Sistema elettorale: si va verso il sistema tedesco

Elettorale1_ForexinfoE’ notizia di pochi giorni fa il via libera, rilasciato da ben 27.000 iscritti del M5S, al sistema tedesco per la legge elettorale. L’altro ieri i capigruppo del movimento si sono incontrati con i loro omologhi del PD (Rosato e Zanda) e sembra che l’incontro sia stato “costruttivo”.

Ettore Rosato è l’estensore della proposta di legge elettorale attualmente alla Commissione elettorale della Camera dei Deputati su cui sono stati posti una serie di emendamenti da parte di Forza Italia, volti a “tedeschizzarla”. Si sta profilando, quindi, una convergenza dei tre maggiori partiti rappresentati in Parlamento verso il sistema elettorale tedesco.

Come si vota in Germania?

Il sistema è proporzionale; i partiti, cioè vengono rappresentati proporzionalmente ai voti ottenuti ma vige la ferrea regola dello sbarramento al 5% su base nazionale. Chi non raggiunge tale soglia non può essere rappresentato. I partiti minori, in pratica, sono fatti fuori, consentendo la presenza al Bundestag di solo pochi grandi partiti.

In “soldoni”, se, nel 2013 si fosse votato con questo sistema, avremmo avuto, alla Camera, soltanto quattro partiti ma nessuno in grado di formare una maggioranza di governo. E’ quello che avviene in Germania da due legislature; un inconveniente che la cancelliera Merkel ha egregiamente superato, siglando un accordo con i suoi avversari socialdemocratici e costituendo, in tal modo, una “grossa coalizione” di governo.

Se i maggiori partiti si fossero accordati in tal senso venticinque anni fa, quando si pose, per la prima volta, il problema della modifica del nostro sistema elettorale, all’epoca rigorosamente proporzionale , ci saremmo risparmiati un quarto di secolo di guai della “seconda Repubblica”.

Era il periodo in cui, sui media, si tuonava contro l’eccessiva frammentazione del quadro politico e la tendenza all’ “inciucio” da parte dei partiti. Ma i partiti piccoli avevano al loro fianco tribuni estremamente battaglieri; come il radicale Marco Pannella, che si ergeva a difensore delle “minoranze” o i partiti “laici” e dell’estrema sinistra che, pur navigando intorno al 2-3% dell’elettorato, erano in grado di condizionare il sistema.

Con il referendum abrogativo per la preferenza unica (1991), che fu abolita con il 95% dei sì, si aprì la stagione delle modifiche al sistema elettorale.

Venticinque anni di modifiche

Nel 1994, il Parlamento approvò la riforma elettorale presentata dal ministro Sergio Mattarella (l’attuale Presidente della Repubblica), battezzata ironicamente come “Mattarellum”, forse perché – così come la lingua latina – era di difficile comprensione al popolo. Da allora il nome dei sistemi elettorali è ironicamente latinizzato.

Il “Mattarellum” prevedeva l’elezione del 75% dei deputati e del 100% dei senatori non nominati “ a vita” in base a collegi uninominali; il candidato di ogni collegio che prendeva più voti entrava in Parlamento. Era, in un certo senso, il sistema vigente in Gran Bretagna, dove, alla fine, basta un 30-35% dei consensi, al maggiore partito, per ottenere la maggioranza parlamentare.

Elettorale4_InvestireOggiInizialmente, pochi, tra i politici dell’epoca, capirono quali sarebbero state le conseguenze del “Mattarellum”. L’unico che lo capì veramente fu tale Silvio Berlusconi da Arcore, imprenditore televisivo. Berlusconi capì che – con il “Mattarellum” – per vincere le elezioni era necessario formare coalizioni e stringere accordi con altri partiti, in modo da far confluire, in ogni collegio, tutti i voti dei partiti alleati su un singolo loro candidato. Fu un trionfo, per il magnate di Arcore: vinse le elezioni e salì al potere, al primo tentativo.

Nel 2005, a Berlusconi, il Mattarellum non sta più bene. Ha l’incubo dei “ribaltoni”: teme, cioè, che, a elezioni finite, gli esponenti dei partiti alleati possano rompere gli accordi e passare all’opposizione. Nasce, allora, il “Porcellum”: alla Camera dei deputati, la coalizione vincitrice ottiene automaticamente il 57-58% dei seggi, una maggioranza che – pensava all’epoca – lo avrebbe messo al sicuro da “ribaltoni” di sorta.

L’era dei “consultellum”

Berlusconi, con il “Porcellum”, vince nel 2008 ma perde nel 2013, quando a vincere è il PD, che ottiene la maggioranza alla Camera con solo il 28% di voti. Nel 2014, però, la Corte costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale del “Porcellum”, annullando il premio di maggioranza. La legge elettorale proporzionale risultante dalle “sforbiciate” della Corte, fu detta, quindi, “Consultellum”.

Elettorale3_fatto quotidianoNel frattempo, è giunto al governo Matteo Renzi, del PD, il quale ritiene che l’epoca delle coalizioni sia giunto al termine. Nel 2016 vara l’”Italicum”, una riforma che vale solo per la Camera, perché il Senato è intenzionato ad abrogarlo. L’”Italicum” prevede il premio maggioranza al partito che ottiene il 40% dei voti; in caso negativo si va al ballottaggio tra i primi due partiti. Ma, a questo punto, si registrano altri due colpi di scena.

A ottobre del 2016, gli elettori bocciano, con referendum, l’abrogazione del Senato e, nel gennaio 2017, la Corte costituzionale dichiara incostituzionale il turno di ballottaggio previsto dall’”Italicum”, fermo restando il premio di maggioranza al partito che ottenga almeno il 40% nell’unico turno di votazioni.

E adesso come finirà?

Il nuovo “consultellum” mantiene, alla Camera, la soglia di sbarramento al 3% prevista dall’”Italicum”, mentre al Senato restano gli sbarramenti su base regionale del Porcellum (20% alla coalizione e 8% alla lista). Di conseguenza, le forze politiche, ben presto, hanno capito che, con tale sistema, molto probabilmente al Senato non vi potrà essere alcuna maggioranza in grado di governare. Per questo si stanno accordando, per l’ennesima riforma elettorale.

Se si adotterà veramente il sistema tedesco, avremo un ritorno alla prima Repubblica. Ci sarà, cioè, un partito di maggioranza relativa che, per governare, dovrà accordarsi con un altro partito in grado di assicurargli la maggioranza assoluta dei parlamentari; avremo inoltre, un numeroso partito di opposizione a svolgere il ruolo una volta del PCI. Questo, ruolo – molto probabilmente – sarà occupato dal M5S; anche perché non ci pare che i suoi esponenti abbiano tanta voglia di assumere incarichi di governo. Unica differenza con la prima Repubblica: il numero dei partiti. Dopo venticinque anni di riforme elettorali, scusate se è poco.

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