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Attualità

Chiesa cattolica e politica. Intervista a Mons. Vincenzo Paglia

Stefano Girotti
21 Settembre 2022
Attualità, HomePage, Politica, Religioni & Dialogo
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mons paglia chiesa

Cristiani al voto tra decine di simboli sulla scheda elettorale per esprimere una scelta politica che è, al contempo, una scelta di coscienza. C’è bisogno di chiarezza! In tanti cercano di tirare per la giacchetta, o in questo caso per la tonaca, religiosi o laici impegnati nelle varie diocesi italiane. Molti cittadini chiedono da che parte sta la Chiesa Cattolica. Non è una domanda banale anche se la risposta, mi verrebbe da dire che sia quasi scontata, dovrebbe stare tra le righe del Vangelo, soprattutto nel cuore di chi lo vive e lo applica nella vita quotidiana. Ogni nazione vive problematiche interne particolari ma il messaggio della Chiesa è univoco e ci riporta sempre alle origini del Cristianesimo. Il Papa lo ha scritto nelle Encicliche e lo ripete incessantemente, nelle esortazioni ai governanti. Per aiutarci a comprendere le esigenze e come orientarci, superando strumentalizzazioni e tanti discorsi superflui, abbiamo intervistato Mons. Vincenzo Paglia (foto), padre spirituale della Comunità di Sant’Egidio e Presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Tra pochi giorni gli italiani saranno chiamati alle urne, in un momento storico e difficile. Dopo la pandemia che ha dimostrato la nostra vulnerabilità e la guerra in Ucraina che si è aggiunta ai vari conflitti nel mondo. Il nuovo parlamento e il nuovo governo si troveranno di fronte ad una crisi economica e al bisogno di pace e serenità. Quali sono le aspettative della Chiesa Cattolica?

<< In effetti, il periodo che stiamo vivendo, non solo in Italia, ma nel mondo, è davvero difficile. Papa Francesco ci aveva avvertiti: siamo in un cambiamento d’epoca, non in un’epoca di cambiamento. Si sono aggiunte prima la pandemia e poi la guerra in Ucraina che non solo si aggiunge alle altre già presenti, ma sta diventando sempre più “mondiale” per le tragiche conseguenze (la fame, l’inquinamento, la corsa alle armi, alle tensioni come quella cino–taiwanese, e altro ancora). Certo, le votazioni in Italia si sarebbero potute svolgere tra alcuni mesi in un clima meno vacanziero… In ogni caso, il problema centrale a mio avviso ruota attorno alla mancanza di visione sul Paese che vogliamo costruire. Nel secondo dopoguerra l’avevamo, eccome. Ed era trasversale ai partiti. Questo permise la scrittura di una Costituzione frutto della dialettica tra tutti. Un giovanissimo Aldo Moro, nell’Assemblea Costituente, affermava giustamente che la democrazia presuppone “una casa comune”. Ecco, c’è bisogno di questa visione. E non spetta alla Chiesa delinearla. Ma certo ai cristiani contribuire a disegnarla >>.     

I Cristiani sono parte integrante del tessuto sociale italiano, però si ha l’impressione che talvolta vengano considerati come un “target” da raggiungere per conquistarne la fiducia e strumentalizzare fede e religione. Lei cosa ne pensa, si corre questo rischio?

<< Certo, i cristiani sono parte integrante e quindi responsabili della “casa comune” di cui sopra. Farebbero un errore i partiti a considerarli semplicemente come “target” o come una controparte. E farebbero un errore anche i cristiani se si lasciano considerare come tali. I cristiani – con il prezioso bagaglio della sapienza del Vangelo – sono chiamati ad offrire il loro contributo di cittadini per edificare una “casa” ove la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, siano patrimonio di tutti coloro che la abitano. Va bloccata perciò quella cultura iper-individualista che, come un virus, la sta infettando. I cristiani hanno la grave responsabilità di promuovere quel “Noi” che fa degli italiani un popolo che fermenta l’Europa e il mondo di quella “fraternità” di cui ha parlato papa Francesco >>. 

Il sociologo Bauman ha descritto la società attuale paragonandola ad un mondo liquido, senza quei pilastri ideologici che avevano caratterizzato il secolo scorso. Parliamo di “unità” della Chiesa Cattolica, che a differenza di altre religioni e confessioni è caratterizzata dal “sacerdozio” e dalla “verticalità”.Tale “edificio di Pietro”, per fare riferimento alle parole del Vangelo, può offrire un punto di riferimento e una forma di orientamento nel contesto sociale?  

<< Alla riflessione di Bauman si può aggiunge quella di Edgard Morin che parla di un mondo complesso e conflittuale. La sfide che abbiamo davanti sono enormi. La Chiesa – è importante sottolinearlo – in quanto comunità plurale, ossia fatta di realtà diversificate ma unite da uno “spirito”, può aiutare a far crescere nel Paese la coscienza di una responsabilità verso quel “bene comune” che lega l’Italia sia all’Europa che al mondo. Ogni “Io” – quindi qualsiasi tipo di sovranismo, ogni autoreferenzialità – deve in realtà lasciare lo spazio ad una energia di solidarietà che umanizzi la globalizzazione. E la Chiesa, anzi le Chiese cristiane, hanno un compito importantissimo. Ricordo l’affermazione di un grande patriarca orientale, Atenagora, il quale diceva: “Chiese sorelle, Popoli fratelli”. E’ un programma sia per le Chiese che per i popoli >>. 

Il ruolo e l’impegno dei laici, anche delle donne, è diventato fondamentale nelle diocesi e nelle parrocchie, faccio riferimento anche alla Dottrina Sociale della Chiesa. C’è bisogno di una “morale cristiana” anche nell’operatività dei governanti?

<< Sì, credo che la morale cristiana sia indispensabile anche per la società contemporanea. Occorre però intendersi su cosa si intende con “morale cristiana”. Va però superata anzitutto quella prospettiva secondo cui la politica ha il compito di elaborare scelte giuridiche dedotte da una legge naturale accessibile a tutti, ma di cui i credenti(e il magistero in particolare) avrebbero il privilegio della corretta interpretazione. Ritengo invece che tra la sfera giuridica (giusto) e quella etica (buono) ci sia una relazione reciproca, che implica e trova la sua mediazione costitutiva nella cultura. Sì, la cultura! Potremmo anche dire nell’ethos condiviso,che storicamente caratterizza le forme concrete, pratiche e teoriche, della vita di un popolo. In tale orizzonte, il giuridico è una delle forme della cultura e la cultura è il primo accesso all’esperienza della vita buona (etica). In sintesi, il buono è implicato nel giusto, ma il giusto regola situazioni differenti, relative alla comune vita sociale, nella ricerca condivisa del bene comune, che è il compito della politica >>.

Data la sua esperienza nella Santa Sede, cito il suo incarico precedente nel Pontifico Consiglio per la Famiglia e quello attuale come Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ritiene che il collegamento e la collaborazione tra religiosi e laici (intellettuali, economisti, scienziati e politici) sia di fondamentale importanza per costruire il futuro?

<<Certamente, perché proprio nella cultura si attua la presenza e la testimonianza anche della Chiesa poiché anch’essa partecipa all’arena del dibattito pubblico, intellettuale, politico, economico e giuridico. Il contributo dei cristiani si dà all’interno delle differenti culture, né sopra – come se essi possedessero una verità data a priori – né sotto – come se i credenti fossero portatori di un’opinione, rispettabile, ma parziale, dogmatica, dunque valida solo per i fedeli –. Tra credenti e non credenti si dà piuttosto una relazione di apprendimento reciproco, di mutuo contagio. Il contributo dei cristiani riguarda la testimonianza delle forme dell’umano implicate nel vangelo di Gesù. In tal senso, essi sono chiamati a rendere ragione a tutti del senso etico (universale) cui la fede cristiana consente di accedere e a vivere personalmente le loro convinzioni>>. 

Vorrei ricordare che il Santo Padre è stato eletto dal Conclave il 13 marzo 2013, molte cose sono cambiate da allora. Per citare le sue parole, disse che era stato scelto dai confratelli “quasi dalla fine del mondo”, ovvero dall’ Argentina. Papa Francesco, rivolgendosi a tutti i cristiani, parlava di problemi ed esigenze facendo riferimento a paesi lontani dalla nostra nazione, per molti italiani può essere stato difficile comprenderlo. Ora, dopo la pandemia, gli evidenti effetti del surriscaldamento e dell’inquinamento del pianeta, la guerra in Ucraina che ci riguarda da vicino (nella vecchia Europa), tutti si rendono conto che esiste un collegamento globale nella salute, nel commercio, nell’energia, nell’alimentazione, ecc. ecc. Sembrerebbe impossibile rinchiudersi all’interno dei propri confini. Possiamo dire che ci dobbiamo sentire cittadini, italiani, di una comunità universale e che c’è bisogno di un “nuovo umanesimo” per affrontare le storture?

<< Il Covid-19, anche se in maniera drammatica, ci ha svelato la comune fragilità, e il legame stretto che ci unisce tutti assieme. Sino a poter dire che o ci salviamo insieme oppure non ci salviamo. E’ la grande lezione che siamo chiamati ad apprendere. La cura vicendevole è l’unica garanzia per salvarci. Questa prospettiva comporta la riscoperta dell’umano comune che deve diventare anche scelta politica, culturale e persino spirituale. E questo è il “nuovo umanesimo” che siamo chiamati a edificare. Per questo è indispensabile favorire l’incontro tra i diversi saperi e le diverse discipline per affrontare assieme le grandi sfide che abbiamo davanti a noi. Pensiamo, ad esempio, alla medicina: ci ha fornito venti trenta anni di vita in più. Ma per fare cosa? Come trascorrerli? Per di più temiamo la vecchiaia quasi più della morte. Che fare? Tocchiamo con mano la necessità di “inventare” come vivere questi anni in più. E questo richiede di ripensare l’intero arco della nostra esistenza. Oppure, pensiamo alle potenzialità – positive ma anche negative – delle nuove tecnologie emergenti e convergenti. Come bilanciare il potere enorme della tecnica con la difesa e la promozione dell’umano? Come garantire che sia l’uomo a guidare la tecnica e non il contrario? Sono questioni, come si può intuire, che toccano in maniera diretta non solo la democrazia ma anche l’umano. Promuovere un “nuovo umanesimo” significa avviare un’alleanza, un raccordo, un dialogo, tra i saperi, tra le culture, tra le fedi, per abitare quella “casa comune” anche a livello globale. Nel suo piccolo, la Pontificia Accademia per la Vita è su questa strada >>.

Il problema degli aiuti umanitari, del soccorso e dell’accoglienza con spirito cristiano è una questione che va gestita “politicamente” da tutte le nazioni con accordi chiari e precisi? Senza girare lo sguardo e farfinta di niente o rimpallando il problema tra una nazione e l’altra?

<< Certamente i due temi oggi al centro dell’attenzione internazionale dovrebbero darci il coraggio – e la forza – per un cambio di passo per tutta l’umanità. Ho accennato al Covid-19 ed anche al conflitto in Ucraina: stiamo rischiando il fallimento della politica come unica risorsa sia per uno sviluppo sostenibile del pianeta, sia per una composizione pacifica e concordata dei conflitti. Serve un cambio di passo per costruire un mondo diverso, più umano e più giusto, che includa risposte anche sul tema dei profughi e in generale su tutte le tematiche che ci fanno toccare con mano la gravità delle ingiustizie. E’ indispensabile riprendere la via di un governo globale. Papa Francesco con le due encicliche, Laudato sì (sulla casa comune) e Fratelli tutti (sull’umanità che la abita), ci ha delineato la visione che dovrebbe vederci tutti, governi, chiese, religioni, intellettuali, artisti, uomini e donne, uniti nel perseguirla. È il momento di superare divisioni, rancori, rivalità, conflitti, riscoprendoci fratelle e sorelle tra di noi, cioè parte di un’unica umanità che è chiamata ad abitare e curare l’unica casa comune che abbiamo >>. 

Il dialogo interreligioso e la formazione culturale dei diplomatici, sia religiosi che laici, devono essere considerati elementi fondamentali da sviluppare per il bene dell’umanità?

<< La risposta è sicuramente positiva. Sappiamo – lo vediamo ogni giorno – quanto la religione sia parte integrante dell’identità delle persone e dei popoli. Non a caso la Chiesa si è impegnata, già dagli anni Ottanta, all’incontro tra le religioni, sia per ottenere la pace, sia per sostenere i diritti di tutti alla dignità. Purtroppo, oggi accade anche il contrario: uomini di religione che strumentalizzano la fede per la violenza. Va combattuto ogni fondamentalismo per sostenere e promuovere il dialogo e l’incontro in vista del bene comune di tutti. Le religioni possono, anzi debbono svolgere il loro ruolo perché si giunga verso un “nuovo umanesimo”. In questo senso dobbiamo auspicare, come lei dice, sia la conoscenza delle religioni e delle culture, sia una nuova comprensione della spiritualità. Mi ha sempre fatto riflettere questa affermazione di Bonoheffer: “Essere cristiano non vuol dire essere religiosi ma essere uomini”: E’ il compito che Papa Francesco chiede a tutti i cristiani: essere fermento di nuova umanità nel mondo>>.

Nel concludere questo articolo che vuole essere un piccolo aiuto per comprendere meglio, in mezzo al caos delle strumentalizzazioni e alla frammentazione dei partiti, il significato intrinseco dell’operatività della Chiesa e dei Cristiani, vorrei ricordare che, nella sua prima dichiarazione alla stampa, il neo-eletto presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Maria Zuppi, ha ribadito il concetto che “la Chiesa parla a tutti e vuole raggiungere il cuore di tutti”. Nella stessa occasione,ha invitato i giornalisti a dare il proprio contributo per far capire alla gente le scelte di una “Chiesa in ascolto” e che agisce basandosi sul Vangelo senza preclusioni nei confronti di nessuno ma pronta a collaborare con chiunque intenda seguire e applicarne i principi nel contesto sociale. 

chiesa cattolicaMons Pagliapoliticareligionereligione & dialogovaticano

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