Migrazioni: integrare o assimilare? Questo è il problema

Migrazioni e rivolta in Francia. L’uccisione di un 17enne di origine algerina da parte di un poliziotto ha scatenato la rivolta delle nuove generazioni di migranti. È accaduto il 27 giugno a Nanterre, il sobborgo della banlieu parigina famoso per la sua Università. Sono subito seguiti scontri a Parigi tra i manifestanti e la polizia, accusata di razzismo. A Grenoble e a Lione si è avuta la distruzione di vetrine e il saccheggio di negozi. A Marsiglia, sono stati attaccati la filiale di una banca e un negozio di Sephora.

A cinque giorni dall’inizio della rivolta 45 poliziotti e gendarmi sono stati feriti. 577 i veicoli e 74 gli edifici dati alle fiamme. 871 gli incendi registrati sulle strade pubbliche. Centinaia gli arresti e un giovane manifestante è morto. I rivoltosi sono giovani a volto coperto, per la stragrande maggioranza islamici.

Migrazioni, il parere di Dario Fabbri

È la replica di quanto successe oltralpe già nel 2005. Anche in tal caso la rivolta delle banlieu era iniziata con la morte di due minori, mentre era in corso un controllo di polizia. I fatti dei giorni scorsi confermano l’esistenza di un disagio profondo dei figli degli immigrati, in Francia. Con tutto il bagaglio di povertà delle periferie parigine e marsigliesi. Ma, soprattutto, il mancato inserimento sociale dei “nuovi francesi”. E la frattura culturale esistente con la Francia ufficiale.

Ci si chiede allora quali siano stati gli errori della politica francese negli ultimi decenni e se ciò possa accadere anche in Italia. Per capirlo, siamo andati a riascoltare la conferenza di Dario Fabbri “Le migrazioni in geopolitica”, tenutasi il 15 febbraio scorso alle “Gallerie d’Italia” di Torino. Fabbri, infatti, è oggi considerato uno dei maggiori esperti italiani di geopolitica.

Due diversi approcci al fenomeno delle migrazioni

Secondo Fabbri, l’approccio al problema migrazioni da parte degli Stati è di due tipi, solo apparentemente simili. Il primo è l’assimilazione. Il secondo è l’integrazione. L’assimilazione prevede la cancellazione totale della cultura di origine del soggetto migrante. L’integrazione comporta semplicemente il rispetto della legislazione interna da parte dell’immigrato. Basta inoltre un apprendimento elementare della lingua. Nulla osta che nelle comunità di immigrati si continui a parlare la lingua d’origine. Spesso, nei paesi d’integrazione, si stabilisce una cultura multietnica. Nei paesi di assimilazione, no.

I paesi di assimilazione infatti sono monoculturali e multietnici. L’esempio principale è quello degli Stati Uniti d’America. Ma anche altri grandi paesi d’immigrazione, come il Brasile, l’Argentina, Israele e la Russia hanno un approccio di assimilazione al fenomeno. In Europa prevale l’approccio di integrazione. A partire dalla Germania per giungere all’Italia. Il Regno Unito e la Francia, con la caduta dei loro imperi coloniali, sono passati da un approccio di assimilazione ad uno di integrazione.

Lo ius soli come strumento principale di assimilazione dei migranti

Gli Stati che hanno un approccio di assimilazione non prendono in considerazione le generazioni di ingresso. Ma soltanto quelle che noi chiamiamo le seconde o terze generazioni. Lo strumento principale di assimilazione è lo ius soli. Lo spogliamento della cultura d’origine è obbligatorio. Comincia con l’istruzione e prosegue con il servizio militare.

I paesi di integrazione, invece, non hanno interesse né la forza coercitiva ed economica per cancellare la cultura d’origine delle seconde o terze generazioni. I migranti sono accolti esclusivamente per motivi economici. Cioè per supplire la mancanza di forza lavoro. Non si esclude che, alla fine della carriera lavorativa, i migranti possano tornare al paese d’origine. I tedeschi, infatti hanno coniato per loro la parola “Gastarbeiter”. Cioè: “lavoratore ospite”.

La cosiddetta “ghettizzazione” – dove è sorta la rivolta in Francia – esiste principalmente nei paesi di integrazione. Nessuno ius soli, quindi ma, al limite, si prevede lo strumento della “naturalizzazione”. I rivoltosi d’oltralpe, infatti, sono tutti cittadini francesi.

L’approccio al fenomeno delle migrazioni in Francia e in Italia

In Francia, come si è detto, il crollo dell’impero coloniale ha generato una politica di integrazione. I sanguinosi scontri del 2005 hanno però avviato un ripensamento di tale approccio. Soprattutto con l’avvento all’Eliseo di Macron. L’errore del Presidente francese, però, è quello di voler assimilare le nuove generazioni di migranti con l’ateismo di Stato. E si è ritrovato con i giovani maghrebini, tutti islamici, in rivolta.

In Italia, forse, si sta tentando una terza via. Non si vuole abbandonare lo strumento dell’integrazione, consapevoli che gran parte dei nostri migranti sono di passaggio. Va detto, inoltre, che nel nostro paese non esiste il fenomeno della ghettizzazione. Come ad esempio in Francia, nel Regno Unito o negli altri Stati europei. Lo scrivente ha avuto modo di addentrarsi nelle banlieu parigine o nel quartiere di Molenbeek, a Bruxelles. Ha conosciuto la situazione dei tre ghetti di Amsterdam, riservati rispettivamente agli immigrati turchi, marocchini e caraibici. Ha visitato la Chinatown londinese. Niente di tutto ciò esiste in Italia.

In Italia, diversamente, dalla Francia, l’immigrazione islamica è minoritaria. Ed è quella maggiormente “di passaggio”. Non sembra inoltre che si possano formare altre comunità di immigrati che si rivoltino all’ordine costituito. Si sta tentando, perciò, di formare una società monoculturale con l’introduzione dello “ius culturae” o dello “ius scholae”. Il conferimento, cioè, della cittadinanza italiana dopo un ciclo di studi di 5 anni o il completamento della scuola dell’obbligo. Se tale strumento sarà efficace, tuttavia, lo si vedrà nei prossimi decenni.

Foto di Hubert de Thé da Pixabay

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