Denatalità, un problema mondiale

Denatalità

Il problema della denatalità non è una questione politica, non è un interrogativo religioso, non è un argomento sociologico o etico, nè una Weltanschauung (termine filosofico che esprime una concezione del mondo, della vita, e della posizione in esso occupata dall’uomo). O forse è la combinazione di tutte queste cose messe insieme.

Il coro delle deprecazioni e delle condanne del fenomeno sembra echeggiare sentimenti ed umori più che basarsi su un esame attento e razionale ma ci sono delle idee di base che vanno messe in luce e, in parte, confutate ricordando che il problema connesso al fenomeno è di portata mondiale e riguarda la sopravvivenza del pianeta.

Prima confutazione: la denatalità non è un male

Nel 1718 T.R. Malthus formulò una famosa legge secondo la quale mentre la popolazione cresce in proporzione aritmetica le risorse si consumano in proporzione geometrica.

L’aspetto strettamente matematico è stato criticato ma la sostanza del principio, il diverso trend dei due fattori, lo scompenso fra risorse e fruitori delle risorse, si è imposto all’attenzione dei contemporanei e dei posteri. Oggi va ripensato in una prospettiva più ampia dal momento che Malthus, quando parlava di risorse, si riferiva prevalentemente a quelle alimentari.

Nel 1972 il club di Roma (una associazione non governativa, non-profit, di scienziati, economisti, uomini e donne d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato di tutti e cinque i continenti) espresse le stesse preoccupazioni allargando il concetto di risorsa ad ogni forma di sfruttamento del pianeta; in seguito il movimento ecologista ha posto l’accento soprattutto sul dato energetico.

Al punto in cui siamo il problema non è sfamare una popolazione mondiale che ha raggiunto gli otto miliardi di individui ma come affrontare e sopportare una crescita che comporta un saccheggio che nessuna innovazione tecnologica attuale o futura potrà mai compensare.

Ogni uomo sulla terra in media (a prescindere dalle diverse condizioni dei singoli Paesi) per soddisfare i suoi bisogni e le sue esigenze crea intorno a sé una serie sconfinata di effetti collaterali, una sorta di complicato “indotto” che è un moltiplicatore dei bisogni e delle esigenze

Ogni individuo in più su questo piccolo corpo celeste, per dirla grossolanamente, significa un’auto in più, un vano abitativo in più, un televisore, un computer, un cellulare in più, un posto in treno, in aereo, in nave, in più, un chilometro di strada in più, un posto in fabbrica, un letto in ospedale in più, un’arma (micidiale) in più, un megawatt di energia in più.

La crisi climatica è uno dei frutti amari di tutto ciò.

Ridurre l’emissione di gas serra è ancora più un sogno che un pallido inizio operativo, e ricorrere a petrolio e carbone sarà ancora inevitabile per i prossimi cinquant’anni.

La soluzione del problema sta proprio nel fenomeno deprecato, la riduzione del numero dei viventi.

Se il saccheggio delle risorse è operato dall’uomo, la riduzione del numero dei saccheggiatori è il solo strumento pensabile e poiché né le guerre né le pandemie riescono a contenere la proliferazione degli umani, la spontanea denatalità appare come un evento fortunato che non va combattuto né scoraggiato. 

Seconda confutazione: l’aumento delle nascite non serve a compensare quello della popolazione anziana

Con l’aumento del numero degli anziani aumentano i consumatori di beni e servizi ma diminuiscono i produttori, creando un grave squilibrio economico e sociale.

La ripresa delle nascite è il rimedio naturale a questa discrasia.

La prima affermazione è vera, la seconda è radicalmente errata.

Più bambini nascono più vecchi ci saranno.

La sproporzione fra popolazione attiva e popolazione bisognosa si accentuerà sempre più dato che lo spostamento dell’età verso traguardi temporali fino a ieri impensabili, è una conseguenza del miglioramento delle condizioni economiche, dell’assistenza sociale, dei progressi della medicina.

Se oggi il numero degli anziani si attesta sul 21% dei cittadini, domani con o senza incremento delle nascite salirà al 25 o al 30%. Che gli abitanti della terra diventino 10 miliardi o si riducano a 6, il futuro dell’umanità sarà sempre un mondo pieno di vecchi.

Insomma i due fenomeni sono indipendenti.

Il problema sarà quello di rendere utile e produttiva la parte anziana della popolazione, problema immane, che al momento sembra irrisolvibile, visto il dilagare delle disabilità, l’Alzheimer su tutte, ma che rappresenta la sfida della scienza e della tecnologia future.

Per ora (parlando di cose di casa nostra) la denatalità italiana è compensata dall’ingresso degli stranieri (in prevalenza extracomunitari) profughi e non, rifugiati politici o semplici immigrati, che hanno raggiunto e superato la cifra dei sei milioni.

Val la pena di osservare che, al netto dei mendicanti e dei disperati, cui in parte soccorrono i benefattori privati e le istituzioni caritatevoli e che lo Stato ignora, questa mole di “invasori” rappresenta il 10% degli occupati.

Senza di loro avremmo oltre 2 milioni di disoccupati in più, perché i mestieri cui gli immigrati provvedono sono quelli che gli italiani rifiutano, infermieri, collaboratori domestici, panettieri, manovalanza agricola ed edilizia, autotrasportatori, cuochi.

Gente che impara la nostra lingua, che mette su famiglia, che fa figli, che li manda a scuola e che li avvia ad un futuro dalle opportunità uguali a quelle degli italiani.

Terza confutazione: l’etnia italiana non esiste

Qualcuno dice perfino che l’incremento degli immigrati comprometterà la sopravvivenza della nostra etnia. Ma è mai esistita questa etnia italica, questa prevalenza genetica dell’italiano tipo?

Stiamo rinnovando il mito dell’integrità della stirpe?

In duemila anni sulla penisola abbiamo mescolato sangue arabo, normanno, svevo, germanico, spagnolo, latino.

E il gene latino era a sua volta un mixage di etrusco, greco, gallico, iberico e fenicio.

La commistio sanguinis è un fenomeno sociologico antico e diffuso.

Basta pensare agli Stati Uniti che hanno una storia di meno di mezzo millennio e sono un coacervo di avventurieri europei e di schiavi africani.

Impariamo a gestire meglio la nostra cultura, la nostra memoria storica, a preservare quel po’ di buono che abbiamo fatto nei secoli, fra tante malefatte, e di mescolarlo alla freschezza astorica dei nostri ospiti.

C’è molto da prendere e molto da donare.

Foto di Arek Socha da Pixabay

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