A Natale siamo davvero tutti più buoni?

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Sarà vero che il Natale ci rende davvero più buoni, o forse è vero il contrario?

Natale e l’illusione della bontà

Ogni dicembre riemerge la convinzione che il Natale ci renderebbe più buoni, più disponibili, più gentili, più inclini a sentimenti elevati e a comportamenti decorosi. È un’idea che, nella sua semplicità rassicurante, continua a circolare anche quando l’esperienza quotidiana sembra contraddirla con una certa regolarità. Basta osservare i parcheggi intasati, le corsie dei supermercati trasformate in percorsi a ostacoli o, più banalmente, il modo in cui si reagisce alla presenza altrui dopo la metà del mese, quando si avvicina il conto alla rovescia e la pazienza comincia a scarseggiare.

Se si prova a guardare la scena con un minimo di onestà intellettuale, la sensazione che emerge è che a Natale le persone non cambiano davvero; piuttosto, i comportamenti vengono messi in mostra all’interno di una cornice più indulgente, che li rende tollerabili senza modificarli. L’atmosfera è più incantata, addobbi e decorazioni ci circondano ovunque e proprio per questo molte asperità finiscono per passare inosservate, o quantomeno per essere giustificate.

Il tempo rivelatore

A confermare la tesi del presunto buonismo è la storia, univa e vera maestra di vita. Le grandi festività collettive, soprattutto tra il tardo Medioevo e la prima età moderna, non hanno mai funzionato come strumenti di miglioramento morale. Al contrario, in passato erano spesso il momento in cui l’eccesso trovava una legittimazione temporanea. Cronache e testimonianze parlano di vino in abbondanza, rumore diffuso, conflitti e violenze che venivano tollerati proprio perché inscritti nel tempo festivo.

Il tempo sacro, infatti, sospendeva le regole ordinarie e, di conseguenza, permetteva che emergesse ciò che durante l’anno restava contenuto, agendo come amplificatore. In questo senso, il Natale contemporaneo, pur avendo perso quasi ogni spessore teologico, conserva ancora una funzione simile. Le tensioni familiari e sociali non si dissolvono; diventano visibili. Le frustrazioni non si attenuano manco lontanamente. Semplicemente, trovano un contesto in cui possono essere espresse senza destare scandalo. Il clima festivo, per cui, non trasforma i comportamenti, ma li autorizza.

La gentilezza come pratica obbligata

All’interno di questo quadro prende forma una gentilezza addomesticata. Gli auguri diventano una pratica di conformità sociale, un gesto che va eseguito correttamente per segnalare la propria adesione al rito. L’immancabile “Buon natale” si spamma a tutti (corredato da meme con alberello addobbato), anche a chi durante l’anno è stato ignorato con metodica costanza o a chi suscita un fastidio educato ma persistente. Il messaggio resta invariato, seriale, spesso inoltrato senza neppure la cautela di cambiare il nome in apertura e non implica alcun coinvolgimento. 

Atteggiamento, questo, che rientra in quella che potremmo definite una “gestione economica delle emozioni”. Si investe cioè il minimo indispensabile, si distribuisce il massimo possibile e, soprattutto, si evita di esporsi davvero.

Il regalo

Il sistema dei regali risponde alla stessa logica. Il dono natalizio, più che nascere da un desiderio preciso, sembra semmai dettato da una necessità sociale: serve a dimostrare che il proprio dovere affettivo è stato assolto. Vale per la suocera, per il parente serpente, per quella persona cordialmente antipatica che, per qualche oscuro patto genealogico, continua a rientrare nel perimetro delle relazioni obbligate.

Dentro il pacchetto può esserci qualsiasi cosa, purché ci sia qualcosa. Meglio ancora se si tratta di un regalo riciclato, passato di mano in mano come una staffetta olimpica. Ricevuto l’anno precedente da qualcuno a cui non stava bene, mai desiderato davvero, ma troppo educatamente accettato per essere restituito. In questo modo il ciclo della strenna si chiude senza attriti: nessuno ne è entusiasta, ma tutti ne ricavano un senso di sollievo.

Talvolta, il pensiero si spinge verso soluzioni più audaci. Un trattamento botox, ad esempio, immaginato come risposta pratica a un disagio relazionale stratificato. Subito dopo, quasi per riflesso, l’idea scivola verso una variante ancora più radicale e decisamente meno costosa: sostituirlo con un trattamento al botulino alimentare. È una fantasia che resta, per fortuna, sul piano dell’umorismo nero, ma che rivela quanto il dono sia diventato uno strumento rapido per archiviare una questione, più che per aprire uno spazio di relazione.

Dicembre come esperimento sociale

Fuori, intanto, il mondo offre scene di un realismo quasi didattico. In un supermercato, durante i giorni di maggiore affluenza, è successo davvero che una persona sia morta in corsia. Il corpo era lì, coperto, mentre intorno si continuava a passare. Qualcuno rallentava infastidito, qualcuno protestava per l’ingombro, qualcuno sgomitava per accedere comunque allo scaffale accanto e comprare ciò che restava dell’ultima pedana di pandoro . La tragedia, evidentemente, poteva attendere. Il carrello no.

Qualche ora dopo, davanti a uno spumante corretto ma facilmente dimenticabile, arriva il momento della nostalgia rituale. Si parla di valori perduti, di un Natale che non è più quello di una volta, spesso senza cogliere il paradosso di aver appena contribuito con una certa solerzia al funzionamento dell’ingranaggio che si sta criticando.

La bontà concentrata

Anche la beneficenza segue un andamento simile. Si concentra in pochi giorni, talvolta in poche ore, assumendo la forma di un gesto rapido che consente di sentirsi parte di qualcosa senza doverne sostenere il peso nel tempo. E allora, tutti a sperticarsi per servire un pasto caldo ai poveri. La parola d’ordine è “partecipazione”.

Per il resto dell’anno, l’attenzione può tranquillamente rientrare in una zona d’ombra. Del resto, la coscienza è stata alleggerita, seppure in modo sbrigativo, e non richiede ulteriori manutenzioni.

Interni domestici e aziendali

La forma più sofisticata di rappresentazione, tuttavia, si consuma negli spazi chiusi. In casa e in ufficio. Famiglie che per mesi si sono sopportate a fatica trovano una tregua formale, fatta di abbracci calibrati e sorrisi agenti stretti. Le aziende organizzano momenti di “condivisione” e distribuiscono la strenna con panettone e bottiglia di spumante da due spicci. Peccato che spesso, la data di scadenza sia così ravvicinata da sembrare quasi un commento involontario.

Ad ogni modo, durante l’immancabile buffet di fantozziana memoria, si brinda e si mangia e guai a non presenziare. Nessuno lo desidera davvero, ma tutti fingono entusiasmo. Tutto appare corretto, educato, formalmente impeccabile e, proprio per questo, poco credibile.

Il miraggio

Immagino, a volte, un Natale diverso. Non perché ignori ciò che accade davvero, ma perché continuo a pensare che il senso non coincida necessariamente con il rumore che lo precede. Un Natale in cui i gesti non servano a coprire il vuoto, e i simboli non vengano consumati prima ancora di essere compresi.

In questa immagine anticipata, il rumore finalmente si spegne.
Sono a casa con il mio cane. Non siamo ancora esausti, solo in attesa. A lui non è stato messo alcun cappellino da Babbo Natale, né costretto a partecipare a una messa in scena che non gli appartiene. Mi guarda con quella calma attenta di chi non ha bisogno di interpretare nulla per stare nel presente.

Fuori il mondo si prepara a recitare, come ogni anno. Dentro, invece, c’è uno spazio che non chiede auguri automatici, non pretende doni poco sentiti, non impone una felicità programmata. In quel vuoto ancora possibile, il Natale smette di essere una prestazione e torna a essere un momento di grande attesa.

Ed è forse da lì che un altro Natale potrebbe cominciare. Buone Feste!

Foto di OurWhisky Foundation da Pixabay

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