e sacchi divisi per colore e forma per conservare l’ordine delle sequenze. Un lavoro che non è solo tecnico, ma profondamente ermeneutico: restituire il risseu significa decifrare un codice visivo, riportare in superficie un lessico dimenticato del paesaggio.

Il leone nascosto: una scoperta simbolica

Durante il restauro, tra i motivi più semplici – vasi, tralci, spirali, archetipi di una simbologia vegetale e armonica – è riemersa un’immagine inaspettata, sepolta sotto uno spesso strato di detriti lungo una scalinata secondaria: un leone accovacciato, dalle forme deteriorate ma ancora leggibili, incastonato nel tessuto litico con una potenza iconografica che lo distingue radicalmente dagli altri elementi ornamentali.

Non si tratta di una figura decorativa, ma di un segno totemico, intenzionale, dotato di una densità simbolica che chiama in causa stratificazioni culturali complesse. Il leone – archetipo solare e regale, simbolo della vigilanza, della forza spirituale e del dominio sapiente – occupa da secoli uno spazio ambivalente fra l’araldica nobiliare e l’immaginario esoterico. La sua comparsa in un contesto marginale ma non casuale del giardino suggerisce quindi una committenza colta, capace di orchestrare rimandi tra visibile e invisibile, tra potere simbolico e architettura del paesaggio.

Emblema della casata o simbologia nascosta?

È possibile che la figura richiamasse l’emblema di una casata – secondo l’uso tipico dei risseu nobiliari del XVII e XVIII secolo – ma altrettanto plausibile è l’ipotesi che facesse parte di una grammatica segreta, propria di un pensiero simbolico più ampio. Nei bestiari medievali e nell’iconografia cristiana, il leone è custode del giardino sacro, emblema di resurrezione, incarnazione della Parola che veglia nel silenzio. In alcune tradizioni ermetiche e neoplatoniche, rappresenta la forza spirituale che precede l’illuminazione, il guardiano posto sulla soglia del senso.

Collocato nel contesto intimo e ascensionale della scalinata, all’interno di un giardino pensato come luogo iniziatico, il leone potrebbe alludere a un percorso cifrato: un itinerario interiore, in cui natura, architettura e simbolo si fondono in una topografia invisibile della conoscenza. Non è un caso che la sua posizione coincida con un punto di passaggio e di mutamento di livello – come se, anche nella struttura del luogo, fosse implicita la metafora di una soglia da varcare, di una trasformazione dello sguardo.

Il giardino come organismo: paesaggio, acque, tempo

Ma Villa Rezzola non è soltanto un manufatto architettonico. Possiamo definirla una sorta di biotopo culturale, un microcosmo di relazioni tra natura pensata e natura spontanea, tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore. Il giardino che la circonda – realizzato nei primi decenni del Novecento secondo il modello romantico all’inglese – non si impone sul declivio, ma lo asseconda con intelligenza geomorfica: ne segue i salti, ne rispetta le curve, ne custodisce i silenzi.

Distribuito in sequenze irregolari e ritmiche, il parco integra con misura e grazia vasche d’acqua sorgiva, fontane a muro, scalinate in pietra, pergolati di agrumi e terrazze belvedere da cui lo sguardo si apre sul Golfo dei Poeti, come se la vegetazione stessa custodisse un sapere visivo. 

Finalmente, dopo decenni di abbandono e di incuria – in cui la vegetazione aveva invaso ogni sentiero e le strutture di contenimento erano sull’orlo del collasso – il FAI ha promosso un intervento di rinaturalizzazione intelligente e reverente. I terrazzamenti, sostenuti da muretti a secco in pietra locale, sono stati consolidati uno ad uno con tecniche tradizionali; le connessioni idrauliche che alimentavano le vasche e i canali di scolo sono state interamente ripristinate, ricucendo l’antico sistema delle acque come una rete capillare del paesaggio.

Le essenze autoctone – lentischi, mirti, oleandri, cipressi e corbezzoli – sono state potate, riordinate, talvolta integrate con varietà storiche presenti in antico nel parco. I sentieri, liberati dall’invasività del tempo, sono oggi interamente attraversabili.

Visitare Villa Rezzola oggi: un’estate di percorsi e svelamenti

Nel mese di luglio 2025, Villa Rezzola è aperta al pubblico con visite guidate e attività didattiche che si articolano lungo l’intero giardino. Sono previsti laboratori tematici sul paesaggio e il restauro, percorsi botanici, momenti musicali nei belvederi e incontri dedicati proprio alla storia e al significato dei risseu, con studiosi e artigiani locali.

In particolare, il ritrovamento del leone sarà oggetto di un focus speciale, con la presentazione dei rilievi e delle ipotesi iconologiche. L’intervento non è ancora concluso: la prossima fase riguarderà il restauro degli ambienti interni dell’edificio e degli arredi storici, secondo quanto auspicato da Maria Adele Carnevale, con l’intento – commovente e preciso – che la villa potesse essere “vissuta e amata da molti frequentatori”.

Fonte foto e informazioni: FAI

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