Sana alimentazione: un diritto negato?

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Negli ultimi sessant’anni si è registrata in tutto l’Occidente ed in particolare nel nostro Paese una profonda evoluzione del concetto di alimentazione.

Si è passati, infatti, da un’idea minimalista di alimentazione come pura liberazione dalla fame all’attuale concezione di sana alimentazione che non riguarda solo l’aspetto quantitativo del cibo disponibile, ma anche quello qualitativo e finisce necessariamente con l’estendersi alle modalità di produzione del cibo, all’ambiente ed al benessere animale.

Se fino alla metà degli anni ’50, infatti, la maggior parte degli sforzi della scienza applicata all’alimentazione (si pensi al nostro Nazareno Strampelli ed allo statunitense, Premio Nobel per la Pace nel 1970, Norman Ernest Borlaug) sono stati rivolti all’aumento delle rese agricole, soprattutto per quanto riguarda i cereali, con il passare del tempo e grazie ai progressi della ricerca scientifica si è raggiunta una maggiore consapevolezza degli effetti negativi, sia sulla salute umana, sia sull’ambiente, della genetica, dell’uso dei fertilizzanti e di quello dei diserbanti.

Parallelamente in Europa vi è stata un’evoluzione del concetto di sicurezza alimentare, mentre i mass media hanno contribuito in modo rilevante alla diffusa consapevolezza di una differenza sostanziale tra la semplice soddisfazione del bisogno primario di alimentarsi ed una sana alimentazione.

Il diritto ad una sana alimentazione

La configurabilità di un vero e proprio diritto, costituzionalmente garantito, ad una sana alimentazione risente da un lato della poliedricità del concetto di «sana alimentazione», dall’altro del substrato culturale dei Padri costituenti i quali, all’indomani del secondo conflitto mondiale, non potevano che avere un’idea minimalista di alimentazione al cospetto di un Paese in cui la denutrizione era un fenomeno cronico e diffuso e solo la metà delle case italiane aveva accesso diretto all’acqua potabile.

Molteplici, ma non sempre convergenti, sono i diritti costituzionali implicati nel diritto ad una sana alimentazione: da quello alla salute (art. 32) alla libertà d’iniziativa economica (art. 41), mentre altri diritti costituzionali come quelli inviolabili delle persona umana e reciprocamente i doveri di solidarietà economica e sociale (art. 2) e lo stesso principio di uguaglianza risultano coinvolti dalla progressiva evoluzione del concetto di alimentazione.

Nel nostro Paese il diritto all’alimentazione riceve attualmente tutela solo in modo indiretto: da un lato, anche sulla spinta dell’Unione europea, con l’evoluzione della normativa in senso sempre più stringente verso la salubrità degli alimenti in commercio, con conseguente compressione, in applicazione dell’art. 41 Cost., della libertà d’iniziativa economica, dall’altro premiando economicamente gli attori più virtusi del comparto agroalimentare e sottoponendo alla vigilanza dell’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) l’iniziativa economica privata a cui peraltro è rimessa, in una logica di libero mercato interno ed internazionale, la disponibilità degli alimenti, la loro qualità intrinseca e la definizione del loro prezzo.

Notevoli passi in avanti verso un vero e proprio diritto ad una sana alimentazione sono stati compiuti in Italia, sul piano dottrinario, con il saggio di Stefano Rodotà «Il diritto al cibo» (Milano, 2014) che per primo ha correlato l’alimentazione alla dignità umana, mentre a livello internazionale la «Dichiarazione di Roma» (2014) a valle della seconda Conferenza internazionale della FAO sulla Nutrizione ha sancito «il diritto di ogni essere umano all’accesso sicuro, costante e sufficiente a cibo nutriente e di qualità».

La qualità del cibo tra evidenze scientifiche e congiuntura economica

L’informazione sui temi alimentari ci trasmette di volta in volta notizie allarmanti, come quelle relative ai potenziali effetti cancerogeni del consumo eccessivo di taluni alimenti di bassa qualità, o rassicuranti come quelle relative alle proprietà nutraucetiche dell’olio extravergine d’oliva di qualità.

Al netto di una certa dose di sensazionalismo un dato è di comune evidenza: non tutto il cibo in commercio, seppur validato a livello sanitario, permette una sana alimentazione, ma solo quello che ha un’elevata qualità intrinseca.

Questo dato, che indubbiamente spinge in senso virtuoso il consumo delle nostre eccellenze agroalimentari e aumenta la consapevolezza degli acquisti, si scontra, tuttavia, con i riscontri forniti dall’Istat e dall’AGCM.

Il primo, diffondendo i dati dei consumi delle famiglie, ha evidenziato che nel 2024 circa un terzo della popolazione è stato costretto a rinunciare ad alimenti di qualità.

A sua volta l’AGCM, nell’avviare un’indagine conoscitiva sulla filiera agroalimentare, ha evidenziato che da ottobre 2021 a ottobre 2025, i prezzi dei beni alimentari in Italia sono aumentati del 24,9, superando di circa 8 punti percentuali l’indice generale dei prezzi al consumo.

Tale aumento dei prezzi, sempre secondo l’AGCM, non troverebbe corrispondenza nella remunerazione dei produttori che, al contrario, lamentano una stasi o addirittura una compressione dei propri margini e ciò ha giustificato l’avvio di un’indagine volta ad evidenziare eventuali distorsioni della concorrenza nell’ambito della filiera.

Nei fatti quindi, a fronte della spinta dei media per un’alimentazione sempre più sana, si registra che oltre un terzo della popolazione già ora è costretta a rinunciarvi ripiegando su alimenti di qualità inferiore e che, salvo improvvise e obiettivamente inimmaginabili inversioni di tendenza, il dato, dipendendo da fattori strutturali della filiera, è destinato a peggiorare risolvendosi nella vera e propria negazione di un diritto che si avvia ad essere universalmente riconosciuto.

Foto di Dhanesh Damodaran da Pixabay

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