Viaggio nella globalizzazione: da dove viene il tonno che mangiamo in casa

C’erano una volta le tonnare, in particolare in Sardegna, in Sicilia e in Calabria. Erano stabilimenti per la conservazione e la commercializzazione del tonno, pescato nei nostri mari secondo il tradizionale metodo della “mattanza”. Era un metodo barbaro che prevedeva la morte del pesce per dissanguamento, mediante arpioni, dopo averlo costretto a introdursi senza via di scampo in un particolare tipo di rete da pesca.

Quando gli animalisti iniziarono a protestare per il trattamento riservato ai poveri tonni, il metodo di pesca cominciò ad essere progressivamente sostituito. La rarefazione del pescato nel Mar Mediterraneo comportò la progressiva uscita dal mercato delle tonnare tradizionali. Sinché, nel 2008, fu imposto un drastico “fermo biologico”: il tonno poteva essere catturato soltanto in base a quote predeterminate e concordate tra le autorità degli Stati di bandiera dei pescherecci. Attenzione: non tra gli Stati costieri, perché, nel frattempo, era arrivata la globalizzazione.

Tonno rosso ma anche oro rosso

Il primo sintomo della globalizzazione in materia di commercializzazione e consumo del pescato nostrano è emerso quando la gastronomia giapponese ha scoperto che il pesce più pregiato, per il confezionamento del loro sushi, era proprio il tonno rosso del Mediterraneo. La gigantesca industria della pesca del Sol Levante, quindi, ha cominciato ha invadere i nostri mari per procurarsi – chiaramente, in acque internazionali – quella materia prima che, ai loro occhi, valeva quanto l’oro.

Attualmente, la quota di pescato di tonno rosso attribuita all’industria giapponese è pari al 70% del totale. Tra le aziende autorizzate allo sfruttamento e alla commercializzazione c’è anche la Mitsubishi, che fabbrica anche automobili e chitarre elettriche. Il restante 30% è spartito tra Italia, Spagna e Francia, in quote che si compensano annualmente ma che, alla lunga sono pari. Alla Grecia, alla Turchia e alla Tunisia sono lasciate le briciole.

Il metodo di pesca non è più la mattanza ma, prevalentemente, quello della pesca a circuizione con “sistemi di aggregazione per pesci” (FAD). Il metodo FAD cattura in alto mare esemplari giovani, mediante gigantesche reti e li trascina in aree dove è possibile il loro accrescimento controllato. La soppressione selettiva del pescato è effettuata da subacquei con armi che evitano la morte per dissanguamento. Con il “fermo pesca” del 2008 è stata vietata l’intercettazione dei banchi dall’alto, mediante elicotteri.

Le autorità, pressate dalle associazioni animaliste, difficilmente autorizzano le aziende a utilizzare i cd. palamiti, cioè il metodo che aveva sostituito la “mattanza” delle vecchie tonnare. I palamiti sono cavi di nylon lunghi fino a 100 chilometri ai quali sono attaccati fino a 3000 lenze più corte che terminano con un amo. Oltre a catturare i tonni, infatti, i palamiti causavano ogni anno la morte di migliaia di uccelli marini, mante, squali e tartarughe, tra cui specie a rischio di estinzione. Ciò ha dato il colpo di grazia alle antiche tonnare siciliane, sarde e calabresi.

Quel 30% del tonno rosso pescato dai pescherecci euro mediterranei finisce tutto ai mercati all’ingrosso per poi finire nelle pescherie e nei ristoranti. Ma, allora, tutto il tonno inscatolato, sott’olio o al naturale, da dove proviene?

Tonno pinna gialla, dal fondo degli oceani catturato e messo sott’olio

Andando a spulciare le etichette delle scatolette o dei barattoli di tonno sott’olio, si legge che il prodotto confezionato appartiene alla specie Thunnus albacares, cioè il cd. tonno pinna gialla. Il tonno pinna gialla proviene dagli oceani di mezzo mondo ma non dal Mediterraneo, habitat del tonno rosso.

Per capire da dove proviene il tonno sott’olio che compriamo al supermercato dobbiamo prestare attenzione all’area di provenienza che, sulla confezione, è indicato da un numero preceduto dalla scritta “zona di pesca FAO”. Ci si aprirà un mondo: quello della globalizzazione del cibo di cui ci nutriamo.

La marca Angelo Parodi, autodefinitasi come precorritrice del moderno metodo di conservazione e inscatolamento del tonno, lavora il prodotto pescato nell’Atlantico centro-orientale e lo confeziona in uno stabilimento situato nelle isole Capo Verde. Il Consorcio spagnolo – che ha introdotto il metodo di soppressione dei tonni da parte dei sub – si rifornisce in mezzo mondo: Atlantico centro-orientale, Atlantico sud-orientale), Indiano occidentale, Indiano orientale e Pacifico centro-occidentale. Il prodotto è lavorato e confezionato, anche in questo caso, a Capo Verde e, anzi, rappresenta il 40% di tutte le esportazioni dell’arcipelago.

La Bolton alimentare, azienda leader in Italia, essendo proprietaria di Rio Mare, Palmera e Nostromo (e anche di Simmenthal e Manzotin), si rifornisce anch’essa in tutti gli oceani e possiede uno stabilimento a Mauritius, dove confeziona il tonno al naturale. La lavorazione dei tranci sott’olio li ha invece mantenuti a Cermenate (CO). La As do mar, con sede in Genova è di proprietà della Generale Conserve; ha un centro di produzione in Portogallo ma, recentemente, ha trasferito la lavorazione del tonno ad Olbia, lasciando all’estero solo quella degli sgombri.

Insomma, se non vi fosse stata la globalizzazione degli approvvigionamenti di tonno inscatolato, già da molti anni saremmo rimasti senza una fonte di alimentazione che rappresenta la percentuale di gran lunga maggiore del pesce consumato dagli italiani. La globalizzazione ha poi portato lavoro e ricchezza a paesi del terzo mondo come Capo Verde e Mauritius. Se invece avessimo praticato l’autarchia, con buona pace dei giapponesi, si sarebbe esaurita anche la pesca del tonno rosso nei nostri mari. Riflettano su questo, i tanti “sovranisti” dell’ultim’ora e i “no global” di meno recente formazione.

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