Quando l’Italia divenne antisemita

#75190 è il numero seriale firmato Auschwitz tatuato sul braccio di una donna italiana, una delle pochissime ancora viventi in Italia, che, in quanto tale, “ha il compito non solo di ricordare ma anche di aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano, a non anestetizzare le coscienze, ad essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri” (Liliana Segre).

Esiste ormai una razza pura, da sfatare

Una bandiera svolazzante, pericolosa, permanentemente imprevedibile, flessibile, accomodante ed aperta a nuove manipolazioni totalizzanti; vulnerabile ad un clima in cui angosce quotidiane e disperazione crescevano esponenzialmente. Questo è stato il fascismo. Nonostante la sua condotta incoerente, il fascismo è tuttavia esistito, si è evoluto, ha ucciso, ha sposato la piaga antisemita.

Nella sua ingenuità, il regime fu in grado di presentarsi come un modello di dittatura per l’alleato nazista; dalla loro unione nacque una macchina efficace e funzionale. E fu proprio l’antisemitismo una delle pratiche per cui il regime fascista si distinse dal suo essere uno “stato di propaganda”. In un sistema in cui a contare erano soprattutto le parole, più che la loro applicazione, l’antisemitismo si rivelò una sintesi di quel permanente divario tra teoria e pratica.

“La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile” (Sandro Pertini)

Quando l’ideale politico viene abbandonato per abbracciare l’opposto della democrazia, non si può parlare di partiti, né di fede politica. “Dico ai miei avversari, io combatto la tua fede che è contraria alla mia, ma sono pronto a battermi sino al prezzo della mia vita perché tu possa sempre esprimere liberamente il tuo pensiero”. Riprendendo la sintesi di un precetto filosofico, Sandro Pertini si pronunciò così in merito al fascismo. Da democratico e socialista, passionale e impetuoso, come lui stesso si definì, il nostro Presidente partigiano combatteva il fascismo “con altro animo”.

« Io non sono credente, ma rispetto la fede dei credenti; io sono socialista, ma rispetto la fede politica degli altri e la discuto, polemizzo con loro, ma loro sono padroni di esprimere liberamente il pensiero. Il fascismo no, lo combatto con altro animo; il fascismo non può essere considerato una fede politica, è l’antitesi delle fedi politiche, in contrasto con le vere fedi, perché il fascismo opprimeva chi non la pensava come lui ».

Brutalizzare l’Altro

Richard J.B. Bosworth scrive ed illumina su quella che fu l’Italia di Mussolini. L’eliminazione brutale dell’avversario divenne prassi durante il periodo fascista; la brutalizzazione del linguaggio fece del razzismo una modalità di aggressione, sia verbale che militare. Gli italiani ricoprirono sempre un ruolo discreto, eppure si resero sanguinari partecipi, attivi burocrati. Quando l’Italia fascista incominciò ad aggredire militarmente lo stato straniero, oltre ad assalire nemici interni di stato, fu allora che il fascismo diventò apertamente razzista, dotandosi di una legislazione antisemita. Non solo una prassi o una propaganda, bensì una giurisprudenza.

Sebbene la persecuzione italiana degli ebrei non possa, fortunatamente, essere associata in toto a quella tedesca, è a partire dal 1943 che la nostra Repubblica sociale italiana dichiarò ufficialmente gli ebrei nemici della nazione. Se lo squallore del male nazista ha dilaniato la Germania, il regime fascista ha paralizzato la nostra Repubblica, diventata burattino esecutore in nome di un’utopia razziale che divenne presto razzismo di Stato.

La violenza nazista

L’offensiva nazista fu uno sterminio su vasta scala, unico e aberrantemente dettagliato nel suo pensare e fare, costituito da una serie di azioni specifiche e altamente studiate, finalizzate a distruggere le basi di sopravvivvenza di un gruppo in quanto gruppo e mirate a cancellare definitivamente una nazione. Questi caratteri determinarono l’accezione del concetto di genocidio coniato da Raphael Lemkin, ebreo americano di origine polacca e professore di diritto internazionale, che vide nel Nazismo “la sintesi e al tempo stesso l’apogeo della barbarie dell’antichità e del Medioevo” (Bernard Bruneteau, Il secolo dei Genocidi). Quel “crimine senza nome” a cui Winston Churchill si riferiva parlando degli orrori del nazismo ha un nome ormai riconosciuto sul piano giuridico a livello internazionale.

Il 27 gennaio è il giorno della memoria, del ricordo, della connivenza, della vergogna. E’ la foto di una pratica che l’umanita ha già sperimentato nel passato: poiché umani è ciò che siamo, e poiché i crimini sono le azioni che ancora oggi ripetiamo, il 27 gennaio dovrebbe essere la giornata del “mai più” ancor prima di ciò che fu.

Riconoscere l’orrore

“Antifa Hier”, qui vive un antifascista. E’ l’abile risposta che Giuseppe Sala, come uomo e come sindaco di Milano, ha voluto appendere fuori dalla porta di casa sua, in segno di solidarietà per quanto accaduto a Mondovì, in provincia di Cuneo. Qui, un’altra scritta aveva imbrattato la porta di casa della famiglia di Lidia Beccaria Rolfi, a soli tre giorni dal Giorno della Memoria: “Juden Hier”, qui vive un ebreo, sotto una stella di David.

Lidia Beccaria Rolfi (Mondovì, 8 aprile 1925-  Mondovì, 17 gennaio 1996), è stata una scrittrice italiana, staffetta partigiana, deportata nel campo di concentramento tedesco di Ravensbruck, non come ebrea, ma come donna della Resistenza; i suoi occhi videro la libertà nel maggio del 1945, durante una marcia di evacuazione organizzata dalle SS. Nei suoi scritti, Beccaria non ama prodigare la propria solidarietà nei confronti delle compagne, eppure rinunciò ad occasioni di fuga proprio per rimanere vicina alle inferme. Il desiderio di raccontarsi fu il primo bisogno che assieme a quello di un pasto caldo tornò a farla sentire viva. Quando fece ritorno a una vita priva di catene, ciò a cui dovette dapprima abituarsi fu la meraviglia di aver nuovamente acquistato la possibilità di presentarsi con il suo nome e cognome.

Qui vive un antifascista

Oggi in quella casa abita il figlio di Lidia, Aldo Rolfi. «La porta sfregiata è sotto sequestro, la scritta è stata coperta per volere del procuratore e per motivi di indagine, ma soprattutto di ordine pubblico» , spiega Aldo alle telecamere. Con un gesto simbolico, Aldo toglie il cartello e rende visibile la scritta antisemita a giornalisti e concittadini. La comunità risponde al gesto organizzando una fiaccolata nel giro di poche ore. Come a voler cantare una resistenza che non può rimanere sopita, i cittadini si appellano alla memoria italiana e alla solidarietà.

Di fronte ad un odio che si rinnova, ad un odio diverso eppure sempre uguale a sé stesso, la nostra politica deve abilmente rispondere; la stessa responsabilità spetta alle masse, alle comunità, agli individui.

Perché è nel momento in cui riconosciamo il concetto de “l’altro”, che il male inizia a prendere piede; quando ciò che percepisco essere altro da me può anche diventare il soggetto titolare di un trattamento diverso da quello che pretendo mi sia riservato o banalmente riconosciuto.

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