
Diritto internazionale. “C’era una volta”, avrebbe intitolato questo film il famoso regista Sergio Leone. Perché le ultime vicende dei rapporti tra Stati stanno sancendo il divorzio tra diritto internazionale e politiche estere. Per i più pessimisti stanno certificando addirittura la morte del diritto. Una morte che segue di almeno un quarto di secolo la crisi d’identità del massimo organismo del diritto internazionale: l’ONU.
Per quanto riguarda l’Organizzazione delle Nazioni Unite abbiamo definito il fenomeno “crisi d’identità” e non morte. Perché a ben vedere di ONU ve ne sono tre: il Consiglio di sicurezza, l’Assemblea generale e la miriade di agenzie derivate. Esamineremo nel prosieguo il decorso della loro patologia. Temiamo, in tutti i casi, irreversibile. Per quanto riguarda il diritto internazionale, invece, il fenomeno è più complesso, perché riguarda sostanzialmente le fondamenta della sua esistenza.
In diritto internazionale ormai i ‘pacta’ non sono più ‘servanda’
Il problema fondamentale dei rapporti internazionali è che non esiste giuridicamente una “Costituzione” scritta e approvata da tutte le parti in causa. Il diritto internazionale, infatti, si fonda sulla “consuetudine”. O, come dicono gli anglo-sassoni, sulla common-law. Cioè di quella fonte di diritto costituita dalla ripetizione costante di un determinato comportamento da parte della generalità dei soggetti. Accompagnato – chiaramente – dalla convinzione della sua obbligatorietà giuridica.
La principale “consuetudine” del diritto internazionale è (era?) quella definita già dai latini, secondo cui Pacta sunt servanda. I patti, cioè, “vanno rispettati”. Sia ben chiaro, non è che in passato tutti gli accordi internazionali venivano rispettati. Esempio tra tutti, il “patto di non aggressione” del 1939 tra Hitler e Stalin. Esso fu infranto dopo soli due anni da parte della Germania. Ma Hitler aveva già detto chiaramente da tempo che non avrebbe rispettato alcun accordo internazionale.
Le ultime vicende invece stanno dimostrando che, nei rapporti internazionali, si sta imponendo proprio la “consuetudine” opposta. Cioè: “Pacta non sunt servanda”. È una semplice “involuzione” oppure la morte stessa del diritto internazionale? Probabilmente la seconda che abbiamo detto. Facciamo un breve excursus di alcune macroscopiche violazioni degli accordi internazionali, con conseguenze dirette sulle guerre attuali.
Gli accordi di diritto internazionale violati negli ultimi 30 anni
Nel 1994, con il Memorandum di Budapest, l’Ucraina acconsentì a cedere alla Russia tutte le armi nucleari rimaste sul suo territorio dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. In cambio ebbe la garanzia che i suoi confini sarebbero stati sempre rispettati. Venti anni dopo, quell’accordo fu platealmente violato da Vladimir Putin, con la prima invasione del Donbass e l’annessione della Crimea. Di più: dopo tale invasione le parti stipularono i protocolli di Minsk I e Minsk II per il cessate il fuoco (2014-2015). Poi nel 2021, la Russia, infranse tali trattati, invadendo nuovamente l’Ucraina. La guerra, come è noto, è tuttora in corso.
Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, è difficile sostenere che entrambe o solo una delle parti abbiano rispettato gli ultimi accordi stipulati. Stiamo parlando dell’Accordo di Oslo II (1995) e il conseguente memorandum di Sharm el-Sheikh per la sua attuazione (1999). L’Autorità Palestinese si è ben guardata dall’agire “contro qualsiasi minaccia o atto di terrorismo, violenza o incitamento… commessi da palestinesi”. Anzi, ha accettato che Hamas – che per Statuto vuole la distruzione di Israele – entrasse nel proprio consiglio direttivo. Nonostante che Hamas, con la forza, gli avesse sottratto la Striscia di Gaza (2006).
Così come l’incremento da 400.000 a 700.000 dei coloni israeliani in Cisgiordania non sembra in linea con un’altra clausola sottoscritta. Quella cioè, secondo cui nessuna delle due parti doveva adottare qualsiasi disposizione volta a cambiare lo status della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Anche se va riconosciuto a Israele di aver abbattuto, nel 2005, 22 insediamenti ebraici a Gaza e consegnato all’ANP l’intera Striscia.
L’ONU non è più il tempio del diritto internazionale
L’ONU, che doveva essere il “Sant’Uffizio” mondiale per il rispetto del diritto internazionale tra i popoli, è a sua volta divenuta qualcosa come la trasmissione Tv Comedy Central. In Assemblea generale, i membri sono per la maggioranza staterelli di esigua importanza ma il loro voto vale quanto quello delle maggiori potenze. Praticamente sono pronti a votare in favore di “chi offre di più” (in “petrodollari”). D’altronde, le “raccomandazioni” dell’Assemblea non hanno alcun valore cogente, quindi: “Che problema c’è?”.
Il Consiglio di Sicurezza – le cui risoluzioni, invece, sarebbero cogenti – è dominato dai Cinque Stati con diritto di veto. Sono USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Quindi, per le questioni che coinvolgono i 5 – cioè le più importanti – è sostanzialmente paralizzato. Le miriadi di agenzie ONU (rifugiati, infanzia, UNESCO e quant’altro), infine, sono pozzi senza fondo che ingurgitano miliardi di dollari. Dove vanno a finire non è dato da sapere ma, sicuramente, secondo le intenzioni di “chi paga”. E non di chi ha maggiormente diritto o semplicemente bisogno.
In sostanza, il diritto internazionale è ormai asservito ai desideri dei “5 grandi”. Ma, tra questi 5, ce ne sono 3 che contano di più: USA, Russia e Cina. La bussola per individuare la loro politica estera è diventata (o meglio, si è rafforzata) l’azione dell’economia. A fianco ai 3+2 “grandi” c’è tutta una platea di Nazioni con grandi disponibilità finanziarie che elargiscono secondo i propri fini. Sono costoro – insieme ai “grandi” – ad essere diventati i “depositari” del diritto internazionale.
Scrivi